Reportage: Hiroshima, gli origami di gru e la dignità – di Salvatore Di Noia

Febbraio 2018. Il rispetto che l’uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di sé stesso e tradurre in comportamento e contegno adeguati rappresentano la definizione del concetto di dignità, qualcosa di cui ancora oggi a 75 anni di distanza ad Hiroshima si respira nell’aria. Ai nostri occhi la città si presenta silenziosa, ordinata, anonima, fredda e cupa, come è abitudine tipica di molti centri abitati giapponesi nel mese di febbraio. Se non fosse per il nome, Hiroshima sarebbe esattamente una copia perfetta di una qualsiasi metropoli nipponica, con i suoi grattacieli grigi, la sua perfezione architettonica, le sue automobili lucenti, le strade semideserte e una stazione ferroviaria animata da migliaia di anime in fermento costante e tirate a lucido nella loro perfezione. Un fomicolio di esseri tecnologici con gli occhi a mandorla che senza soluzione di continuità si muovono all’unisono come una Babele silenziosa. Eppure di lì a pochi minuti si ergerà davanti a noi ciò che resta della Storia, ciò che è Storia, ciò che l’umanità finge di aver dimenticato ma che più di ogni altro luogo sulla Terra rappresenta l’essenza stessa della brutalità e assurdità dell’essere umano.
Perché questa città non può essere banale o scontata come tante altre metropoli in giro per il mondo. Qui tutto è fermo nel tempo, immobile come una vecchia istantanea in bianco e nero. A tratti sembra quasi un’astrazione dalla realtà, qualcosa di intangibile. Forse perché 75 anni sono tanti per chi ha letto di Hiroshima solo sui libri di scuola o forse perché l’essere mortale non conosce nulla di un’esplosione nucleare, le sue conseguenze e gli effetti nel tempo. O ancora perché le guerre pur essendo vili per indole, sono inenarrabili quando una bomba atomica né è la protagonista. Chissà. È difficile spiegare le sensazioni che si provano ad Hiroshima. A tratti sembra quasi di sognare qualcosa di irrealistico. Certo è che non ci sono luoghi al mondo che incarnano le fattezze di questo posto. In nessun preciso punto su questo pianeta si è compiuto qualcosa di simile a ciò che è accaduto qui tre quarti di secolo fa. Erano le 8.16 del 6 agosto 1945 quando il bombardiere Enola Gay dell’Aeronautica militare statunitense lanciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki. Per la gravità dei danni diretti e indiretti causati dagli ordigni e per il fatto che si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi, i due attacchi atomici vengono considerati ancora oggi fra gli episodi bellici più significativi dell’intera storia dell’umanità.
Il giorno dell’attacco il tempo era variabile esattamente come il giorno della nostra visita alla città. La metropoli si era appena svegliata quando l’armamento della bomba con i suoi 60 kg di uranio 235 fu lanciata su Hiroshima. L’ipocentro era il punto sul terreno immediatamente sottostante al punto di esplosione della bomba atomica (avvenuto a 580 metri dal suolo). Come ha scritto Stephen Walker nel libro “Appuntamento a Hiroshima” (Longanesi 2005), “Nel primo miliardesimo di secondo la temperatura nel punto di esplosione raggiunse i sessanta milioni di gradi centigradi, diventando dieci volte più calda della superficie del sole”. Migliaia di esseri umani si ridussero in cenere o semplicemente scomparvero, gli uccelli si incendiarono in volo, gli alberi divennero carbone. L’onda d’urto, alla velocità di 3.000 metri al secondo, rase al suolo tutto ciò che era sopravvissuto al calore nel raggio di ottocento metri dal punto dello scoppio (all’incirca 60.000 edifici). Ai gravissimi effetti termici e radioattivi immediati (80.000 morti e quasi 40.000 feriti, più 13.000 dispersi) si aggiunsero negli anni successivi gli effetti delle radiazioni che portarono le vittime a quota 250.000. Ma l’orrore non era solo in questi numeri: perché per la prima volta nella storia della guerra un ordigno bellico aveva creato intorno a sé un anello di morte invisibile sotto forma di radiazioni con conseguenze catastrofiche su esseri viventi ed ambiente negli anni a venire.
