Reportage: “Wild Canada” in solitaria – di Salvatore Di Noia

Quando si pensa al viaggio è inevitabile pensare al Canada, il secondo Paese al mondo per superficie totale dopo la Russia. E siccome nel lontano 1999 il mondo mi stava un po’ stretto, decisi che subito dopo la laurea sarebbe giunto il momento di divagare anima e mente viaggiando on the road con zaino in spalla. L’immaginario collettivo non voleva ancora che ci fosse la spasimante ricerca del lavoro a tutti i costi dopo la laurea e seppur giovane ventiquattrenne, il viaggio dominava ogni mio pensiero. Niente regali di laurea, niente futili oggetti, agende, penne, borse, computer, cravatte, ciondoli, oro e argento. Il regalo era il viaggio, nella mente da tempo e non pianificato nei dettagli. Volevo solo un biglietto di andata per Toronto, dopo una breve tappa in una Belfast che stava rifiatando dopo il cessate il fuoco dell’Ira e gli Accordi del Venerdì Santo che l’avrebbero resa un posto più lieve. Partii il 12 luglio 1999 con un volo British Airways. Ai tempi non c’erano gli smartphone e l’andare senza meta era un vero viaggiare. Potevi fantasticare, sognare, immaginare il divenire senza averlo mai visto.
Eri libero di andare senza programmi, perché la meta era dentro di te insieme alla curiosità del domani. Non c’erano squilli e notifiche, l’ignoto ti si palesava davanti come una notte prima dell’alba. E ogni volta l’alba ti stupiva con la sua meraviglia strabiliante. La colonna sonora del viaggio selvaggio, sovente riporta alle note di Eddie Vedder nel film Into the Wild. Scritto e diretto dal Premio Oscar Sean Penn è basato sul libro di John Krakauer dal titolo “Nelle terre estreme” (1996), e si sviluppa toccando tutte le destinazioni del viaggio del vero Christopher McCandless. In Oregon, Nevada, Arizona, Dakota del Sud e California. Ma la mia colonna sonora, in tempi in cui un posto economy non aveva il display touchscreen di oggi, era Kiss Me dei Sixpence None the Richer, la christian rock le cui origini sono il Texas e Nashville nel Tennessee. Nel  1999  il singolo  Kiss Me  vinse il Grammy Award  e fu al primo posto nelle vendite di dieci nazioni tra cui Canada, Regno Unito, Giappone, Australia e Israele.
Dopo otto ore di volo a guardare il cielo dall’alto e con le note dei Sixpence e pochi altri nelle cuffie a marchio BA, un rigido controllo doganale dove la carta di credito aveva un peso decisamente più importante del passaporto italiano, Toronto mi si spalancava davanti con tutti i suoi grattacieli sfavillanti e la gigantesca Toronto Tower più alta che mai, in direzione di una bettola di ostello nel cuore della City. Notte insonne, pensieri meravigliosi, era un film con un unico attore non protagonista a cui si accompagnavano incontri estemporanei di viaggiatori solitari con lo zaino a spalla alla ricerca di sé e del mondo. Iniziavo a sentirmi un nomade nell’anima, in compagnia del mio vergine backpack ero un tutt’uno con il mondo che mi accoglieva a braccia aperte. Perché questo viaggio non era iniziato nel momento in cui ero partito né era finito nel momento in cui avevo raggiunto la meta. In realtà il mio viaggio in Canada era cominciato molto prima e non sarebbe finito mai, dato che il nastro dei ricordi ha continuato a scorrermi dentro anche dopo oltre un ventennio. E se nel viaggio gli stati d’animo di euforia hanno sempre il sopravvento sui rari momenti di sconforto, quando vidi i Red Hot Chili Peppers improvvisare un concerto in Younge Street nel cuore di Toronto sentii dentro di me la vera differenza tra la stasi e il viaggio, tra la morte e la vita.
