Real Estate: “In Mind” (2017) di Andrea Sala

I Real Estate sono una band del New Jersey apparsa sulle scene nel 2009. Oggi ci presenta il quarto album dopo un cambio di formazione che ha visto un avvicendamento per quanto riguarda la chitarrista solista. Julian Lynch ha rimpiazzato Matthew Mondanile, senza che questo, comunque, abbia  intaccato il sound del gruppo. Sin dagli inizi la Band ha proposto brani identificabili in uno stile Indie-Pop melodico che strizza l’occhio ad una leggera vena psichedelica: e questo resta il loro target. Al primo ascolto “In Mind” mette in mostra una buona qualità di registrazione, con suoni molto chiari e tutti gli strumenti molto ben distinti ed identificabili. Personalmente trovo forse i suoni più alti leggermente compressi, ma comunque ben bilanciati nell’editing finale. Basso, tastiere e voci sono invece equalizzati con gusto ed il suono finale è certamente al passo coi tempi, con scelte di produzione tipicamente USA che prediligono l’assieme piuttosto che il particolare. tuttavia la tecnica non è sufficiente a garantire il risultato artistico dell’album. Il primo pezzo, Darling, riassume molto bene lo spirito di tutto il disco, con atmosfere melodiche e vagamente ipnotiche, senza però sbocciare in nessun inciso memorabile. Questa caratteristica la si ritrova un po’ in tutte le altre canzoni dell’album: si ha sempre la netta impressione che i brani inizino con melodie interessanti, per poi presentare una totale assenza di bridges introduttivi al cuore del brano, che in effetti non arriva mai. Lo stile generale è molto legato al clichet della scelta artistica e anche dopo molti ascolti è quasi impossibile discernere i vari brani. Ovviamente vi sono alcune eccezioni: Holding Patterns ha un ritmo e una melodia interessanti, con un inciso “go round in circle” dalle reminiscenze Harrisoniane. Interessante la proposta di Diamond Eyes, basata su un ritmo beat suonato ad arte con le spazzole, e un arrangiamento vagamente country-psichedelico che la rende quantomeno appetibile. Chiude il disco la simpatica Saturday, che richiama alla mente  gli Smith dei tempi d’oro, senza però convincere completamente, nonostante un bell’assolo di chitarra ricco di sonorità distorte e ipnotiche. “In Mind” risulta sostanzialmente piatto e, a mio avviso, non trasmette emozioni indimenticabili; diciamo che è un disco piacevole, ben suonato e inciso con buona tecnica, ma è difficile pensare che possa essere ricordato a lungo. Ovviamente il miglior giudice sarà poi il pubblico. Buon ascolto a voi.

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