Reportage: Sudafrica, una “Rainbow Nation” in bianco e nero – di Salvatore Di Noia

Luglio 2018. Ho sempre sognato di toccare con mano la bandiera sudafricana, è come sfiorare da vicino un arcobaleno… Entrata in vigore dopo la liberazione di Nelson Mandela nel 1990 è simbolo di unità. La nuova bandiera conta sei colori: nero, oro, verde, bianco, rosso e blu. La parte nera, verde e oro rappresenta i colori dell’ANC (African National Congress) di Mandela. Gli altri tre colori indicano la vecchia bandiera della regione del Transvaal a connotazione boera. La forma a Y simboleggia la compenetrazione delle diverse culture nella nazione. Metaforicamente invece, il nero simboleggia la maggioranza della popolazione, l’oro i metalli di cui il Sudafrica è ricchissimo, il verde racchiude gli immensi prati, il bianco indica i diamanti, il rosso in ricordo del sangue versato, mentre il blu è il colore dei due oceani su cui si affaccia la “Rainbow Nation”. Il Sudafrica è immenso e bellissimo, racchiude in sé la natura più ampia, il cielo azzurro, il mare tempestoso, la fauna in libertà, la flora secolare. Cielo, terra, mare, sole e spazi aperti che ti accolgono con estrema sincerità… ma in questo bellissimo e dolce Paese, c’è qualcosa di sprezzante e malvagio che a distanza di decenni non accenna a cambiare. Il Sudafrica ha il maggior indice di disuguaglianza al mondo. Quell’uguaglianza tanto desiderata e voluta, si presenta ai miei occhi come un enigma.
È passato poco più di un quarto di secolo dall’abolizione dell’Apartheid, ma la disparità sociale non solo è ancora molto alta in Sudafrica, ma è in aumento e, per certi versi, è oggi ancora più alta di allora… e questa vergogna nazionale è sotto gli occhi di tutti. Un Paese che si è aperto al mondo e che ti accoglie con infinite “township” confinate ai margini di città e villaggi è un Paese senza giustizia. Ad eccezione di Johannesburg, i contesti urbani hanno tutti la stessa conformazione. Un centro città bello, fiorente, ordinato e sfavillante di ville rinchiuse da alti muri di cinta il cui filo elettrico fa da perimetro in rilievo. Qui vivono segregati i bianchi, che non vedi mai in giro a piedi, tantomeno è possibile intravedere nei loro sfarzosi “bunker resort”. Ai margini delle città, spesso in grigie vallate e a volte in scoscese colline, vivono milioni di neri ammassati in ghetti puzzolenti e disordinati che offendono la dignità umana. Oggi il 75% della ricchezza del Sudafrica è concentrata nelle mani dell’8% della popolazione bianca. Se si considerano i circa 60 milioni di abitanti (di cui 48 milioni neri) e 4,8 milioni bianchi, oltre ad asiatici e “coloureds”, il conto è presto fatto. Un sudafricano nero su due vive sotto la soglia di povertà e, il numero di persone che vive con meno di 1$ al giorno è triplicato, passando dai 2 milioni nel 1994 ai circa 6 milioni di oggi. Ecco servita su un vassoio d’oro con contorno di diamanti l’eredità dell’Apartheid, la politica di segregazione razziale istituita nel 1948 dal governo dell’etnia bianca d’orgine anglo-boera e rimasta in vigore fino al 1991. I danni provocati da 43 anni di netta separazione segnano i molti decenni a venire in modo esponenziale. Per toccare con mano la realtà basta andare a Kliptown, Diepslot, Alexandra ed in giro per Johannesburg, una città-ghetto degna figlia dell’eredità perduta, dove quasi tutta la popolazione nera vive in miseria.
