Re Nudo: “La tua prima luna” – di Maurizio Fierro

La prima è stata Mondo Beat, storica pubblicazione autogestita dall’omonimo movimento durante la stagione del beat milanese, quella dei capelloni e dei barbudos vicini a Melchiorre “Paolo” Gerbino e Vittorio Di Russo, gravitante intorno a piazza del Duomo, alla loggia dei Mercanti e al campeggio hippy di via Ripamonti (“Barbonia City”, secondo un celebre articolo apparso su Il Corriere della Sera, che ne accelera lo sgombero) a metà degli anni Sessanta. Timidi vagiti di contestazione underground, sull’esempio delle fanzine californiane vicine a Mario Savio e al Free Speech Movement dell’Università di Berkeley, e a quelle dei Provo di Amsterdam. Non certo uno scontro frontale con lo status quo… piuttosto una lenta emersione dalla parte sbagliata della barricata, quella meno protetta, occupata dagli emarginati di ogni spericolata avanguardia. Poi arriva Re Nudo. Siamo a Milano, nel novembre del 1970, e d’un tratto la faccia oscura della normalità viene illuminata da chi è incapace di accettare la gerarchia di valori e di significati che i più attribuiscono al mondo. Da quel momento, anche in Italia, il movimentismo del proletariato giovanile trova la voce per urlare la propria voglia di autodeterminazione, nell’illusione di un cambiamento non più procrastinabile. Allora lo slogan della neonata rivista, “il tempo libero diventi tempo liberato”, diventa fiducia nella ribellione, nella disobbedienza, con l’intento di mostrare il Paese con altri occhiali che non siano quelli omologati dall’establishment. Ma dietro ogni progetto contro c’è un’idea, e dietro ogni idea un sogno, che magari assomiglia da vicino a un’utopia. Quella di Re Nudo appartiene ad Andrea Majid Valcarenghi e alla sua tribù. Obiettore di coscienza d’antan, già militante nei Provos milanesi di Onda Verde, Valcarenghi, insieme alla sorella Marina e ad alcuni amici (Michele Straniero, Roberto Pieraccini e Guido Vivi fra gli altri), fonda una rivista che, nell’ecosistema del proletariato giovanile, si propone l’arduo compito di coniugare, in un linguaggio comprensibile a tutti, hippismo e lotta di classe, tematiche personali e sociali, istanze creative e impulsi settari propri della galassia extraparlamentare militante. Insomma: politica e controcultura in senso lato e, se la prima, rivendicativa e rivoluzionaria, non può prescindere dal mito della classe operaia (da qui le spericolate controinchieste volte ad alzare il velo su depistaggi e fake news ante litteram da parte dello Stato), la seconda, visionaria e spontaneista, trova nell’esplosione woodstockiana e nella filosofia che l’accompagna un fertile terreno di coltura in cui innestare i semi del cambiamento, nella speranza che germoglino prosperosi. I festival pop come happening di cultura alternativa diventano allora un nuovo orizzonte, spingendo la lotta un po’ più in là, alla ricerca di spazi nel sociale che non siano solo quelli delle fabbriche, delle scuole e delle carceri. D’altra parte, l’attenzione al tempo libero del proletariato è una delle maggiori preoccupazioni della controcultura e, nonostante i diktat della sinistra dottrinaria (la cui ortodossia proibisce ai propri militanti di partecipare ai concerti di musica rock, delegittimati a passatempo borghese), la musica viene considerata da gran parte del movimento underground una possibilità di emancipazione e di crescita. Un rock alla portata di tutti, però, e non solo di chi può permettersi il biglietto a un concerto, che si traduce nell’inizio di un lungo e movimentato processo di lotta per la riduzione del prezzo degli ingressi nei concerti pop: un processo in cui non si contano gli scontri con le forze dell’ordine. L’autogestione e l’organizzazione degli spettacoli musicali diventa un nuovo fronte nella lotta al “sistema”, l’alternativa ai concerti dei “padroni” e al business del mercato dell’industria discografica. Niente Led Zeppelin al Vigorelli, o Santana all’Arena… e neppure Lou Reed al Palalido. Solo spettacoli senza divi e soubrette. Come quello organizzato dalla redazione di Re Nudo il 25 e il 26 settembre 1971. Non siamo in California ma in Lombardia, un salto geografico che è come un salto quantico, alla luce dell’esaurirsi dell’illusione hippy nel mondo anglofono. Una vallata in località Montalbano, sopra i boschi di Lecco e poco distante da un paese che si chiama Ballabio, diventa una sorta di Monterey italiana, e sul numero sette della rivista (dopo il famoso numero sei, quello della mini scissione di Gianni-Emilio Simonetti e dei situazionisti, in polemica con la direzione data al giornale da Valcarenghi, poco propenso a una reale azione rivoluzionaria) un lungo articolo illustra il programma del festival. Una novità assoluta nel panorama italiano, visto il monopolio della televisione nazionale su tutte le manifestazioni musicali. L’organizzazione allestisce il palco e si occupa delle luci e dell’impianto audio, mentre la mensa offre al prezzo simbolico di cento lire bibite e panini. Una lunga strada fra i boschi sopra Lecco conduce alla radura di Montalbano, e gli allibiti abitanti di Ballabio vedono sfilare una processione laica su cui aleggia una nube psichedelica, fra freak e militanti situazionisti, hippy e musicofili, capelloni e nudisti, creativi di Brera e hippy di Terrasini guidati da Carlo Silvestro e Silvia Fardella, sedicenti artisti d’avanguardia e giornalisti d’assalto, tutti accorsi per ascoltare i Trip, Claudio Rocchi, i Wild Dogs, Jonathan, Stormy Six, i Pacco degli inseparabili Eugenio Finardi e Alberto Camerini, Garybaldi, Come le Foglie, Capsicum Red, The Lee, Johnny di Brera, La Drogheria di Solferino con Marco Ferradini. L’inno ufficiale del festival è La tua prima luna, di Claudio Rocchi e, da sabato a domenica, circa diecimila ragazzi e ragazze accorsi da ogni dove, trascorrono trentasei ore di buone vibrazioni, fra boschi, meditazione, cannabis e sesso libero: “più una grande festa che un festival: il primo giorno della nostra era”, come dirà Claudio Rocchi. Ore splendidamente raccontate da uno che c’era, Matteo Guarnaccia, nel suo “Re Nudo Pop & altri Festival”. Poteva essere l’inizio di qualcosa e forse lo fu, se è vero che dopo quello di Lecco sarebbero seguiti altri festival organizzati da Re Nudo: quello di Zerbo (Pavia) del 1972, quello all’Alpe del Vicerè (Como) l’anno dopo, e poi quelli di Parco Lambro, a Milano, nel 1974, 1975, fino all’ultimo, quello travagliato del 1976, che avrebbe decretato la fine dell’ideologia della festa… ma quel primo Freefolkpop Festival di Lecco sarebbe rimasto un unicum nel panorama musicale italiano, una sorta di ideazione del futuro attraverso un “be in” di umanità alternativa, il primato del senso del possibile su quello del reale. Fu come un breve incantamento, un attimo prima che l’alfabeto del cinismo diventasse la base lessicale del vocabolario condiviso.

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