Renaissance: “Azure d’Or” (1979) – di Ivano Morandi

“Azure d’Or” è un album controverso, capace di suscitare pareri discordanti, sin dalla sua uscita nel 1979. Fu registrato presso i Maison Rouge Studios di Londra, tra il novembre del 1978 e il febbraio del 1979, quando il movimento Prog aveva già da tempo rallentato in modo significativo i battiti del proprio cuore, sommerso dall’onda Punk e dalla voglia di riportare il Rock alle origini, spogliandolo delle vesti spesso troppo sontuose che si erano aggiunte con il passare del tempo. Le canzoni tornavano a essere flash emozionali semplici e diretti che condensavano le pulsioni di una generazione cresciuta nel disagio sociale degli anni 70 e, le lunghe suites che avevano scritto pagine indimenticabili di romanticismo e avanguardia, venivano accantonate. Molti gruppi che avevano contribuito alla nascita e all’apogeo del Prog si erano da tempo defilati, evolvendosi spesso in ibridi che poco avevano a che fare con il loro glorioso passato. Tra questi sicuramente non ci sono i Renaissance, alfieri del Rock Progressivo Romantico, fatto di lunghi brani classicheggianti e orchestrati; connubio perfetto tra Classica e Rock. Un gruppo che aveva regalato ai fans grandi album, e suites epocali, capaci di smuovere all’unisono cuore e cervello, generando quel sottile piacere emozionale che solo la musica è in grado di produrre. Anche per loro però, l’orizzonte musicale era cambiato, e il presente era meno favorevole alla loro concezione musicale. E’ in questo spazio temporale che venne pensato “Azure d’Or”, vero e proprio spartiacque musicale nella storia della Band, che spiazzò ogni tipo di possibile utente. Non piacque ai vecchi fans del Gruppo, che si aspettavano comunque una proposta musicale più in linea con il passato, men che meno ai nuovi fruitori di musica: laceri, arrabbiati e in lotta con i vecchi dinosauri del Rock. Eppure il disco, analizzato adesso che il tempo lo ha cristallizzato nella sua giusta dimensione, è davvero bello: diverso, forse di transizione, ma decisamente bello. Con questo album i Renaissance smettono di utilizzare l’orchestra, che tanto aveva contribuito a caratterizzare il loro sound, scegliendo di fare tutto in proprio, sovraincidendo e doppiando alcuni strumenti, cercando di ottenere un suono orchestrale meno pomposo, certamente più scarno ed essenziale, ma ugualmente ricco di fascino. Anche se le composizioni cambiano volto, e i lunghi brani lasciano spazio a momenti musicali più brevi, trattenendo però la cifra stilistica della loro musica, lasciandone tuttavia inalterato il cuore pulsante. Con “Azure d’Or” il Prog si fa dunque canzone, e si avvia verso una strada nuova e per certi versi inattesa. Per molti gruppi fu una rivelazione – “L’Alba di una nuova Specie” – capace di rigenerare l’intero movimento attraverso un’idea musicale che continuava a perpetuarsi nel tempo, innovativa e al contempo fedele alla sua immagine filosofica. A pensarci bene, appare logico che siano stati proprio i Renaissance a varcare quella soglia. In fin dei conti, la storia della Band è un vero e proprio esempio di rigenerazione, che parte dal Post Beat per arrivare alle vette del Prog sinfonico. Alla fine degli anni sessanta, un gruppo storico del primo Rock inglese, gli Yardbirds, si sciolgono, liberando una serie di musicisti che, seguendo varie vie, scriveranno a grandi lettere la Storia del Rock. I tre principali chitaristi che suonarono con la Band, Eric Clapton, Jimmy Page e Jeff Beck, erano già da allora destinati all’Olimpo, dopo aver contribuito con il loro Beat duro e sperimentale, ad aprire la via che conduceva dritta all’Hard Rock e al conseguente Heavy Metal, mentre per altri si spalancavano