Reportage: “La Palestina che scompare” – di Salvatore Di Noia

E’ quando torni che ti rendi conto che ormai la Palestina non esiste più. Quando sei lì, sembra tutto troppo anormale, a tratti surreale ed inverosimile, ma è cruda realtà quando inizi ad ascoltare le testimonianze dei giovani palestinesi che ti parlano di restrizioni e vessazioni quotidiane a cui è sottoposto il popolo dei Territori Occupati. Gerusalemme appare come rinchiusa in se stessa, come lo era la vecchia Berlino Ovest, accerchiata da una mezzaluna di cemento che la isola dalla Cisgiordania. Lo stesso cemento che corre per circa 800 km. da nord a sud isolando la “democratica” Israele dalla “barbara” Palestina. Oggi Gerusalemme è un miraggio per milioni di Palestinesi che non possono varcarne i checkpoint in quanto sprovvisti di un permesso di lavoro. Due sono i punti di controllo a ridosso della “nuova capitale dello Stato ebraico”. Qalandya a nord, dalle cui sponda palestinese un gigantesco graffito raffigurante il martire Arafat e il “nuovo Mandela” Barghouti, apre la strada verso Ramallah, la capitale de facto dello Stato di Palestina, moderna e vivace, sede dell’Autorità Nazionale Palestinese. Qui riposa la salma di Yasser Arafat, ultimo carismatico e controverso leader palestinese protagonista suo malgrado degli Accordi d Oslo prima e di Camp David poi. Oggi la sede dell’ANP, la Mukata’a, è un luogo di pellegrinaggio in cui famiglie e coppie si recano in visita alla tomba di Arafat, pregano e lasciano un messaggio di speranza. Il secondo checkpoint che isola Gerusalemme è quello a sud della città, il Betlemme 300, posto di confine varcato quotidianamente da 27.000 mila lavoratori palestinesi. Migliaia di anime perse, ammassate dentro una gabbia di metallo dalle due di mattina in attesa del proprio turno. Basterà esibire carta verde, permesso di lavoro, impronte digitali e zaino, per attraversare il tornello finale che li condurrà al servizio di Israele. Sfruttati, sottopagati e lasciati al proprio destino di ultimi della terra, un popolo dimenticato dal proprio stesso Dio, asfissiato nella vita quotidiana da una forza di occupazione il cui scopo è dare agonia, umiliare, reprimere. Betlemme dal canto suo lascia esterrefatti. Il mostro di cemento che isola la città da Israele è impetuoso. Dal campo profughi di Aida, nato su una delle tante dolci colline di Palestina, dopo la Nakba del 1948, si può osservare il segregation wall in tutta la sua immensità e prepotenza. Addolcito da una quantità infinita di graffiti e murales, tra cui primeggiano in tutta la loro ironica bellezza le opere di Banksy. Il muro sale, scende, svolta a destra poi a sinistra, si contorce intorno a se stesso lasciando dei dubbi sulla sua stessa continuità. A tratti sembra una soffice pennellata tratta ad occhi chiusi nel cielo azzurro. Ma basta spostarsi di pochi metri e lo si rivede aggirare un insediamento e poi un sacro luogo ebraico e poi ancora un posto di polizia, un terreno di ulivi secolari o un vecchio reperto archelogico. Non si capisce cosa stia di là e cosa invece c’è di qua. Emergono con tutta la loro forza sentimenti di separazione, esproprio, prepotenza che ti assalgono e ti lasciano senza fiato. L’uomo che domina un suo simile, lo annulla in tutto il suo essere, lo rende impotente. Quel muro è invalicabile, inattaccabile, imbattibile. Ha il potere di dividere famiglie, amici, conoscenti, città, villaggi, terreni, colline. Segrega, confina, isola, umilia. Si impone con tutta la sua evidenza l’Apartheid, la politica di segregazione razziale secondo cui il popolo eletto da Dio vive ad ovest del muro mentre i palestinesi, il popolo della dannazione, ad est. Ma è ad Hebron che l’aberrante diventa tangibile e concreto. E se pensi ad Hebron rabbrividisci e piangi, perchè la città del patriarca Abramo è la più grande della Palestina occupata, con circa 200.000 