Era appena uscito “Californication” e John Frusciante suonava sopra a diecimila ragazzi in estasi sotto il sole torrido dell’estate canadese. Era il 22 luglio 1999. Da Toronto passando per Ottawa e Montreal nel Quebec a spasso per la delirante Fete pour Rire in compagnia di meteore incontrate in ostello provenienti da Belgio, Paesi Baschi, Buthan e Brasile. Un mondo nuovo, tutto da scoprire mi si prospettava davanti e quando aprii la mappa del Canada davanti a un vagabondo americano intento a raggiungere il punto più a nord del Paese in kayak, mi resi conto dell’immensità di quella nazione. Era grande trentatré volte l’Italia, tre volte l’Europa e un paio di centimetri sulla mappa equivalevano a centinaia di chilometri. Quelle distanze e quegli spazi assunsero forma con il passare dei giorni quando decisi un “coast to coast” che avrebbe dovuto portarmi a Vancouver, sul Pacifico, dopo una breve immersione nella Regione dei Grandi Laghi al confine con gli States. Una settimana di viaggio in bus Greyhound, in compagnia del “levriero“, con soste notturne, cambi improvvisi, passaggi a nord ovest, bagagli smarriti, viandanti in esilio, un navigare lento tra Sudbury, Thunder Bay, Winnipeg, Regina, Edmonton, Calgary, attraversando le grandi pianure di Alberta, Saskatchewan e Manitoba.
Un paesaggio indefinibile, a tratti lunare, ampio, immenso con un cielo talmente grande da perdersi nella vista dell’orizzonte. Ero immerso nel mio mondo, nel poema dell’Odissea, il più significativo modello della narrazione di viaggio, al tempo stesso peregrinazione, tensione verso l’ignoto e insieme consapevolezza di sé. Attraverso questa straordinaria avventura che vivevo senza quasi mai dormire, l’eroe di me stesso stava diventando conoscitore del mondo, dei valori e dei vizi umani e acquistava ogni giorno virtù e conoscenza. Raggiungevo regioni remote, percorrevo strade inesplorate, incontravo civiltà sconosciute, combattevo creature mostruose (le zanzare) e sopravvivevo ad arcani prodigi. Il mio itinerario disegnava l’avventura, ma iniziava a tracciare anche quel percorso conoscitivo che era la conoscenza di me stesso. E in Canada si era cementificato il mio “Io” che avrebbe solcato le strade del mondo negli anni a venire. E poi Jasper, Banff, Kelowna per finire nel luogo dei sogni, quel Lake Louise e il suo ghiacciaio in ritirata (Victoria Glacier) che ancora oggi, usando la tecnica marines, ha un effetto soporifero prima delle notti insonni. Ma è a Dawson Creek, il miglio zero dell’Alaska Highway, che raggiunsi l’apoteosi.
Come un puntino nel mondo ero giunto a soli 1.850 chilometri dall’Alaska e nel completo silenzio, in assenza di interlocutori e con l’inseparabile backpack, avevo trovato il mio vero compagno di viaggio, l’amico fedele, il mio marchio di fabbrica: il silenzio. Perché il viaggio è anche solitudine, mentre si è in viaggio si assorbe e quando si è in viaggio da soli non ci sono filtri, non ci sono intermediari o reti di sicurezza. Ero pronto a prendermi tutto, il buono e il cattivo, poi a un certo punto senza nessun preavviso, senza segnali chiari, avevo capito perché ero dovuto arrivare fin lì. Volevo imparare ad ascoltarmi e ad avere l’umiltà di accettarmi per come mi sentivo, anche se forse non era quello che pensavo di me. Era quasi notte, il Canada era una tavola apparecchiata sotto un cielo infinito di stelle, ero solo e “Oltre le strade sfavillanti c’era il buio, e oltre il buio il West. Dovevo andare” (Jack Kerouac). Dopo settimane di girovagare nel nord della selvaggia British Columbia e due mesi dopo il mio arrivo tra gli aceri, giunsi a Vancouver, la dolce Vancouver. Ogni conoscenza, evento e luogo avevano preso forma nella mia memoria e non mi avrebbero abbandonato più. Sarebbero rimasti parte di me per un tempo immemorabile ed entrati di diritto nella cerchia dei ricordi più cari proprio per la loro unicità ed autenticità assoluta.
Avevo viaggiato a piedi, in autostop, in auto, in treno, in nave, in aereo, in bike, per decine di migliaia di chilometri in solitaria, vivendo in senso estremo e dormendo in riva a laghi e sulle sponde dei fiumi con sopra un cielo di stelle, mi ero svegliato davanti alle albe dorate dei ghiacciai canadesi, inchinato davanti alla maestosità delle sequoie dell’Alberta, avevo avvistato orsi sulla Vancouver Island, letto libri in inglese, bevuto birre nei pub di Montreal, fatto l’amore tra le Rocky Mountains, sognato con gli indiani Nehiyawak. Ma era stato il tramonto sul Pacifico che mi aveva reso me stesso per l’eternità dandomi la consapevolezza che viaggiare è la chiave della nostra felicità, il primo passo verso una vera vita vissuta. 

Foto e articolo di Salvatore Di Noia©
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