“Rediscovering the Atomic Rooster” – di Maurizio Garatti

La storia degli Atomic Rooster ha radici lontane, che vengono dal 1968, e raccontano di una Band che con il passare del tempo ha assunto i connotati del mito: stiamo parlando di The Crazy World of Arthur Brown, che proprio in quel periodo pubblicano il loro disco d’esordio. Nella band, oltre al celebre leader, troviamo un tastierista destinato a entrare di diritto nella Storia del Rock: si chiama Vincent Crane, e il suo approccio musicale è innovativo e terribilmente affascinante, tanto da rivaleggiare con lo stesso Brown per popolarità e carisma. Vincent però soffre di disturbi mentali e, durante il primo tour negli USA del gruppo, sempre nel 1968, ha un esaurimento nervoso che lo costringe a tornare in Inghilterra e a trascorrere quattro settimane nell’ospedale psichiatrico di Banstead. L’anno seguente succede più o meno la stessa cosa, con Crane che letteralmente scompare per trascorrere del tempo in una Comune, determinando di fatto la dissoluzione della Band. Tornato relativamente in sé, il tastierista si unisce al batterista degli ormai defunti Crazy World per dare vita a un nuovo gruppo. Insieme a Carl Palmer (di cui in seguito il Rock sentirà parlare a lungo) rientra in Inghilterra: è il 13 giugno del 1969, l’anno del Gallo secondo il Calendario Cinese, e i due musicisti si incontrano con Brian Jones per dare vita a una collaborazione. Brian però ha un appuntamento con il destino, e il 3 luglio dello stesso anno la sua avventura termina sul fondo di una piscina, interrompendo sul nascere una storia che avrebbe potuto essere bellissima. Crane e Palmer non si perdono d’animo, hanno dalla loro parte il fuoco della passione e della gioventù: reclutano Nick Graham al basso, eleggendolo anche a voce del gruppo, e danno il via alla loro avventura. Iniziano a proporsi sulla scena londinese aprendo anche per i Deep Purple, che già iniziavano a essere noti, il 29 agosto un concerto presso un Liceo cittadino. Nel dicembre di quell’anno per loro fondamentale entrano in sala di registrazione, dopo un accordo con la B&C Records, per registrare il loro primo album. Con l’aggiunta di John Du Cann alla chitarra, ecco pronto “Atomic Roooster”, che esce nel febbraio del 1970, incontrando il plauso della critica specializzata. La voglia di proseguire su questa strada è davvero tanta, ma nel breve volgere di pochi mesi le cose cambiano in maniera radicale: Palmer lascia, unendosi a Greg Lake e Keith Emerson per dare vita a uno dei gruppi più famosi al mondo, mentre Graham se ne va in cerca di altre avventure molto meno note. Il trio rimasto non perde comunque tempo e, già nell’agosto dello stesso anno, ecco uscire il secondo disco: “Death Walks Behind You”. Du Cann si fa carico delle parti vocali, e una linea dell’Hammond di Crane genera il basso che sostiene la ritmica. L’album risente in qualche modo del cambio di registro, ma l’entusiasmo e la creatività della band sopperiscono in qualche modo ai lati più deboli, e il risultato è comunque di ottimo livello, anche se la critica la pensa in modo differente. Crane è il leader del gruppo, nonostante i suoi evidenti problemi psichici, ma la gestione dei musicisti non è certo il suo forte, e il fitto panorama musicale di quegli anni non aiuta certo la stabilità della formazione, per cui una nuova rivoluzione è in arrivo, e porta con sé il terzo disco del gruppo: In Hearing Of” (1971)… e su questo album ci sono molte cose da dire…. iniziando dalla splendida copertina di Roger Dean. Che Roger sia il genio indiscusso per ciò che concerne gli artworker dell’epoca, è cosa risaputa, e anche in questo caso la splendida figura dell’arzilla vecchietta che si avvicina speranzosa munita di cornetto acustico è geniale e splendidamente eseguita. La copertina racconta una storia a sé, con la protagonista che fugge poi terrorizzata dopo aver sentito di cosa si tratta, e introduce un album a cui vanno riconosciuti