Uomini, donne e soprattutto bambini sottoposti a un pendolarismo di più ore al giorno per raggiungere il proprio posto di lavoro o la propria scuola. Baracche in lamiera e cartone tipiche del Terzo Mondo dove vivono miseramente gli “squatter”. Nel centro città, in quella che un tempo era la zona degli affari e delle attività commerciali, si addensano decine di migliaia di “black people” che vivono di espedienti in edifici abbandonati dalla fuga dei bianchi dopo la scarcerazione di Mandela, quando il Sudafrica improvvisamente sprofondò in una “quasi” Guerra Civile a furia di vendette e ritorsioni. E nel cuore di Johannesburg vedi chiaramente che molte di queste strade sono abitate da senzatetto, con una costante presenza di giacigli, coperte, sacchi a pelo, materassi di fortuna disposti lungo i muri e lasciati lì durante le ore del giorno. Tanti disperati che vedi spingere ingombranti carrelli della spesa, carichi delle povere masserizie di una vita. Uno spettacolo che fa stringere il cuore, degno della moderna versione di “1997 Fuga da New York”, quando Jena Plissken scampa all’arrivo dei “Pazzi”, una tribù di cannibali che vivono nelle fogne ed escono una volta al mese per procurarsi sostentamentoUno scenario apocalittico che è possibile osservare da un minibus ben serrato che sosta solo dove è possibile fermarsi senza rischiare un assalto. La metropoli puzza ed è sovrappopolata da una massa di disperati nullafacenti, conseguenza anche della chiusura di innumerevoli miniere d’oro su cui la città nacque e crebbe dal 1886. Oggi, con un’area metropolitana di circa 10 milioni di abitanti non censiti, è la città più popolosa dell’Africa dopo Lagos e Kinshasa. Ben confinato ai margini della città, c’è il ghetto di Soweto (acronimo di South West Township) il più politicizzato e grande ghetto del Sudafrica, una città nella città, un agglomerato di 1,5 milioni di anime costituito da sobborghi e township minori di enormi proporzioni, abitata da neri di tutte le etnie e dove si parlano tutte le lingue del Sudafrica.
Soweto non è solo Vilakazi St., dove Mandela visse con la seconda moglie Winnie: è anche e soprattutto baracche di ferro senza acqua corrente, luce elettrica rubata ai semafori e servizi igienici in comune dove i poveri vivono in condizioni precarie. Poi ci sono i quartieri eleganti abitati dal ceto medio, dai “nuovi ricchi”: ville lussuose a prezzi milionari con ampi giardini e auto di pregio, ristoranti, centinaia di chiese e scuole, un’università, musei, l’ospedale più grande al mondo (Baragwanath) e lo Stadio della finale dei Mondiali di Calcio sudafricani. Da Johannesburg a Cape Town o meglio da Soweto a Khayelitsha, un’infinita distesa di baracche alle porte di una delle città più belle al Mondo. Cape Town e, a sud del Capo, Robben Island, un’altro colpo al cuore, l’ennesimo confino che da che mondo è mondo ha sempre la stessa matrice: boera o sassone non fa differenza. Sull’isola delle foche, a poche miglia da Cape Town, oggi lo scenario è indubbiamente più dolce del passato, perché quella che un tempo era l’isola sperduta nell’oceano oggi costituisce uno dei memoriali politici più famosi al mondo, in ricordo di quanti furono isolati e silenziati tra lavori forzati e decenni di indegno confino.
Nelson Mandela, Walter Sisulu, Govan Mbeki e il “Prof.” Robert Sobukwe furono solo alcuni dei tanti internati su quel freddo scoglio nell’Oceano. Laggiù, in quello splendido paradiso, affacciato sul Oceano, nel freddo di una gabbia senza finestre, ebbe inizio quel lungo cammino verso la libertà in grado di sgombrare le tenebre più oscure. Lì oggi, sono ancora decine di milioni le anime perse che attendono il sorgere di un nuovo e colorato Arcobaleno.

Foto e articolo di Salvatore Di Noia ©
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