Richard Wahnfried: “Time Actor” (1979) – di Maurizio Pupi Bracali

Richard Wahnfried, chi era costui? Parafrasando il Don Abbondio di Manzoniana memoria questa fu la domanda che mi posi nel 1979 rigirando tra le mani quel disco tedesco intitolato “Time actor”(Wea Musik GMBH) e attribuito a quel nome sconosciuto della musica teutonica… e allora per scoprirlo facciamo un passo indietro. Se con un termine italiano vogliamo denominare supergruppi quelle band formate da elementi provenienti da altri gruppi più o meno famosi vedremo che il mondo del rock è costellato da pianeti e satelliti di un universo parallelo. Tra le prime e più conosciute superband vi furono i Blind Faith di Clapton e Baker (Cream), Steve Winwood (Spencer Davis Group e Traffic) e Rich Grech (Family) e, se l’unione dei quattro durò lo spazio di un radioso mattino concedendo la realizzazione di un album – “Blind Faith” (1969) – più famoso che bello, altri come gli ELP (Keith Emerson dei Nice, Carl Palmer degli Atomic Rooster, e Greg Lake dei King Crimson) ebbero una carriera lunga e travolgente. Poi fu la volta (nella miriade ne cito solo alcuni) degli Asia, dei GTR, dei Box Of Frogs, e di altri mille, fino a giungere ai recenti e ottimi Transatlantic che riuniscono un Dream Teather (Mike Portnoy), un Marillion (Pete Trewavas), uno Spock’s Beard (Neal Morse) e un Flower Kings (Roine Stolt)… ma cosa c’entra questo Richard Wahnfried con i supergruppi? Ancora un attimo di pazienza, prego. Avete presente Klaus Schulze, ex Tangerine Dream e alfiere della musica Krautronica? (il neologismo è mio). Ebbene, anche qui, c’è il suo zampino di gatto sornione con il topo in bocca da mostrare al padrone. Richard Wahnfried, infatti, non è altro che il “nòme de plume”, di un progetto elettronico musicale che ruota intorno alla figura carismatica di Schulze che si circonda di alcuni musicisti validi e atipici rispetto alla sua musica. Inaspettatamente, al fianco del “corriere cosmico”, ritroviamo infatti Arthur Brown che presta il suo vocione alle schizofrenie sonore di questo strano album e, a riconsolidare una vecchia amicizia con Brown stesso c’è la presenza di Vincent Crane (esordirono insieme nel Crazy World of Arthur Brown) in pausa dagli Atomic Rooster che smanetta tastiere e aggeggi elettronici abbandonando l’Hammond che lo rese famoso a un nutrito nugolo di appassionati e, a confermare l’atipicità già detta, il violoncellista classico Wolfgang Tiepold offre il suo romantico strumento, la cantante Harmony Brown (parente?) ci mette la sua voce tutt’altro che angelica, per terminare con un insospettabile Mike Shrieve che accantonando i ritmi tellurici Santaniani che lo videro sedicenne – ma non sedicente – protagonista a Woodstock dieci anni prima, si cimenta con non meglio identificati rhythmical advices, asservendosi alla corte del “padrone del vapore” che come al solito diteggia una ventina di tastiere all’insegna dell’elettronica più cosmica. Questo è il supergruppo che sotto la sigla Richard Wahnfried dà alle stampe questo album di non facile reperibilità e dimenticato (o addirittura sconosciuto) da molti. Ma cosa c’è dentro quei solchi? Beh, innanzitutto i brani sono tutti firmati Wahnfried, a suggellare una coesione d’intenti dei protagonisti, mentre il solo Arthur Brown si scrive i testi che bofonchia in un recitativo supportato dalla monotonia ritmica e tronica in perfetto “Schulze style”, almeno nell’iniziale brano che dà il nome all’album. Il secondo brano, Time Factory, è un po’ più arioso, Brown accenna a un timido cantato impossibile da riprodurre facendosi (noi) la doccia e purtroppo, come avverrà per tutto il disco, l’apporto degli ospiti famosi è mortificato dalla “Klaus Schulze Corporation” che coopta tutti i presenti inserendoli a forza nel suo calderone cosmico onirico e fumoso. Infatti, se la prima facciata scivola via come uno snowboard apparentemente cavalcato dal solo onnipresente Schulze, la seconda è assai più pregnante e sintomatica dei convitati alla festa elettronica
Distorted Emission I, è un buon brano che offre l’estro a ritmi e sonorità che ritroveremo nel 1983 in “Headline News” degli Atomic Rooster di Vincent Crane ed è un peccato che il violoncello di Tiepold, che inserisce una nota originale e particolare, appaia solo negli ultimi istanti, sfumando verso la fine. The Silent Sound Of The Ground é ancora una prova vocale di Brown che tutto fa meno che cantare: urla, strepita, cantileneggia, parla, per oltre quindici minuti, supportato dal solito sound Schulziano ritmicamente metronomico. Time Echoes, che inizia con folate siderali e piccoli tocchi di sinth, vede protagonista Harmony Brown che non tiene fede al suo nome di battesimo, avendo una voce tutt’altro che armoniosa e scandisce in lingua tedesca una litania che entra nello stesso carruggio dove abitano Nico e la Nina Hagen più oltranzista; il sound, per dirla alla Led Zeppelin, rimane sempre lo stesso. Un album, questo “Time Actor”, più interessante come esperimento che come piacevolezza della musica, che non aggiunge niente di diverso e non si discosta dalla più conosciuta produzione Schulziana e che non offre ai pur quotati ospiti la possibilità di esprimersi nel migliore dei modi, rimanendo asserviti agli ordini del direttore esecutivo. Bella la cover coloratissima e surreal-fumettistica del pittore Peter Nagel, al quale Schulze concede stranamente l’onore, trascurando i sodali musicali, di apparire in foto sul retro copertina. Klaus Schulze rispolvererà poi la sigla Richard Wahnfried, con altri collaboratori, per altre operazioni discografiche ancora meno incisive e più discutibili e, rimanendo in ambito di supergruppi, mi piace uscire fuori dal seminato per inoltrarmi in un campo più incolto di quello del kraut rock, e tra le erbacce scovare e consigliare una pianta aromatica selvatica ma profumatissima. Un altro supergruppo, un supergruppo vero, multietnico e questo sì davvero fantastico, autore di un capolavoro di album che si chiama proprio “Album” (Virgin Records 1986). La sigla la conosciamo tutti: PIL ovvero Public Image Ltd che in questo caso specifico risponde a John Lydon alla voce, Steve Vai alla chitarra, Ginger Baker alla batteria, Shankar al violino, Malachi Flavors (Art Ensemble of Chicago) al contrabbasso, Ryuchi Sakamoto alle tastiere e Bill Laswell al basso elettrico e produttore del disco… e scusate se è poco.

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