Riccardo Ceres: “Spaghetti Southern” (2018) – di Marco Valerio Sciarra

Forse è tutta colpa del mare se, come in un film di Sergio Leone, l’aria trema per la calura che sale dal suolo, il vento soffia ma dal deserto e non contribuisce per niente a rinfrescarla, si aspetta la notte per sperare in un minimo di frescura ma poi nella notte il residuo di vita scalpitante e disperato s’impregna d’alcol e di amori incendiari, finendo per arroventarla ancora di più. Sono tutti fotogrammi di un film sul Sud che indubbiamente prende spunto e ispirazione dalle atmosfere Spaghetti Western, immortalati da Riccardo Ceres nel suo ultimo progetto che ne mutua anche il nome in “Spaghetti Southern” (2018). Con la sua voce fatta di raschi di carta vetrata e sbuffi di catrame, l’autore ci srotola dieci storie come pellicole, episodi di vita meridionale, affogati in dieci Blues intimi. Il Blues sembra adattarsi alla perfezione come tappeto sonoro alla narrazione, nonostante non sia un genere proprio originario del Sud Italia, comunque tira fuori il suo appartenere a stati del Sud… anche se dall’altra parte del mondo inoltre, la sua pigra indolenza e struggente malinconia prendono facilmente il ritmo del calore mediterraneo, che poi dal sud si sposta verso il settentrione ed è calore di tutta Italia, è storia di tutto un Paese. Ogni più piccolo comune, ogni più piccola frazione, ogni più piccola o grande comunità, sparse per la penisola ha le sue feste patronali, santi e sagre, accompagnati da brani tradizionali con giri armonici sempre uguali, ripetuti all’infinito fino allo sfinimento, fino all’esaurimento. Concettualmente lo stesso si può dire per i giri armonici Blues che, però, svincolano il Sud dall’essere al meridione e lo eternano in una geografia totale, che appartiene al Paese intero, al mondo intero, pur con i suoi luoghi comuni. In cui si manifesta tutta la disperazione di una vita randagia che recrimina i suoi vizi e le sue dissolutezze, tra rapporti che si consumano nell’egoismo più spietato e nella poesia più indescrivibile. Pittoresche e misere esistenze inconsapevoli che si ripetono sempre uguali a se stesse, bruciate dall’alcol e dalle dipendenze, che fagocitano con una fame incontenibile tutta la bellezza che hanno attorno e poi, a un certo punto, non sono più capaci di goderne. Così quello che davvero potrebbe salvare l’anima finisce per ossessionarla, con una scappatoia sempre pronta: fuggire. Andare a Milano. Perché ogni meridionale ha sempre quest’ultima carta da giocarsi e Milano ti accoglie sempre, anche se non ti accoglie mai veramente. Un’atmosfera intensa che parla all’interiorità più profonda, più vitale. Grazie al contributo sugli arrangiamenti fornito da un gruppo di eccellenti musicisti come Fabio Tommasone (Rhodes piano, Hammond), Raffaele Natale (batteria), Vincenzo Lamagna (contrabasso), Ciro Riccardi (tromba, flicorno), Andrea Russo (fisarmonica), Artan Tauzi (violoncello) e Rebecca Dos Santos (percussioni), con la fidata presenza di Giuseppe Polito in studio e la produzione di Bruno Savino, le sonorità Blues si allargano al Jazz, al Folk, al Rock. Tutto per rendere questa atmosfera confidenziale e incandescente.  

Tracklist: 1. Tu vai con gli altri uomini. 2. Tutta colpa del mare. 3. Chetelodicoafare.
4. Con un se. 5. Coyote. 6. Vado a Milano. 7. Santa Muerte. 8. Chiedilo alla polvere.
9. Amore tosse fumo. 10. Pioggia di marzo.

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