abitanti (palestinesi) più, circa 700 ebrei che vivono nella città vecchia, a cui si devono aggiungere i 7.000 ebrei della contigua colonia di Qiryat Arba. Se Ramallah sembra un’anima libera da catene e Betlemme pare agonizzante sotto il muro, Hebron è soffocata dall’occupazione militare. Qui sono centinaia i soldati a presidio dei checkpoint e a difesa dei coloni. Dopo il massacro di Hebron del 1994 infatti, la città venne divisa in due settori: H2 (circa il 20% della città), sotto controllo dell’esercito israeliano, e H1, affidata al controllo dell’Autorità Palestinese in accordo con il cosiddetto Protocollo di Hebron. Ad oggi, per i civili israeliani è legale accedere al 4% del territorio della città di Hebron, mentre i palestinesi sono sottoposti ad uno stretto regime di permessi e controlli per accedere a servizi e abitazioni rimaste nella zona sotto controllo israeliano. Una zona che gradualmente viene abbandonata dai residenti palestinesti sottoposti alle angherie quotidiane di coloni armati e giovani soldati. Ad Hebron è in atto quella che possiamo definire la long term strategy israeliana. Per prima cosa si occupa un’area con la presenza asfissiante dei soldati; poi si insediano abusivamente i coloni ebrei nelle abitazioni disabitate; entra in gioco quindi l’Apartheid di Stato e la spoliazione dei beni che evidenzia l’impossibile convivenza tra le due etnie residenti; per motivi di sicurezza si decide quindi di sgomberare l’area attigua a quella dei coloni, che rimane fantasma e desolata con i militari a presidio totale; passano gli anni, ed i coloni ottengono la legittimazione retroattiva, ossia provano che al momento dell’insediamento non erano “consapevoli” che quella terra e quelle case fossero di proprietà privata palestinese; gli israeliani otterranno così il permesso a rimanere nelle case. I legittimi proprietari palestinesi avranno così due possibilità: accettare un lotto di terra alternativo, laddove vi sia questa offerta, oppure accontentarsi di una compensazione pecuniaria stabilita da un comitato ad hoc creato dal governo israeliano che li porterà via dal luogo natìo per sempre. Un gioco semplice e diabolico studiato a tavolino che nessuno osa fermare. Oggi parte della città vecchia di Hebron che concide con Al Shuhada Street, una volta rigogliosa ed affollata, è una città fantasma off-limits per i palestinesi, puntellata di check-point e torri di vedetta, dove l’odio di coloni e soldati si respira in ogni angolo di strada. Un luogo dove prima regnavano vita e amore, ed in cui oggi echeggiano silenzio e morte. Cosa resta della Palestina oggi? Poco e niente. Tanti bantustan, per rifarsi alla recente parodia sudafricana, in cui tutte le principali città sono in AREA A, sotto il pieno totale controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese (l’8% della Palestina occupata) ed il cui accesso è regolamentato da checkpoint israeliani in entrata ed in uscita. Area B (22% del teritorio palestinese), con controllo civile palestinese e controllo israeliano per la sicurezza. Area C (60%) pieno controllo israeliano. Un vasto territorio semi-desertico quest’ultimo, abitato da circa 300.000 palestinesi in cui Israele ha il pieno controllo in materia civile e di sicurezza e dove può imporre piani e progetti edilizi che limitano fortemente la possibilità dei palestinesi di costruire abitazioni e infrastrutture. Proprio lì, nel deserto dell’anima dove tutto tace, le vicissitudini di un popolo lasciano spazio alla speranza ormai defunta nelle parole di un ragazzo palestinese che, impassibile, osserva i quotidiani ed umilianti controlli ad un checkpoint: “…non abbiamo più niente, ci hanno tolto tutto imprigionandoci in casa nostra…ci resta solo Dio. Vai e racconta al mondo quello che hai visto qui!”.

Foto e articolo di Salvatore Di Noia © 
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