Richard Brautigan: “American Dust” (1982) – di Gabriele Peritore

Ci sono dei pomeriggi roventi d’estate in cui si sente soltanto lo sfregare delle cicale, il picchiare dei raggi del sole che fa evaporare le zone d’ombra, il tremolio delle gialle stoppie. Nel raggio di chilometri non si muove foglia e hai l’immensità della campagna a disposizione. Questa immensità ti assale come un senso di solitudine insopprimibile… e anche lo spazio infinito trasmette un senso di claustrofobia asfissiante. Cosa può fare un bambino di dodici anni, nell’estate del 1948, nella campagne alla periferia di Tacoma nell’Oregon? Gironzola con la bicicletta e coccola la sua ingombrante solitudine, imbattendosi in altre solitudini. Ascolta i saggi anziani che parlano del passato e della Grande Crisi. Spesso va a trovare il vecchio alcolizzato, di cui tutti hanno paura e che vive in una capanna fatiscente. Oppure spia la coppia di grassoni che ogni giorno si porta dietro il salotto di casa, arredando il loro pezzo di riva sul laghetto, per mettersi comodi sul divano a pescare carpe. Oppure ancora, può scorrazzare con la bicicletta insieme a un altro bambino solo come lui. In tutta questa solitudine e in tutta questa libertà può anche scegliere di fare quello che vuole ma… che sia estate o che sia inverno, sono poche le scelte che ha a disposizione. Può scegliere di raccogliere le lattine del suo amico alcolizzato e venderle per pochi centesimi. Può scegliere di spendere quei pochi centesimi per comprare dei prelibatissimi hamburger. La scelta che può rompere la sequenza della normale routine concessa a un bambino è quella di spendere i centesimi per dei proiettili invece che per l’hamburger; girare con un fucile sottobraccio a cavallo della sua bicicletta e provare a fare una battuta di caccia con il suo coetaneo. Tanto nel 1948, in un’America che ancora si lecca le ferite inferte dalla guerra mondiale, nessuno fa caso a un piccolo adolescente che va in giro con un fucile sottobraccio e che compra proiettili invece che hamburger. Soltanto che qualcosa va storto, come può succedere nelle dinamiche infantili alle prese con situazioni da adulti. Un proiettile vagante colpisce il suo amichetto e lo uccide. Il romanzo “American Dust. Prima che il vento si porti via tutto”, uscito nel 1982, (il cui titolo originale è “So The Wind Won’t Blow It All Away”) è la ricostruzione mnemonica di un uomo adulto che prova a ripercorrere le istantanee che hanno portato all’incidente. Il bambino protagonista è l’alter ego dello scrittore Richard Brautigan. Il peso del rimorso, la solitudine ma anche la spensieratezza fanciullesca e piacevoli scosse di ironia pervadono le pagine di questo breve e immenso romanzo. Insieme alla poesia che cadenza ritmicamente i capitoli e che afferra il cuore con senso di amarezza e sollievo insieme“So the wind won’t blow it all away… Dust… American dust…”. I ricordi sono incasellati in maniera casuale come quando si sfoglia un album fotografico e ogni fotografia è totalmente a fuoco nel suo essere sfocata. Lucida, spietata, divertente e dolente. Una boccata d’ossigeno che ricrea i flussi d’affezione nei confronti di un libro che una volta che l’hai letto non puoi più abbandonare. Richard Brautigan scrive questo racconto nel suo periodo di depressione massima. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, quando sono lontani ormai gli anni della gloria e del successo internazionale ottenuto con “Pesca alla trota in America” uscito nel 1967 (e che ha fatto riscoprire tutti i suoi lavori precedenti, facendone, suo malgrado, icona della stagione artistica Hippy). Sono invece presenti le angoscianti riflessioni sul “Sogno americano” e sul commercio libero di armi che ogni anno produce stragi fratricide fuori controllo. Sceglie infatti di ambientare il suo racconto nel cosiddetto periodo di pace postbellica, subito dopo il decennio della “Grande Depressione” (economica) e la fine della seconda guerra mondiale. Negli anni della ricostruzione, proprio alle radici del consolidamento del “Sogno americano” e sceglie di parlare di gente schiacciata da questo sogno; coglie proprio il momento di passaggio, quella linea invisibile che, una volta varcata, ha posto fine alla capacità della gente di fantasticare, con il colpo di grazia inferto dall’avvento della TV. I suoi personaggi senza nome sono dei vinti, e questo romanzo nella sua leggerezza si inserisce con forte determinazione nella grande epopea letteraria degli sconfitti. Polvere da ricordare, o da dimenticare, prima che il vento spazzi via tutto. “American Dust” prende spunto da un episodio realmente accaduto nella sua vita, contrassegnata durante l’infanzia da violenza, dipendenze, un continuo cambio dei punti di riferimento genitoriali in una famiglia estremamente instabile. Sicuramente, un grande senso di solitudine è presente, nella sua esistenza, sin da bambino ma, l’incidente occorsogli con il fucile, nella realtà, non porta alla morte del suo coetaneo… gli procura soltanto una ferita all’orecchio. Nel farla riemergere a galla però, forse per un escamotage letterario, forse perché ormai vede ogni singolo frammento della sua vita sotto la lente della sindrome depressiva affogata nell’alcol, i fatti si enfatizzano e il logorio dei rimorsi si amplifica, insieme al senso di inadeguatezza, scavando nella sua sensibilità artistica. La giocosa malinconia che caratterizza la sua prosa porta alla creazione di questo capolavoro ma anche alla consapevolezza di non poter tornare più indietro, di aver oltrepassato un limite oltre il quale niente ha più senso e non rimane che togliersi la vita. Una ferita d’arma da fuoco, appunto, inferta alla tempia, a soli quarantanove anni, nel 1984, pone fine alle sofferenze di Richard Brautigan nella totale solitudine della sua casa di campagna di Bolinas in California. Con la consapevolezza ulteriore di aver finalmente scritto il libro che aveva sempre sognato di scrivere. “So the wind won’t blow it all away… Dust… American dust…”

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