Reportage: Da Sarajevo a Srebrenica… nel cerchio dell’oblio – di Salvatore Di Noia

Novembre 2014Sarajevo è distesa in una dolce vallata in cui scorre un piccolo affluente del fiume Bosna, la Miljacka. Sarajevo è una città bellissima e struggente, come solo un luogo dilaniato da anni di guerra e di assedio può essere. La città è abbandonata a se stessa, e tutt’intorno si ergono i monti delle Alpi Dinariche da cui un paio di decenni fa si è scatenato l’inferno. Un diabolico piano premeditato di pulizia etnica che ha portato all’assedio più lungo della storia recente. Sarajevo per ben 1395 giorni è stato il simbolo più sanguinoso della guerra in Jugoslavia. Oltre 11.000 morti di cui circa 1.500 bambini. Più di 50.000 feriti. La popolazione della città è oggi di circa 350.000 abitanti, oltre 70.000 persone in meno dell’inizio dell’assedio, ed è quasi interamente composta da bosniaci musulmani, dopo un lungo passato di metropoli cosmopolita. I combattimenti nella città iniziarono il 5 aprile 1992, il giorno prima che la Comunità Europea riconoscesse l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Nei giorni successivi, dalle colline intorno a Sarajevo le forze serbo-bosniache iniziarono un costante ed incessante bombardamento della città usando l’artiglieria pesante, mortai e carri armati. Sulla Città, caddero durante l’assedio proiettili di artiglieria con una media di oltre 300 al giorno, sparati dagli oltre 600 mezzi pesanti posizionati sui monti circostanti. La Città cadde nelle tenebre e nell’oblio, senza luce, acqua corrente, gas, nelle case si congelava dal freddo, i telefoni non funzionavano; quattrocentomila abitanti di una città distante solo 350 km. dalle coste italiane erano sottoposti alla fame, ai bombardamenti ed agli spari dei cecchini. Nessuna zona della Capitale restò immune dall’assedio e, a distanza di oltre vent’anni i segni sono ancora visibili. A Sarajevo, se si escludono i nuovi edifici, non c’è luogo, strada o palazzo indenne dai colpi di mortaio dell’artiglieria serba. I crateri ed i colpi di artiglieria sulle facciate dei condomini sono stati riparati con un po’ di cemento. Interi edifici crivellati e puntellati di sigillature irregolari, fanno da sfondo allo “Sniper Alley”, il famoso viale dei cecchini sede dell’Holiday Inn, uno dei simboli della Sarajevo in guerra. Le granate e le bombe hanno lasciato segni anche sulle strade ed oggi le “rose di Sarajevo”, macchie su marciapiedi e asfalto in cui una vernice rossa ricopre quelle che un tempo erano tracce di sangue, nei punti in cui le granate esplodevano… sono quasi ovunque. “Ce ne sono tante sulle strade della città e sono diventate il nostro simbolo. Con la pioggia luccicano ancora di più, come se il sangue fosse ancora fresco”, mi racconta Zlata, simpatica ragazza dal volto leggero, gli zigomi pronunciati, gli occhi azzurrissimi e un fisico snello. Bella decisamente, figlia della guerra, cresciuta durante l’assedio, degna erede di quella Miss Sarajevo che se la ascolti e hai un’anima, piangi. Ci sono delle vedute meravigliose a Sarajevo. Verdi colline, rose rosse, cielo azzurro, tetti spioventi, uccelli in volo, montagne grandi, minareti sfavillanti e tante “macchie bianche” simili a placche imperfette appoggiate sui lati delle colline. Sono i cimiteri… in cui ci si imbatte non solo camminando ma soprattutto alzando lo sguardo verso le sponde della Città. Tantissimi e grandi, disseminati di tombe in cui l’anno di nascita varia di decenni ma quello di morte è sempre lo stesso…. 1992, 1993, 1994, a volte 1995. Migliaia di tombe con nomi musulmani e lo stesso anno (a volte lo stesso giorno) di morte. Ma l’essere umano sa trovare sempre una via d’uscita… Nei primi sei mesi del 1993, per aggirare l’embargo delle armi ai bosniaci e permettere l’ingresso di aiuti umanitari nella Città, fu costruito clandestinamente il “tunnel di Sarajevo”, che correva sotto la pista dell’aeroporto ed in cui passarono per mesi armi, cibo e materiali di ogni tipo. Secondo alcuni è un vero e proprio monumento alla forza dello spirito umano. Il 30 luglio 1993, alle 20.40, le mani di due persone che scavavano sottoterra, uno nella direzione del centro Città e l’altra del sobborgo di Hrasnica, si toccarono sotto la pista dell’aeroporto, riattivando la linfa vitale ad un Città stremata ed asfissiata. Lungo 760 metri, largo un