Ray Davies: “Americana” (2017) – di Andrea Sala

Non finisce mai di stupire questo cavaliere del British beat-psyc-acid rock, anche ora che ci propone questa nuova avventura “Americana”. Il disco prende spunto da un libro autobiografico dello stesso Davies, pubblicato nel 2013, ove viene celebrato il suo lungo rapporto di amore/odio con gli States e, diciamo subito che questa potrebbe in qualche modo esserne la colonna sonora. I brani sono di fatto delle foto musicali di alcuni scorci cari all’artista (o da lui odiati), dell’America vista con gli occhi di uno dei principali interpreti della British Invasion. I testi sono sempre permeati di ironia e di quello humor, tipicamente anglosassone. Non siamo dunque di fronte ad una mera celebrazione dell’America dei telefilm o dei colossal, bensì di come questa grande terra viene percepita da un grande artista britannico, nel bene e nel male, con tutti i suoi pregi e con i suoi mille difetti. Alcuni brani sono arrangiati volutamente in maniera marcatamente americana (A Place in Your Heart, Rock’n’Roll Cowboys, The Mystery Room, A Long Drive Home to Tarzana), ma l’echo delle sonorità statunitensi permea di fatto un po’ tutti i brani. La cosa che abbiamo veramente apprezzato è stata però la capacità di creare il giusto mix tra una produzione tipicamente inglese e l’utilizzo di strumenti classicamente americani quali il banjo e la slide guitar. La pulizia dei brani, infatti è tipica delle migliori produzioni d’oltremanica, ma i suoni sono selezionati dalla cultura popolare americana. Vi sono poi canzoni come The Great Highway che di fatto potrebbero trovarsi tranquillamente in uno degli album di fine anni 70 dei Kinks. In questi casi si predilige trasmettere il messaggio con le liriche piuttosto che con i suoni country o folk. Si ritorna poi alle atmosfere country con l’autocelebrativa The Invaders, che tratta appunto di come il fenomeno della British Invasion veniva percepito nelle campagne americane; il gran finale spetta a Wings of Fantasy, pezzo molto ritmato, musicalmente nella migliore tradizione del Davies dei Kinks. Anche se nel disco non spicca nessun hit memorabile, la qualità di tutti i brani è elevata, cosa che in un momento di crisi culturale, innalza il rating percepito dell’album ad alti livelli. Concludendo, siamo in presenza di un ottimo lavoro di un grande artista che si conferma tale anche dopo oltre 50 anni di attività.

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