Richard Dawson al Riot Studio di Napoli – di Pietro Previti

Napoli, 9 febbraio 2018. L’aspetto è quello di un improbabile busker pacioso ed arruffato. Sarà per il faccione rubicondo o forse per la corporatura un po’ tracagnotta. Strano a dirsi che per il suo primo concerto napoletano Richard Dawson, cittadino britannico da Newcastle, sia riuscito nell’impresa di far gremire gli spazi del Riot studio in una fredda sera di febbraio. Non pochi gli spettatori rimasti sulla terrazza barocca, al di fuori della sala che ha ospitato l’esibizione organizzata da Wakeupandream, mentre tra i presenti vi erano tanti musicisti de La Digestion e del collettivo Crossroads Improring. In pratica una folta rappresentanza di ciò che offre la città a livello di musica avant ed impro, dalla musica concreta all’elettronica, dal free al noise. D’altra parte l’ultimo lavoro di Dawson, “The Peasant”, è stato premiato come album dell’anno (2017) da una rivista web prestigiosa come The Quietus, mentre un’altra cartacea, l’altrettanto autorevole, The Wire, ne ha ospitato il ritratto in copertina. Non risulta facile comprendere le ragioni di questo fenomeno. Non è sufficiente come spiegazione  l’avere accostato al songwriter inglese nomi luminosi del passato quali Syd Barrett, Kevin Coyne o Captain Beefheart, richiamati dalla critica di settore nell’ottica di attribuirgli ascendenze illustri. Sembra operazione sbrigativa e di comodo, soprattutto perché non rende merito alla sua creatività di autore. Dawson è un folksinger dei nostri giorni, che suona in maniera decisamente personale, pur mantenendo una coerenza di fondo ed un’onestà artistica indiscutibile. Richard si presenta sul palco accompagnato esclusivamente dalla chitarra elettrica, strumento che metterà da parte per interpretare alcune ballads a cappella, alla maniera di Ewan MacColl. Nessun altro supporto, nessun effetto speciale, tanto meno elettronico. Il suo approccio è semplice ma allo stesso tempo sorprendente. L’attitudine folky del Nostro è espressa nella maniera più pulita e naive possibile. Richiede anche tanta energia e concentrazione come indica il suo evidente stato di spossatezza fisica al termine del set, durato poco più di un’ora. Erede della grande scuola del Folk Britannico, Dawson è cantautore originale assai dotato, che ripropone la lezione dei maestri tradizionalisti filtrandola attraverso sonorità derivanti da una ricerca meticolosa e seria… e così, dopo l’intro affidato a The Felon’s Song per voce sola, seguono alcuni canzoni ancora più scarnificate di quanto non appaiano sul disco come Soldier e Scientist. L’uso non convenzionale della chitarra  ed  il saliscendi chiaroscurale del canto rendono Dawson erede credibile del movimento per quanto atipico ed innovativo. Non apparivano così gli stessi Fairport Convention quando, negli anni Sessanta, con i primi lavori stravolgevano le canzoni di Bob Dylan e di Joni Mitchell? Ed il rumorismo chitarristico non rimanda a quello di altri due illustri blues & folk singers, Mike Cooper e Michael Chapman, che per quanto diversi tra loro sono, ancora oggi, punti di riferimento in ambiti di musica d’avanguardia e sperimentazione?Vogliamo infine parlare del video di Ogre, i cui protagonisti sembrano uscire da una copertina di un classico della Incredible String Band come “The Hangman’s Beautiful Daughter”, che ritraeva una civiltà britannica rurale ed arcaica? Tutto questo ritrovate in Richard Dawson… e sicuramente anche tanto altro.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *