Reportage: Il silenzio assordante di Chernobyl – di Salvatore Di Noia

Aprile 2018. A sentirla nominare Chernobyl fa rabbrividire… ma come in tutti i viaggi, è solo il tempo che fa metabolizzare tutto quello che si vive e si osserva. Quando sei in un luogo che rappresenta la storia, narrato dai media, o immaginato per sentito dire, provi emozioni a metà. Forse perché il poco tempo disponibile serve per immagazzinare immagini e sentori che resteranno vivi in eterno. E la memoria non è altro che un insieme confuso di ricordi che col tempo tendono a sbiadire. Ma ci sono posti in questo pianeta, luoghi che sopravvivono al tempo, che non ti si scrollano di dosso in nessun modo. Una volta vissuti, non vanno più via e restano parte di te, per sempre. Uno di questi si trova in una remota landa al confine tra Ucraina e Bielorussia, una “terra di nessuno” che negli anni novanta era ancora sotto il totale controllo Sovietico. Chernobyl è un buco nero nel mio immaginario. Avevo solo 11 anni e ricordo che anche in Italia arrivò la notizia di una nube radioattiva proveniente dall’Est Europa e diretta verso Ovest. Chernobyl dista poco più di un’ora da Kiev. Ci si allontana dalla capitale ucraina a bordo di un bus diretti verso il confine bielorusso. Gradualmente il paesaggio urbano lascia spazio ad una pianura sconfinata che si addentra verso la zona di esclusione, un’area circoscritta attorno al reattore 4 della centrale nucleare, esploso per un errore umano la notte del 26 aprile 1986, considerata off-limits dalle autorità ucraine ed il cui accesso è monitorato attentamente dai soldati e vietato ai non autorizzati. La zona di esclusione si estende per un raggio di 30 km attorno alla centrale e al suo interno ha una seconda zona, con un raggio di 10 km. L’ingresso nell’area ed il passaggio da una zona all’altra prevede sempre il superamento di un checkpoint. Si scende dal bus e due soldati con tute militari e un mitragliatore chiamano una per una le persone sulla lista in loro possesso, controllando che i dati dei passaporti coincidano e che le foto siano quelle delle persone che hanno di fronte. È una formalità, ma stai comunque entrando in una zona proibita, stai varcando un confine ambientale e se non fai cazzate i rischi sono bassi, basta non toccare niente. Un cane si avvicina dolcemente, come se cercasse compagnia nel silenzio tombale che risuona in quegli istanti. Nella zona di esclusione ci sono tanti cani, socievoli, ma che è prudente non accarezzare. Le particelle radioattive sono sprofondate nel suolo e nessuno può sapere dove è andato a scodinzolare un animale. C’è una guida che può fermarti se cerchi di fare ciò che non devi, ma l’unico responsabile dei rischi che puoi correre sei tu… e anche una cosa sciocca come accarezzare un cane può essere un rischio. Si risale in bus, e una larga strada deserta ci conduce verso la Centrale. Si attraversa una fitta boscaglia che il tempo e l’abbandono hanno reso sempre più folta. Un nuovo stop, questa volta per addentrarci nel piccolo paesino di Zalissya, dove ad aprile del 1986 vivevano duemila persone. Tutte le abitazioni sono state divorate dalla foresta. Completamente distrutto dal tempo e inghiottito dalla vegetazione, il paesino è rimasto così com’era. Nessuno ha toccato più niente da quel giorno di aprile del 1986. Il contatore Geiger non rileva quasi niente di anomalo, siamo ancora a qualche chilometro di distanza dalla centrale, l’aria è pulita, ed il limite di 0.3 Sievert (unità di misura degli effetti delle radiazioni sulle cellule) è di poco oltrepassato. Tutto è coperto da una patina grigiastra di polvere, intonaco sbriciolato, terra. Nelle case tutto ciò che c’era un ventennio fa, è esattamente al suo posto perché dalla Zona non si può portare via nulla e non è nemmeno consigliabile farlo, non c’è nessun percorso stabilito, nessuna area proibita. Se fosse un videogioco, sarebbe un free roaming: puoi fare quello che credi, andare dove vuoi, a tuo rischio e pericolo, ma ti ritrovi presto in un vicolo cieco dove il “game over” è sempre in agguato. Zalissya oggi è disabitata, ma fino a pochi anni fa qui viveva la signora Rozaliya Ivanivna, la più anziana dei “self settlers”, persone che dopo l’evacuazione sono tornate a vivere nelle zone contaminate. Illegalmente, in case prive di acqua, luce, riscaldamento, pur di non abbandonare la loro terra. Una terra contaminata e marcia di radioattività in cui Rozaliya è sopravvissuta all’Unione Sovietica, a inverni feroci, a notti passate a fissare i lupi fuori dalle finestre… e nessuno sa come abbia potuto visto che ha vissuto in salute fino a quasi novant’anni. Di nuovo sul bus, questa volta senza sosta diretti alla Centrale, dopo aver superato i paesini di Chernobyl (parzialmente bonificato e nuovamente abitato da qualche centinaio di persone), Leliv e Kopachi. Quest’ultimo era un altro piccolo villaggio che si è trovato nella zona di contaminazione e nel quale dopo l’incidente sono state scavate delle buche nel terreno dentro le quali riversare le macerie della case contaminate. Il risultato è stato quello di impregnare ancora di più il suolo di radiazioni. Avvicinando il Geiger ai piedi di un albero, dove si trova un cartello triangolare con il segno della radioattività il valore sale di colpo fino a 18.7 Sievert. È un hotspot, un punto in cui la concentrazione di materiale radioattivo è più alta della norma, proprio lì dove giace immobile l’asilo del villaggio… Quando la nube radioattiva fuoriuscì dal reattore 4, si diresse verso Ovest. In quella direzione la radioattività è ancora così alta che quando ci si avvicina basta appoggiare il dosimetro al finestrino perché l’abitacolo del bus sia di colpo popolato dal suono di uno sciame di cicale impazzite. Siamo a 40,7 Sievert e non possiamo sostare nell’aree più di qualche secondo. Siamo a ridosso della foresta rossa, il cui effetto delle radiazioni sugli alberi fu talmente devastante da ucciderli all’istante facendo diventare rossastro il legno. La foresta rossa è proprio lì, a due passi dalla città di Pripyat, il “fiore all’occhiello”, la città modello fondata nel 1970 per ospitare i lavoratori della centrale nucleare. Un terzo ulteriore controllo è previsto proprio prima di entrare a Pripyat. Alle undici esatte del 27 aprile 1986, gli abitanti di Prypiat, la “città dell’atomo”, dove i lavoratori della centrale vivevano l’utopia socialista immersi in uno spazio con grandi viali alberati, appartamenti in condomini sovietici, scuole, asili, biblioteche, sale da concerto, cinema, supermercati, impianti sportivi e un Luna Park con annessa di ruota panoramica, ricevono l’annuncio di evacuazione immediata, dopo oltre 36 ore dall’esplosione. Fino ad allora tutto era stato taciuto, nella totale assurdità di provare a celare al mondo il disastro e le sue nefaste conseguenze. Oltre 50.000 persone furono sgomberate in fretta e furia. La città modello da mostrare a tecnici e scienziati stranieri, ordinata, pulita, con il suo supermercato traboccante di generi alimentari introvabili nel resto dell’Unione Sovietica, sarebbe diventata una città fantasma. Tutto è immobile ed immutato a Prypiat, tutto è arrugginito e scolorito dal tempo… è una città in bianco e nero. Non ci sono colori, non ci sono suoni, non ci sono odori. Il silenzio e quel senso di contorno sfocato, rendono tutto un’allucinazione. Gli stessi alberi che la primavera ha reso adorni di fiori nella vicina Kiev, qui sono spogli. Non ci sono rondini che svolazzano e non si sentono cinguettii di uccelli… e tutto come un triste film, il cui fermo immagine è costituito da una statica ruota panoramica a cui fa da sfondo un cielo azzurro in penombra che lascia spazio al tramonto. Come le bambole assopite nell’asilo di Zalyssa, il parco giochi di Prypiat emana una tristezza sconfortante, perché doveva essere un luogo di divertimento ed invece è uno dei luoghi più contaminati di tutto il Pianeta. Il reattore nucleare di Chernobyl oggi non emana più radiazioni come anni addietro. Un progetto colossale, per sforzi economici e ingegneristici, ha consentito la costruzione di una nuova struttura di contenimento in acciaio che ha inglobato la vecchia copertura di cemento ormai fatiscente. All’apparenza anonime, è una struttura futuristica per dimensioni e fattezze che dovrebbe resistere almeno un centinaio d’anni. Anche se la centrale è spenta, la si può fotografare solo da un punto ben preciso per ragioni di sicurezza. Lì davanti il Geiger misura solo 1.7 Sievert. Se Chernobyl rappresenta il più grande disastro ambientale e umano che la storia moderna ricordi, a pochi chilometri si erge maestoso uno dei più grandi fallimenti della storia dell’Unione Sovietica. Nel 1976 i radioamatori di tutto il mondo si accorsero di una strana interferenza nelle onde radio. Il battito di un picchio che risuonava in continuazione… “Toc Toc Toc Toc”. Il segnale ne determinava la provenienza da qualche parte tra Minsk e Kiev, così l’interferenza si guadagnò il soprannome di “picchio russo”, creato dal sistema radar “Duga”. Lo scopo del “Duga” era semplicemente quello di captare le tracce lasciate da un eventuale lancio di razzi provenienti da Ovest. C’erano tre impianti “Duga” in Unione Sovietica: uno in Siberia e due in Ucraina. Tutti smantellati tranne uno, questo appunto, perché è dentro la Zona di esclusione di Chernobyl e come tutto il resto è intoccabile. L’antenna del “Duga” è gigantesca. Un reticolato di acciaio, una geometria pazzesca e fantascientifica in un luogo sperduto e fuori dal mondo, dalle dimensioni immani. Anche qui un cane accompagna i visitatori e si adagia al suolo osservando il folto gruppo. Per uscire dalla Zona, è necessario fermarsi al checkpoint  per il passaggio nel dosimetro che rappresenta la via di uscita dal buco nero. Sembra un metal detector da aeroporto. Ci devi entrare dentro, in piedi, appoggiare le mani ai sensori laterali, e aspettare qualche attimo. Se la radioattività acculumata nel corso della giornata è inferiore alla soglia, un semaforo verde ti dà il lasciapassare e dopo esserti sciacquato le scarpe, sei libero di tornare a casa. Se invece la radioattività supera i limiti, vuol dire che hai fatto qualche cazzata ed allora arriva l’altolà. Ti saranno tolti gli indumenti radioattivi e rischi di tornare a Kiev in mutande, sempre che non siano radioattive anche quelle. Ultima tappa della giornata, il memoriale “a coloro che hanno salvato il mondo”, una grigia scultura dedicata ai pompieri che per primi intervennero nel reattore 4, quelli ignari della reale portata del disastro, morti a poche ore dall’intervento. Eroi sconosciuti e dimenticati, artefici loro malgrado di un’impresa che ha salvato le sorti dell’umanità, ma le cui conseguenze saranno a lungo patite da chi in quelle desolate “terre di nessuno” ha vissuto e continua a vivere. Si torna a Kiev, è ormai buio, ed il viaggio volge al termine. La guida ci ricorda che l’incidente di Chernobyl ha rilasciato radiazioni 400 volte superiori a quelle della bomba caduta su Hiroshima… in pratica è come se fossero scoppiate contemporaneamente duecento bombe atomiche della portata di quelle di Hiroshima e Nagasaki. Chernobyl è stata dieci volte peggio di Fukushima, provocando come conseguenza diretta del disastro circa centomila morti. Decine di migliaia adulti e bambini continuano a lottare ancora oggi contro le più spaventose malattie. Oltre cinque milioni di persone abitano nelle zone contaminate, in un’area grande come la metà del territorio italiano, tra Ucraina e Bielorussia. A causa degli elevati livelli di contaminazione da plutonio nel raggio di 10 chilometri dalla centrale, l’area non potrà essere ripopolata per i prossimi diecimila anni. Dati eclatanti che fanno male e, nel silenzio assordante che mi lascio alle spalle, salgo per l’ultima volta sul bus, pensando malinconicamente che da queste parti gli uccelli non sono ancora tornati a volare...

Foto e articolo di Salvatore Di Noia ©
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