Proprio dall’ipocentro parte la nostra visita con bimbi al seguito, al Parco della Memoria il luogo simbolo della città. Col naso all’insù, cerchiamo il punto esatto in cui esplose “Little Boy”. Sulle nostre teste per fortuna oggi ci sono solo rondini che giocano a rincorrersi tra i ciliegi non ancora in fiore. Si respira solo un leggero sentore che qui si è scritta la pagina più brutale della storia dell’uomo, proprio quassù, esattamente sopra di noi, come a voler toccare il cielo con un dito. Il Parco della Memoria di Hiroshima (Heiwa Kinen Kōen) è grande oltre 120.000 metri quadrati e i suoi alberi, prati e sentieri sono in netto contrasto con l’area del centro circostante. Prima della bomba, l’area di quello che ora è il Parco rappresentava il cuore politico e commerciale della città. Per questo motivo fu scelto come obiettivo per lo sgancio della bomba atomica. Quattro anni dopo la caduta dell’ordigno nucleare si decise però che l’area non sarebbe stata ristrutturata, bensì destinata a strutture commemorative per la pace. La principale struttura del Parco è costituita dal Museo della Pace. Composto da due edifici, il museo mostra la storia di Hiroshima e l’avvento della bomba atomica sull’area, il suo effetto devastante sulla popolazione e l’umanità intera.
I dettagli visualizzati all’interno sono piuttosto sconvolgenti, a tratti disgustosi all’occhio umano, ma sono basilari per capire gli effetti del nucleare sull’uomo e sulla vita. Un anziano sopravvissuto all’esplosione ci racconta cosa accadde subito dopo. La devastazione dopo il lampo, il niente dopo il tutto, la morte dopo la vita, il buio dopo la luce, il tramonto dopo l’alba. Sensazioni impresse nella mente e nel corpo, ricoperti di ferite ed ustioni. Esperto di origami, improvvisa all’istante alcune splendide realizzazioni di gru, uno dei simboli della rinascita di Hiroshima. Poco distante dal museo, la cupola della bomba atomica (A-Bomb Dome), conosciuta anche come il Memoriale della Pace di Hiroshima, è tutto ciò che rimane dell’ex sala della promozione industriale della prefettura. L’edificio, la cui forma ricorda quella di una chiesa, serviva per le esposizioni commerciali ed è stata una delle poche strutture a rimanere in piedi quel giorno. Patrimonio mondiale dell’UNESCO, l’A-Bomb Dome rappresenta oggi quel legame tangibile e indissolubile tra il presente e il passato di Hiroshima. Tra il Museo della Pace e l’A-Bomb Dome si trova il Cenotafio delle vittime della bomba atomica, una tomba ad arco che ricorda tutti coloro che sono morti a causa dell’esplosione iniziale o dell’esposizione alle radiazioni negli anni a seguire.
Un mausoleo in pietra con un elenco di oltre 220.000 nomi in memoria delle vittime del nucleare. Poco più avanti brucia senza sosta la Fiamma della Pace, progettata da Kenzo Tange, professore dell’università di Tokyo, nel 1964. Ogni anno qui si tiene la Staffetta della Fiamma della Pace, con i corridori che attraversano le città e i villaggi della Prefettura di Hiroshima, chiedendo simbolicamente l’abbandono del nucleare, giorno in cui, se mai accadrà, la fiamma sarà definitivamente spenta. Nell’area è stato eretto anche il Monumento ai Bambini, caratterizzato da numerose teche contenti migliaia di origami di gru, in memoria di Sadako Sasaki, una bambina morta di leucemia nel 1955 all’età di 12 anni. C’è una leggenda in Giappone secondo la quale se si realizzano mille origami a forma di gru (Senbazuru) si può esprimere un desiderio. Anche Sadako Sasaki era a conoscenza di questa leggenda quando si ammalò di leucemia in seguito alle radiazioni rilasciate dalla bomba atomica di Hiroshima.
La migliore amica di Sadako, Chihuko Hamamoto, la incoraggiò a realizzare le mille gru di carta per poi esprimere il suo desiderio di guarigione dalla malattia. Per i restanti 14 mesi di vita Sadako creò gli origami con qualsiasi materiale riuscisse a procurarsi in ospedale. Nessuno sa se Sadako riuscì realmente a realizzare le mille gru. Quel che è certo è che Sadako morì il 25 ottobre 1955: solo una tra le decine di migliaia di bambini vittime della bomba atomica.  Nel 1958 una statua di Sadako che sostiene una gru d’oro è stata inaugurata nel Parco della Memoria. Ai piedi della statua è stata collocata una targa: “Questo è il nostro grido, questa è la nostra preghiera, la pace nel mondo”.

Foto e articolo di Salvatore Di Noia©
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