Reportage: Bloody Sunday. The day innocence died… – di Salvatore Di Noia

Derry, 30 gennaio 1972. I soldati del Primo Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico su ordine di Londra, erano schierati sin dal mattino nei pressi di William Street in attesa dei manifestanti che avevano deciso di marciare pacificamente dalle colline di Creggan verso il centro città. In quegli anni turbolenti (The Troubles), centinaia di repubblicani si trovavano in carcere senz’alcuna prospettiva di esser rinviati a giudizio oppure rilasciati: era in atto l’internamento senza processo. La marcia di Derry (Londonderry per gli unionisti), a cui partecipavano anche anziani, donne e bambini, fu organizzata dalla NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association) e in realtà era solo una delle tante che si tenevano nell’Irlanda del Nord per protestare contro questa negazione di diritti civili nei confronti della popolazione cattolica. I paracadutisti di Sua Maestà, comandati dal Colonnello Wilford, avevano ordine di disperdere la manifestazione e aprirono il fuoco sulla folla deliberatamente. Tredici persone, la maggior parte delle quali molto giovani (sei minorenni), furono colpite a morte, mentre una quattordicesima morì nei mesi successivi per le ferite riportate. Molti testimoni, compresi alcuni giornalisti, affermarono fin da subito che i manifestanti colpiti erano disarmati e pacifici. Cinque furono le vittime colpite alle spalle. Nel 2003 un ex paracadutista inglese confessò di aver sparato a Bernard McGuigan, che sollevava un fazzoletto bianco, uccidendolo. Il “Bloody Sunday” fu uno degli eventi più significativi della recente storia d’Irlanda e nei giorni seguenti al massacro di Derry, in centinaia furono i ragazzi che si arruolarono nell’IRA, imbracciando le armi, per combattere contro un esercito di occupazione inviato nel Nord del Paese non con lo scopo di evitare il conflitto tra le due comunità (repubblicana e lealista), ma per tutelare gli interessi britannici in Irlanda con la forza e la violenza più brutali. Oggi come allora, Derry è sempre la stessa, col suo velo bagnato di tristezza che le si avvolge intorno, adagiata sulle sponde del fiume Foyle. Derry è una città a stragrande maggioranza nazionalista in cui le due comunità (cattolico-repubblicana e protestante-unionista) vivono a ridosso di un fiume che ne mantiene ben distinte sia le etnie che i confini settari. La zona orientale è lealista-protestante ed è racchiusa nel piccolo quartiere di Waterside. Al di là del fiume, a ridosso delle mura della città vecchia, si trova l’altro minuscolo quartiere lealista di The Fountain, ormai decrepito, rinchiuso in una gabbia metallica che lo isola dalla maggioranza repubblicana. La parte occidentale della città invece, quella a ridosso del “confine” con la Repubblica d’Irlanda è nazionalista-repubblicana e si identifica con il suo quartiere principale: il Bogside. Il luogo simbolo del Bogside è il Free Derry Corner, iconica parete che commemora l’epoca in cui Derry fu un’area nazionalista autonoma e che, nel lontano 1969, insieme all’intero quartiere cattolico, sopravvisse all’assalto dei blindati dell’esercito britannico nel corso della “Battle of Bogside”, grazie alle barricate erette dalla popolazione civile repubblicana. Un assedio che sancì definitivamente lo scopo dell’establishment britannico e la rinascita della causa nazionalista irlandese. Il numero 33 di Lecky Road non era altro che una delle tante umide e fatiscenti abitazioni di Derry nel gennaio del 1969. Lì il giovane Liam Hillen con un po’ di vernice bianca scrisse su una parete una frase che oggi racconta la storia, il passato ed il futuro di Derry. Una frase semplice che rende attoniti e increduli, rattrista e inorgoglisce, che crea speranza e alimenta un candido desiderio di libertà: “YOU ARE NOW ENTERING FREE DERRY”. Il Bogside oggi come allora, è una distesa di casette a schiera sul fianco di un’ampia collina scoscesa, che volge lo sguardo verso est, ma con le spalle ad ovest, quasi a voler sancire quella sorta di avvicinamento verso la “madrepatria Irlanda” piuttosto che nella direzione della “madre adottiva britannica”, da sempre rifiutata ed osteggiata. Il Bogside visto dall’alto è maestoso ed imponente e rappresenta una delle milestones della storia nordirlandese. Spesso identificato come la “causa di tutti i mali”, ilcovo dei terroristi dell’I.R.A. dalla propaganda britannica, il quartiere nazionalista è equiparabile in termini di resistenza alla West Belfast repubblicana. Ogni anno, dal 1972, a Derry si marcia in silenzio. Migliaia di partecipanti si radunano nella parte alta del Bogside (nei pressi di Creggan) per marciare rispettosamente e pacificamente in ricordo di quelle quattordici vittime innocenti e, quarantasette anni dopo, in quei pochi chilometri di marcia che in circa due ore attraversa tutto il Bogside, il rituale è sempre lo stesso. La bandiera irlandese che apre il corteo, quattordici croci bianche subito dietro e migliaia di anime infreddolite a manifestare affinché mai più un massacro del genere possa verificarsi in giro per il mondo. Ogni anno da allora, il tema della marcia assume i caratteri di verità e ragione a favore di prigionieri politici, vittime e popoli indifesi e, spesso, senza giustizia. Se fino al 2010 nel Bogside si marciava per la verità, oggi a Derry si marcia per la giustizia e contro i mandanti di quel crimine, i generali Michael Jackson, Robert Ford e Frank Kitson, per i quali si chiede un processo giusto ed imparziale sin dal 15 giugno 2010, giorno in cui il primo ministro inglese David Cameron presentò le conclusioni del “Saville Report”, commissionato alcuni anni prima dal Governo britannico, che condannò senza alcuna giustificazione la condotta tenuta in quelle circostanze dai parà inglesi trentotto anni addietro:Sono patriottico e non voglio mai credere a niente di cattivo sul nostro Paese, ma le conclusioni di questo rapporto sono prive di equivoci: ciò che è successo il giorno di Bloody Sunday è stato ingiusto e ingiustificabile. È stato sbagliato”. Oggi durante la marcia ricordo ancora il primo giorno che vidi Derry, nel lontano 1997. Dall’alto la città sembrava bellissima, direi magica, intrigante e a tratti anche un po’ timida. Quando la vidi di notte per la prima volta le sue luci erano bagliori di umanità intrisi di odio e violenza che, come in nessun altro luogo d’Irlanda si erano gradualmente impossessati dei suoi abitanti. A Derry non c’era mai stata una guerra fratricida tra i suoi abitanti com’era successo nel resto del Nord Irlanda, la città era stata protagonista di una orgogliosa resistenza contro la brutalità di un esercito di occupazione, quello britannico e, il “Free Derry Corner”, con il suo fiero messaggio, è ancora oggi assoluto ed imperturbabile testimone, come un baluardo sorridente ed inamovibile mai scalfito dal tempo e dalla pioggia.

Foto e articolo di Salvatore Di Noia © 
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