i giusti meriti. Completamente travolto da una critica che definire negativa è riduttivo, “In Hearing Of” è invece un solido e robusto disco di Hard Rock Progressive, ben bilanciato e ottimamente suonato, con almeno tre pezzi decisamente sopra la media. Molto al di sopra. Non è certo il solo caso di album ingiustamente bistrattato, ma qui appare evidente quanto sia spesso fuorviante per il pubblico lasciarsi cullare dalle parole della cosiddetta “stampa specializzata”. Negli anni che passarono alla storia come quelli che modificarono in modo essenziale la musica e il modo di fruirne, oltre ad assistere al prodigioso fiorire di una quantità stupefacente di grandi gruppi, si venne a creare un compatto gruppo di giornalisti musicali che si arrogavano il diritto di dire ciò che era bene e ciò che era male: pennivendoli che si ergevano a protagonisti. Leggere i loro scritti, e prenderli a riferimento, è ancora oggi un un errore da non commettere. Troppo spesso il “giornalista” si erge a vero protagonista: quello che conta non è il disco di cui sta parlando, bensì lo scritto che sta producendo. La voglia di protagonismo è tale da portare spesso alle estreme conseguenze, alla totale assenza di obbiettività in favore di un inutile esercizio di stile atto a farsi depositario della verità assoluta. Leggendo qua e là tra le riviste dell’epoca, ci si imbatte di sovente in deliranti scritti, che esaltano o affossano alternativamente, entro i quali si ha la netta percezione della ridicola voglia di protagonismo di chi dovrebbe solo scrivere di musica. Il buon Guccini ebbe modo di dire la sua in un suo celebre brano: “(…) tanto ci sarà sempre lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete, a sparare cazzate (…)”. Tornando quindi al disco in questione, direi che è il caso di affrontare una doverosa “revisione critica” di quella subita a suo tempo. Preceduto dal singolo Devil’s Answer, l’album esce nell’agosto del 1971, proponendo una sostanziale novità: Crane arruola Pete French, vocalist dei Leaf Hound, e gli affida la parte vocale del disco, convinto che alla band manchi qualcosa in quel settore. Ha ragione ovviamente, e la prova sono le sette canzoni che compongono il disco (l’ottava, Black Snake, è cantata dallo stesso Crane). Il suono è maturo, compatto, ben strutturato e la scelta di non avere una linea di basso è valida e significativa: Crane si dimostra abilissimo nel gestire la ritmica, e i brani sono uno sfavillante compendio di puro Hard Rock Progressive. Dall’iniziale Breakthrough, ritmata e sudente, passando attraverso la splendida Decision/Indecision dall’incedere tipico della ballata blues, per arrivare all’ipnotica Black Snake e alla sincopata Head in the Sky, tutto pare essere perfettamente funzionante, nonostante il senso di precarietà nel quale la band vive costantemente. In effetti dopo la registrazione del disco, Du Cann abbandona i compagni per divergenze mai appianate con il leader, venendo sostituito da Steve Bolton, mentre French passa ai Cactus alla fine del tour americano che segue la pubblicazione del disco. Gli Atomic Rooster si dimostrano in tutto e per tutto un sodalizio che letteralmente è un “work in progress”, perennemente in balia dei flutti della mente del leader… ma la musica, quella è comunque splendida, e trasmette ancora molta emozione: le partiture del disco sono molto moderne, e farebbero la fortuna di qualsiasi band attuale. Ci saranno altri dischi in seguito, e altre formazioni, ma la tela fine e complessa di “In Hearing Of” resta a nostro giudizio insuperata: uno spaccato della genialità di un personaggio legato ad un’epoca. Quando nel 1989 Crane morirà a soli 45 anni, in seguito a una overdose non accidentale di Anadin (un antidolorifico a base di aspirina, paracetamolo e caffeina), il Rock perderà un altro artefice di un epoca caratterizzata da vette così elevate da togliere il fiato.

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