Rickie Lee Jones: “Kicks” (2019) – di Maurizio Pupi Bracali

La proposta di un album di cover, nel corso della carriera di un/a musicista, ha sempre generato, tra gli ascoltatori, due scuole di pensiero. C’è chi vede l’operazione come il classico raschiamento del fondo del barile di chi, non avendo più niente da dire di suo, ricorre all’espediente per rimanere ancora in pista nel grande circo della musica, e chi invece ritiene legittimo, se non addirittura doveroso, a un certo punto della propria carriera, omaggiare i “padri” o quantomeno i musicisti ai quali ci si sente affini o legati da una qualche attinenza. Chi scrive questa breve nota propende per la seconda ipotesi, ricordando il bellissimo “Pin Ups” (1973) di David Bowie, autentico omaggio ai suoi immediati predecessori e, l’altrettanto interessante “These Foolish Things” di Bryan Ferry, dello stesso anno. I due album, forse capostipiti e fondatori della concezione della cover come ringraziamento e come riconoscimento a chi c’è stato prima con la propria musica, segnando i tempi che ci hanno preceduto. Due album entrambi nati in tempi non sospetti e non certo a fine carriera dei due grandi musicisti inglesi. Ecco quindi che anche Rickie Lee Jones, giunta al diciottesimo album di una carriera iniziata nel 1979, si cimenta in un album interamente composto di cover tra le più disparate e imprevedibili. “Kicks” (the others side of desire 2019)  è stato registrato a New Orleans, con musicisti locali e una strumentazione scarna e semiacustica. L’album snocciola una decina di brani suggestivi e oltremodo piacevoli, a cominciare dall’iniziale Bad Company (“Bad Company” 1974) che, al di là della differenza di corde vocali, ricorda l’afflato ispirato di Marianne Faithfull. Lonely People ha invece un’atmosfera addirittura più country della versione originale degli America (1974). Troviamo poi due brani di Dean Martin, benché non scritti da lui: la poco conosciuta Houston (1965), anch’essa patinata di un country leggero e swingante e, la più famosa You’re Nobody ‘Til Somebody Loves You, scritta nel 1944 da Russ Morgan e portata al successo dal cantante italo-americano esattamente vent’anni dopo. Mack The Knife è invece il conosciutissimo brano di Kurt Weill e Bertolt Brecht, tratto dall’altrettanto famoso spettacolo teatrale “The Threepenny Opera” (L’Opera Da Tre soldidel 1928 che, già centinaia di musicisti di ogni parte del mondo, hanno “coverizzato” nel bene e nel male, qui resa in una versione swing leggera e velata da impalpabili gitanismi. Vi sono poi ancora brani di Elton John, Steve Miller Band, Benny Goodman e di altri autori meno conosciuti, tutti riproposti con questo vestito elegante, se pur scarno, cucito con l’ago e il filo di un country-pop raffinato e sottile e di uno swing contenuto ma sempre presente. Citiamo ancora Nakasaki (“Ipana Trobadours” 1928) che si discosta leggermente dagli altri brani, essendo un delizioso divertissement calato negli anni 20 con stile, ritmo e coretti femminili che si potrebbe ballare a charleston. Tutti i dieci brani sono ascoltabili su You Tube con i rispettivi video; trattandosi poi di cover, c’è sempre il gioco, per i più curiosi, di andarsi a (ri)ascoltare le versioni originali per approfondire, cogliere le affinità e le divergenze, per comprendere ancor più il senso di questa nuova produzione di Rickie Lee Jones.

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