le porte di una ricerca musicale diversa. Keit Relf e Jim Mccarty, rispettivamente cantante e batterista degli Yardbirds, si trovano accomunati in eguali passaggi musicali, il cui orizzonte è di un altro mondo. Formano i Together, un gruppo acustico di buon livello di cui si possono trovare tracce mediante il pregevole singolo Henry’s Carling / Love Mu and Dad, pubblicato per la Columbia nel 1969. A questo punto però vogliono di più, e decidono di formare una vera e propria band. Assieme al bassista Louis Cennamo, al pianista John Hawken e a Jane Relf – sorella di Keit, ingaggiata come vocalist aggiunta  si lanciano in una vera e propria sperimentazione sonora tendente a far coesistere Folk, Rock ed elementi classici, in un insieme molto innovativo. Sono nati i RenaissancePaul Samwell-Smith, ex bassista degli Yardbirds, produce il loro primo disco – il cui titolo è semplicemente il nome della Band – che viene pubblicato nel 1969 dalla Island. Renaissance” è un buon album, con atmosfere lievi e rarefatte, che rispecchiano in pieno gli intenti del Gruppo, creando le basi per un tour americano che ottiene un discreto successo, nonostante la mancanza del classico hit capace di attirare il pubblico. Un secondo album vede la luce due anni dopo, nel 1971, pubblicato dalla Elektra americana. Illusion” – questo il titolo – viene inizialmente distribuito solo in Germania, considerata più incline ad accettare la delicata alchimia musicale della Band. Si tratta di un disco particolare, nel quale convivono musicisti con evidenti divergenze musicali, ma comunque ben amalgamato e di ottima fattura. Lo scarso successo commerciale mette però fine alle velleità del quintetto, che si dissolve poco dopo lasciando il solo McCarty a cercare nuovi musicisti per tenere in vita la Band. Da qui in poi la storia prende una direzione del tutto inspettata. McCarty abbandona il progetto, e i Renaissance rinascono con una line up del tutto nuova, senza nessun collegamento con il recente passato musicale. La Band cambia pelle, e il sound si fa preciso, circostanziato. Il Folk Rock diventa più elettrico, e le citazioni classiche prendono in un certo senso il sopravvento. Nelle lunghe composizioni che contraddistinguono la discografia del Gruppo si possono percepire chiaramente echi romantici dovuti all’influenza di Bach, Chopin, Albinoni, Debussy e Ravel; uniti a passaggi nei quali sono predominanti le orchestrazioni più moderne, tipiche di Rimskij-Korsakov, Rachmaninov e Prokofiev. Nell’insieme il Gruppo trova il suo stile, i dischi sono una vera e propria delizia, e arrivano al momento più opportuno, quando quello che passerà alla storia come Progressive sta dando il meglio di sè, con una serie di album leggendari. A Traghettare la Band verso questo traguardo è soprattutto Michael Dunford, discreto chitarrista amico di vecchia data del pianista Hawken. I due si conoscevano sin dai tempi dei Nashville Teens, oscura formazione inglese attiva negli anni sessanta che propinava il classico British Pop in voga in quel periodo. La vecchia amicizia fa sì che si giunga all’embrione della nuova Band. Con loro ci sono anche Jane Relf come vocalist, Terry Slade alla batteria e Neil Korner al basso. Questa line up ha comunque vita breve. Hawken abbandona il progetto per unirsi agli Strawbs, Keit Relf e Louis Cennamo vanno a formare gli Armageddon, e i superstiti si mettono alla ricerca di quello che manca loro per diventare un gruppo stabile. Dopo un periodo di transizione, si arriva a una formazione relativamente equilibrata, che vede Dunford alla chitarra, John Tout al pianoforte, Jon Camp al basso e Terence Sullivan alla batteria. La svolta più radicale si ha quando Rob Hendry entra a far parte