metro e venti, alto un metro e mezzo, il tunnel collegava le due zone libere della Città, Dobrinja e Butmir, da cui derivava il suo nome in codice D-B. Nel tunnel di Sarajevo si entrava passando per una casa anonima, di proprietà della famiglia Kolar. Oltre ai feriti, dal tunnel passavano alcol, benzina, uova, capre, pezzi di ricambio, armi, legna, sigarette, caffè, militari, gente comune, politici, giornalisti, artisti. Nel 1994 i serbi vennero a sapere dell’esistenza del tunnel e, non conoscendone l’esatta localizzazione, iniziarono a bombardare i dintorni dlel’aeroporto. In uno di questi bombardamenti dodici persone furono uccise, mentre aspettavano il turno per attraversare la galleria. Pochi giorni prima anche il mercato di Sarajevo, era stato colpito, in quel 5 febbraio del 1994, quando una granata lanciata dalle milizie serbe fece 68 vittime. Sono infiniti gli episodi di guerra e violenza nelle memorie dei Sarajevesi, impresse nella mente e nell’animo di una popolazione fondamentalmente docile e riservata, aperta al multiculturalismo e all’integrazione, elementi spazzati via per sempre dall’odio tribale di mostri scesi in terra col solo scopo di uccidere. I mostri hanno un nome e un’identità precisa ed in Bosnia hanno imperversato in lungo ed in largo. In particolare, dal 11 al 15 luglio del 1995, nel piccolo villaggio di Srebrenica, sotto gli occhi increduli del mondo e lo sguardo assente dei soldati olandesi dell’ONU, perpetrarono la strage più grave che l’Europa ricordi dalla fine della Seconda guerra mondiale massacrando a sangue freddo 8372 bosgnacchi (i bosniaci musulmani). In quei giorni al comando delle truppe serbo-bosniache c’era il generale Ratko Mladic che in prima persona rassicurava la popolazione di Srebrenica, una città musulmana in una regione a maggioranza serba della Bosnia, a circa 130 Km. da Sarajevo, millantando che a nessun abitante di Srebrenica sarebbe stato fatto del male. Srebrenica e le colline circostanti sono un mattatoio a cielo aperto. Nel fondovalle di Potocari è ancora in piedi la vecchia fabbrica di batterie dismessa che in quei giorni ospitava il quartier generale dei militari olandesi dell’ONU. La mattanza iniziò il 13 luglio 1995. Mentre migliaia di prigionieri venivano barbaramente uccisi, le Nazioni Unite non fecero nulla per impedirlo e il comandante del battaglione olandese, Thom Karremans, immortalato dalle telecamere, brindava con Mladic alla “brillante operazione militare” per la conquista serba di Srebrenica. I graffiti lasciati dai caschi blu olandesi sui muri della base Onu di Potocari, raccontano tutto l’orrore e l’assurdità della guerra, il razzismo, il cinismo, la crudeltà e la desolazione dei soldati della Nazioni Unite che avrebbero dovuto proteggere i bosniaci musulmani loro affidati, mentre invece permisero che uomini, bambini, adolescenti e anziani innocenti venissero rastrellati e massacrati dai serbo-bosniaci di Mladic. 300 di questi furono addirittura “consegnati” ai serbi e fucilati nei giorni successivi. A quasi 25 anni dal genocidio di Srebrenica i graffiti ed i messaggi incisi da alcuni componenti del Dutchbat (il nome del battaglione olandese dell’Onu) sulle pareti scrostate dell’hangar di Potocari, provocano ancora dolore e sdegno. Al di là della strada che ospita l’ex fabbrica, c’è il grande memoriale di Potocari, dove 8372 stele di marmo bianco ricordano le vittime del genocidio… e lì ti manca il fiato perché sei solo con la memoria e non ci sono parole e pensieri che tengano… il vuoto più assoluto ti assale e come un pugno nello stomaco ti ferisce, fino a sentire il dolore più profondo. Ma sono luoghi ed immagini che bisogna avere il coraggio e la forza di guardare attentamente, in assoluta contemplazione e senso di rispetto, per ricordare e per non dimenticare. Sarajevo e Srebrenica, luoghi dove l’orrore ha regnato insediandosi nelle viscere dei più deboli. Due Città che insieme a tante altre pietre miliari della storia contemporanea in giro per il mondo, sono dentro di me con tutta la loro intensa tragicità. Perché il mio viaggio è soprattutto questo, un costante risveglio della memoria in luoghi dove il vissuto delle persone esercita un richiamo tanto forte quanto la seduzione intellettuale del canto delle sirene.

Foto e articolo di Salvatore Di Noia © 
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