Reportage: “Euskal Herria Euskaraz!” di Salvatore Di Noia

Paesi Baschi, maggio 2014. Non è facile parlare di Euskadi. I Paesi Baschi sono un mondo a sé, con cultura, tradizioni, usi e costumi propri ed univoci, in cui Nafarroa in Spagna e Lapurdi, Zuberoa e Nafarroa Behera in Francia formano il territorio storico bascofono: Euskal Herria. Un territorio aspro, impervio e verde, sotto un cielo perennemente plumbleo e carico di pioggia, con sullo sfondo il Golfo di Biscaglia a dominare le nostre giornate primaverili. Nel perduto girovagare tra valli e colline, ci imbattiamo nel bel mezzo di una festa basca tradizionale dove veniamo in contatto con un popolo la cui origine non è mai stata accertata. Si pensa che i Baschi siano un residuo dei primi abitanti dell’Europa occidentale ma non vi è certezza in merito. Osservandoli, ti rendi conto che si somigliano moltissimo tra loro, con quel tratto somatico gitano che li accomuna… ma è l’Euskara ad assumere i contorni di una meraviglia assoluta. La lingua basca, assolutamente incomprensibile, ha un ruolo centrale nei termini locali, dato che i baschi si identificano con il termine Euskaldun (“coloro che parlano basco”) e il loro paese viene indicato come Euskal Herria (“terra della lingua basca”). Un idioma isolato fortemente in contrasto con tutte le altre lingue europeeSpagna e Francia stringono ormai i Paesi Baschi in una morsa inesorabile da tempi inenarrabili, fronteggiando con ogni mezzo indipendentismo e audotederminazione insiti nel più profondo dell’animo basco. Ad Urrugne, sulla sponda francese ritroviamo Arturo, amico di vecchia data conosciuto a Belfast durante il suo lungo esilio. Militante dell’ala giovanile dell’ETA, mi parla con orgoglio delle caratteristiche innate del popolo basco la cui voglia di autonomia e indipendenza si scontrano da decenni contro i governi francese e spagnolo che, con ogni mezzo, ne hanno soffocato le aspirazioni. Una lotta che ha trovato il suo massimo rappresentante nell’ETA (acronimo di Euskadi ta AskatasunaPopolo Basco e Libertà in italiano), l’organizzazione armata basco nazionalista creata nel 1958 e sciolta nel 2018. Una storia sanguinosa quella dei Paesi Baschi, culminata con l’assassinio dell’Ammiraglio Carrero Blanco, militare e politico spagnolo componente del cosiddetto “Bunker” (il gabinetto composto dai più stretti collaboratori di Francisco Franco), capo del governo durante la fase finale del franchismo (con Franco capo dello stato), ucciso mentre tornava dalla chiesa dove ogni giorno assisteva alla messa: la sua automobile saltò in aria a causa di un ordigno con 100 chili di esplosivo. Nell’ultimo video-messaggio dell’organizzazione, diffuso il 3 maggio 2018, la voce del latitante Josu Urrutikoetxea (alias Josu Ternera) annunciava: “Abbiamo smantellato tutte le nostre strutture operative ed è conclusa qualsiasi attività dell’ETA. Questa organizzazione non sarà più un attore che assuma posizioni politiche o promuova iniziative. Quest’ultima decisione vuole favorire una nuova fase storica. L’ETA nacque da questo popolo e ora in questo popolo si scioglie”. Dopo Urrutikoetxea interviene anche María Soledad Iparraguirre Guenechea (alias Anboto, e alias Marixol fino al 1994), che fu una degli ultimi capi dei commandos operativi e che ora è detenuta in Francia. Tra un bicchiere di vino rosso (chiamato txikito in lingua basca), o di birra (zurito in lingua basca), Arturo, sulle poetiche note di Oskorri (il più famoso gruppo di musica tradizionale basca) inizia a parlarci dei detenuti politici, centinaia di uomini e donne sparsi in più di quaranta prigioni, nelle regioni più remote e lontane di Spagna e Francia, isolati, “dimenticati” e lontani dai familiari più di mille chilometri. Nelle manifestazioni di protesta in cui ci imbattiamo, ritorna lo stesso copione degli ultimi anni, lo spostamento dei prigionieri politici nei penitenziari presenti sul territorio basco e il rispetto dei diritti umani. La brutalità del sistema carcerario spagnolo vede i militanti di ETA in frequente regime di isolamento, mentre numerose sono le denunce di tortura ai danni dei detenuti. La questione dei prigionieri politici, già centrale in altri processi di pacificazione come Irlanda del Nord e Sud Africa resta il maggior ostacolo alla prosecuzione del processo di pace. Un percorso avviato dalla società basca, ma costantemente osteggiato da Madrid che sceglie la scorciatoia repressiva, sicuramente più congeniale per i degni eredi del franchismo… e quindi, perché stupirsi se sulla morte di alcuni militanti “suicidati” cala un impietoso silenzio? Un silenzio solo mediatico, ma non del popolo basco che in massa porge l’estremo saluto ai compagni scomparsi qualche giorno prima del nostro arrivo, al suono della txalaparta e con linno dell’Eusko gudariakOvunque nei Paesi Baschi è visibile il serpente che si avvolge attorno ad un’ascia con accanto il motto Bietan jarrai” (“perseguire entrambi”), riferito al perseguimento della lotta attraverso i valori di Patria e Libertà. E’ una costante in più e meno giovani, il riferimento all’indipendentismo in ogni pub, bar o luogo pubblico che sia. Qui il tricolore francese e la bandiera spagnola sono banditi, non vi è traccia alcuna e bisogna calarsi nel contesto storico di questo lembo di terra per carpirne i dettagli ed il significato più intrinseco perché, a differenza dei conflitti a sfondo religioso o coloniale, qui vi è un nesso storico tra indipendentismo e resistenza i cui dettagli spesso ci sfuggono. Ciò che è invece più evidente è l’assoluta caratterizzazione di un popolo che si identifica solamente con la propria radice storica di riferimento, una lingua calpestata ed osteggiata, tanto bella quanto rude in cui la radice aitz che significa “pietra”, serve per formare diverse parole. E se per gli storici ciò è la dimostrazione di come questi vocaboli si siano formati prima dell’età del bronzo, per noi è la conferma che siamo in compagnia di un Popolo dalla durezza e fermezza tali da rendere il Paese Basco completamente svincolato dallo scenario franco-spagnolo in cui è forzatamente inserito. Ed è per questo che l’Euskera continua a essere, proprio per l’importantissimo ruolo di coesione sociale svolto, il principale pilastro dell’identità basca. Un’identità unica con un grande desiderio di autodeterminazione, una lotta secolare combattuta con parole, armi e dignità. Come affermava Argala, defunto leader del movimento indipendentista basco: Se ci condannate, dovete condannare anche gli algerini che si opposero all’occupazione francese; i vietnamiti che fecero lo stesso contro le truppe francesi e americane; gli angolani e i moambicani che si ribellarono all’occupazione portoghese, i nostri stessi padri che uccisero i soldati di Franco e tutti quei popoli che hanno deciso di lottare per la loro libertà. Euskal Herria Euskaraz!

Foto e articolo di Salvatore Di Noia © 
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