del progetto, lasciando a Dunford il ruolo di compositore e arrangiatore. In pratica la mente” della Band partecipa alle prove, scrive i pezzi e li arrangia, ma non è effettivamente uno dei membri attivi del gruppo. I testi vengono affidati a Betty Tatcher, poetessa con un discreto seguito originaria della Cornovaglia.Fatto più unico che raro nella Storia del Rock, i Renaissance sono una band nella quale gli autori sono esterni alla line up musicale. L’ultimo tassello per completare il complicato puzzle è, ovviamente, la voce. Annie Haslam viene a sapere dalla sua vecchia amica Betty Tatcher che il gruppo è alla ricerca di una vocalist. Una volta effettuato il provino, tutti restano affascinati dalla sua notevole tecnica vocale. Annie diviene immediatamente parte integrante del progetto. Siamo arrivati alla fine di un lungo percorso creativo: i Renaissance sono pronti a spiccare il volo. Il loro primo album, intitolato significativamente Prologue” viene pubblicato nel 1972. Da qui in poi sarà un susseguirsi di album epocali che faranno di loro una delle realtà più belle del Prog sinfonico. Con Dunford rientrato in pianta stabile nella line up, che rinuncia definitivamente alla chitarra elettrica, vengono pubblicati dischi come Ashes Are Burnings” del 1973 e Turn of the Cards” del 1974, che contengono classici come Can You Understand, Carpet of the Sun e Mother Russia. Il consenso di pubblico è notevole, e la Band viene catapultata direttamente nella dimensione dei grandi.“Scheherazade and the Other Stories” del 1975, contiene la bellissima Trip to the fair e, soprattutto, la monumentale Song of Scheherazade, suite di ventiquattro minuti che occupa l’intera seconda facciata del disco. E’ la splendida rielaborazione della Scheherazade di Rimskij-Korsakov, nella quale la Band raggiunge probabilmente la vetta della propria produzione. E’ giunto il momento di pubblicare un live, e il bellissimo Live at the Carnegie Hall”, del 1976 rende palese la qualità dei loro concerti, perfetti in ogni dettaglio, ricchi di phatos e di cuore. Nel 1977 esce Novella”, e l’anno seguente A Song for All Seasons”, che contiene quello che è il loro maggior successo: Northern Lights. Nel frattempo il clima musicale è repentinamente cambiato, e i Renaissance si trovano combattuti tra la necessità di modificare il loro impianto sonoro, rendendolo fruibile anche al nuovo pubblico, e il proseguire su una strada ben nota ma ormai senza sbocchi. Siamo nel 1979, l’anno di Azure d’Or”. Jon Camp si fa carico della maggior parte delle composizioni, e John Tout utilizza in modo massiccio il sintetizzatore per dare corpo al nuovo sound. Come precedentemente detto, il cambiamento non piace ai fans che si aspettano un ritorno a composizioni più elaborate e complesse, ma il disco è destinato a diventare una sorta di pietra angolare della produzione della Band. Il linguaggio sonoro è differente, come del resto l’approccio dei musicisti al nuovo materiale. La durata dei brani scende repentinamente – al massimo cinque minuti – senza tuttavia incidere sulla qualità del prodotto finito. Anzi, a distanza di anni si può apprezzare maggiormente lo sforzo dei musicisti atto a staccarsi da un passato divenuto ormai ingombrante, senza tuttavia saturare la loro impostazione classica. L’album si apre con la notevole Jekill and Hyde, poco meno di cinque minuti che mettono subito in chiaro le cose. Annie canta in modo superbo e la melodia risulta immediatamente fruibile. L’orchestrazione è compatta e perfettamente equilibrata, e l’uso del sintetizzatore non intacca in alcun modo la linea musicale della Band, che si presenta con un brano tipico della sua produzione. Segue la delicata The Winter Tree, nella quale