Richard Youngs live a Napoli – di Girolamo Tarwater

Chiesa di S. Maria della Misericordia ai Vergini, Napoli, 21 Novembre 2018. Dopo dieci anni, Richard Youngs torna a Napoli. Come allora fa tutto da solo, con il suo folk strampalato. Come nei dischi, così dal vivo non si sa mai preventivamente dove voglia andare a parare. Una delle definizioni date alla musica di Richard Youngs è pop gnostico. Il concerto a S. Maria della Misericordia ha confermato la bontà di tale suggestione. Questa è l’anima che è stata messa in scena. Sotto le volte un po’ sfatte aleggiavano, non del tutto a proprio agio, gli spiriti dei Comus e del Brian Eno più pop. Alternando pezzi  a sola voce e accompagnamento con una chitarra a sette corde (che sembra creargli ancora qualche problema), il musicista scozzese ha rappresentato la sua personalissima gnosi: echi lontani di un’epica che sopravvive nel canto di un menestrello senza più pubblico. Canta per sé e costruisce per sé con la musica un suo proprio mondo: lo sguardo assorto e concentrato, le braccia e le mani a muoversi come ali rattrappite che cercano di prendere il volo, il piede che batte forte il ritmo a terra quasi per far leva e far prendere il volo alle canzoni. Il risultato – indipendentemente da cosa uno pensi della musica di Youngs – è un effetto di straniamento, come una sfasatura, un essere a lato che può anche essere motivo di malintesi. Esemplare a questo riguardo l’esito finale silente, a lasciare il pubblico perplesso (“è finito o no il pezzo?”). Luogo e tempo per questa musica non sono essenziali (e che gnosi sarebbe, altrimenti?), anzi del tutto marginali, come la collaborazione chiesta al pubblico, più pretesto per accompagnare il proprio volo interiore che vero coinvolgimento. Una parola, infine, proprio sulla location. La ricerca di luoghi per proporre musica – appena si voglia o, più probabilmente,  si debba uscire dalla logica dei grandi numeri – fa sembrare quasi usuale ciò che non molti anni fa sarebbe sembrato per lo meno curioso, come se oggi bisognasse per forza inventarsi qualcosa di nuovo, occupare nuovi spazi visto che quanto c’era prima ormai non c’è più, eroso o fallito. Anche questa è una forma di resistenza, una possibilità concessa di esprimere qualcosa (sia socialmente che artisticamente) che vada oltre la logica dei social e dei talent show. Il rischio è quello di imbottigliarsi in spazi (sociali più che architettonici) rattrappiti o autoreferenziali (sono le stesse persone – spesso non più giovanissime – che migrano da un concerto all’altro, come animali in via di estinzione alla ricerca di una radura dove pascolare). In questo senso, le foto di Pietro Previti del concerto del buon Richard sono per certi versi più belle e incisive dello stesso concerto. Uno scatto colloca l’artista in uno spazio architettonico che decisamente non è il suo (ben diversa la situazione qualche tempo per Julia Kent) eppure lo illumina dal di dentro, come se la visione mettesse più a fuoco dell’ascolto (anche questo è tipicamente gnostico), come se l’ascolto debba farsi visione… e così anche il silenzio finale (lui con gli occhi chiusi, immobile, tutto dentro di sé) delimita uno spazio altro, in cui interiore ed esteriore si abrogano a vicenda. Rimane, lontano, l’eco di canzoni, di melodie, di una musica (quella di Richard Youngs) che non può mai stare ferma, perché la sua dimora è sempre altrove“È mistico colui o colei che non può fermare il cammino e che, con la certezza di ciò che gli/le manca, sa di ogni luogo e di ogni oggetto che non è questo, che qui non si può risiedere né contentarsi di quello. (…). Abbandonato a un desiderio senza nome, è il bateau ivre. Da allora, questo desiderio non può più parlare a qualcuno. Sembra divenuto infans, privo di voce, più solitario e sperduto di una volta, o meno protetto e più radicale, sempre in cerca di un corpo o di un luogo poetico. Continua dunque a camminare, a tracciarsi in silenzio, a scriversi.” (Michel de Certeau, “Fabula mistica”).

Foto Pietro Previti © tutti i diritti riservati 
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