la linea di basso detta il ritmo e la chitarra acustica incomincia la melodia, splendidamente sostenuta dalla voce di Annie. Only Angels Have Wings è un brano che si snoda sul tappeto sonoro costruito dalle tastiere di Tout, mentre il cantato è affidato a Camp, con la voce di Annie che spicca nel refrain, seppur relegata al ruolo di backing vocal. La seguente Golden Key è il gioiello dell’album e racchiude in sé il nuovo corso della Band. Melodia semplice e perfetta, con il piano che accompagna la voce in un crescendo che sfocia in un pieno sonoro di rara bellezza. Le tastiere simulano l’orchestra, regalandoci sprazzi di puro Prog sinfonico. Forever Changing chiude la prima facciata. Si tratta di una bellissima ballata, condotta in modo impeccabile dalla chitarra acustica di Dunford, che ci regala un brano a chiare tinte Folk, sempre in equilibrio fra tradizione e rivisitazione. L’ascolto del lato A stupisce per qualità e continuità. Il perfetto susseguirsi dei brani regala davvero grandi emozioni. La seconda facciata si apre con Secret Mission, brano ritmato nel quale ancora una volta possiamo apprezzare la qualità delle melodie create dalla Band, perfetto esempio della fusione tra atmosfera progressive e canzone. Molto bello lo stacco di chitarra acustica e il delicato lavoro del pianoforte. La seguente Kalynda è invece una ballata classica dai toni decisamente Folk, con un elegante intreccio disegnato dalla chitarra acustica e da quella elettrica. Le percussioni entrano poi a dare corpo alla canzone, che si snoda in modo suadente, sostenuta dalla voce di Annie, come sempre efficace e misurata anche nei toni alti. The Discovery è l’unico brano strumentale del disco, nel quale possiamo ritrovare sprazzi dei Renaissance prima maniera, anche se ora la parte orchestrale è tutta nelle mani di Tout. Il brano ha un andamento decisamente Rock, con la chitarra elettrica che drappeggia a volte un tessuto sonoro vagamente iberico, e il pianoforte impegnato a sostenere il ritmo. Un brano che condensa in quattro minuti abbondanti il nuovo corso della Band. Friends è un’altra canzone breve, almeno per i canoni dei Renaissance, e si pone come un interludio semplice e molto easy listering che introduce la conclusiva The Flood at Lyonsbrano decisamente Prog che ha un inizio alla EL&P, stemperato subito dal suono classico della Band. E’ sicuramente il brano più legato ai Renaissance tradizionali, con un incedere maestoso e classicheggiante, che ha il compito di chiudere degnamente il disco. Quello che resta, una volta terminato l’ascolto dell’album è una sensazione piacevole, figlia della freschezza del suono e della scelta, perfetta, di reinventare il Prog adattandolo al formato canzone. Gli anni ottanta sono alle porte, con tutto il loro scadente carico di tecno pop e dance, ma qui siamo ancora dalle parti della musica espressiva, fatta da musicisti che sanno scrivere e suonare, il cui fine ultimo è quello di suscitare emozioni. Se cercate il lato più sinfonico del Prog, allora rivolgetevi alle prime cose della Band, ma se volete gettare uno sguardo all’evoluzione del genere, Azure d’Or” è il disco che fa per voi. Ascoltatelo, o riascoltatelo, e ve ne accorgerete.

Lato A: 1. Jekyll and Hyde. 2. The Winter Tree. 3. Only Angels Have Wings.
4. Golden Key. 5. 
Forever Changing.
Lato B: 1. Secret Mission. 2. Kalynda (A Magical Isle). 3. The Discovery (Instrumental). 
4. Friends. 5. 
The Flood at Lyons.
Annie Haslam: lead (1, 2, 4 – 7, 9, 10) and backing vocals. 
Michael Dunford:
Guitars. John Tout: keyboards. 
Jon Camp: bass, backing and lead (3) vocals, guitars.
Terence Sullivan
: drums, backing vocals, 
(4) percussion.

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