Rare Bambole Del Rock’n’Roll – di Bartolo Federico

E’ notte fonda. Johnny Thunders guida, sprofondato sul sedile. Accanto a lui David Johansen, appoggiato al finestrino guarda la strada. Sui sedili posteriori, Syl Sylain fuma erba mentre Arthur “Killer” Kane dorme con la testa ciondoloni. Billy Murcia gioca col tamburo della pistola. Sono in cinque e vengono dal distretto del Queens, il buco del culo di New York. La musica nella radio è bassa. Stanno ascoltando Brown Sugar, il nuovo singolo degli StonesJohnny imbocca una stradina ma deve sterzare bruscamente per non investire un coglione che attraversa. La manovra fa sbattere la testa sul sedile a “Killer” Kane che bestemmia e se la prende con Johnny che, a sua volta, lo manda affanculo con voce dura. I pappa, a quest’ora della notte, sono padroni di Manhattan. Sostano con le loro Chevrolet e aspettano i clienti. Nel frattempo, fingono di parlare con quelle fighe vertiginose che hanno a fianco; e tutti hanno l’aria di chi ha capito come va la vita. Si fanno buoni affari con le puttane, perché tutti gli uomini vanno a puttane. Anche i Presidenti. Come al solito il lavoro sporco lo fanno i negri. Tocca a loro spacciare l’eroina, pensa David mentre alza il volume della radio, che trasmette Bitch. Poi, nel buio, incrocia gli occhi di Johnny ma non si dicono nulla; è la prima volta che escono dal loro territorio. Sono nati nel sobborgo dei poveri. In qualche modo, hanno cercato di rigare dritto; ma se nasci povero, hai un marchio di fabbrica. Non puoi scegliere come vivere. C’è sempre qualcuno, o qualcosa, a renderti la vita difficile. All’angolo, suonano dei blues. L’aria è tersa, e New York è un’immensa vagina.
Sylain urla di fermarsi, ha visto l’insegna del club, dove hanno appuntamento: è sull’altro lato della strada, rispetto al loro senso di marcia, Johnny fa un’inversione a U, e torna indietro. Parcheggiano a spina di pesce e scendono dall’auto. Il locale è rettangolare, con il palco in fondo alla sala. All’entrata, il buttafuori che sembra un lottatore di sumo, li guarda e cerca di mandarli via. Ma Billy usa un argomento convincente. Gli punta, la canna della pistola sul viso, proprio in mezzo agli occhi. Quando entrano il Re di New York” sta cantando Heroin. Si siedono in silenzio in un angolo e ordinano da bere. Whiskey, gin e delle lattine di Coca. Hanno appuntamento con un tizio di cui non ricordano il nome. Li ha visti suonare nel Queens, il giorno di Natale in un rifugio per senza tetto e gli sono sembrati ok. Sono lì che aspettano. Alle porte del loro sogno. Il cantante sul palco, gira le spalle al pubblico ed attacca una nuova canzone. Ray arriva con una buona mezz’ora di ritardo ed è vestito come Alice Cooper. Il locale è pieno di fumo che sembra galleggi sulle loro teste. Hanno preso della benzedrina e scalpitano per la voglia di farsi sentire. Sylain e Johnny sono due chitarristi di puro rock’n’roll, come Keith Richards. Billy e Arthur due potenti stantuffi. David uno straordinario cantante. Billy guarda Ray con occhi strabici e gli chiede perché li ha fatti arrivare fin lì. “Voglio ingaggiarvi” risponde Ray, posso farvi suonare in tutta la cittàIl vostro suono è unico, nessuna band di New York suona come voi. Siete esplosivi. A proposito” chiede Ray “come si chiama la band?” I ragazzi si guardano. “Ci stiamo pensando” farfuglia Johnny. “Ok” fa Ray. “Allora venerdì sera suonerete in questo locale”. Mettono a punto un paio di cose, bevendo tutto quello che è possibile. Quando escono è quasi giorno. Billy vomita sulle scarpe di Johnny, mentre salgono in macchina. Ma Johnny non se ne accorge. Partono e attraversano a zig zag il Lower East Side, cantando Good Golly Miss Molly. Nel 1970 la cosa più eccitante che capitò al rock’n’roll, fu l’avvento dei New York Dolls. Erano davvero stupefacenti quei ragazzi abbigliati e truccati come delle checche, un make-up usato solo per farsi notare, mentre suonavano un rock grezzo e veloce, ruvido e diretto, discendente del rock’n’roll anni cinquanta e del rhythm and blues di casa Stax.
I Dolls alzarono il volume degli amplificatori e le chitarre tornarono a ringhiare duri accordi che fecero dimenare quella folla di bastardi e depravati che era il pubblico dei locali dove si esibivano. Senza trucchi e pose artificiose e neanche assoli interminabili di chitarra e batteria, come era uso in quel periodo ma con canzoni che iniziavano e finivano in tre quattro minuti, il rock’n’roll tornava tra la gente. New York a quel tempo era un ambiente difficile, non c’era nessun luogo di aggregazione per la musica, almeno fino a quando il Mercer Arts Center non divenne il posto dove potevi assistere allo show dei Dools. La stanza di Oscar Wilde era sempre sovraffollata di gente vestita in maniera bizzarra e mascherata da donna. Anche sul palco c’era sempre tanta folla e in mezzo a questo marasma c’erano i Dolls. Era tutto in subbuglio, pronto ad esplodere. Gente selvaggia e senza barriere che si slinguava, si abbracciava, si toccava ingorda e tutti si agitavano cantando e gridando in una baraonda rock quasi immaginifica.
David Bowie (in quel periodo non era una stella di prima grandezza in America) vola oltreoceano per assistere a quello show, e si ritrova sotto quel palco insieme a Lou Reed e Jggy Pop. Anche Jim Hendrix va a trovarli dietro le quinte dopo una esibizione. La notte iniziò a vibrare, e vibrava sempre di più. Passioni di fuoco, eroina, vallate di spumante e bicchieri rotti. I Dolls attiravano le ragazze come miele. Anche per questo si suona il rock’n’roll. Per scopare. Canaglie e disperati, teppisti e omosessuali, tutti sostavano da quelle parti per quello stato di ebbrezza che la loro musica produceva. C’era anche chi leggeva “Il Ritratto di Dorian Gray” sotto una luce fioca, mentre la radio locale trasmetteva musica gospel. L’avvenire era di là. Bisognava solo entrarci. Capitò di tutto. Anche che il management firmò coi Dolls un contratto per aprire i concerti del tour inglese di Rod Stewart, senza che la Band avesse pubblicato un disco, e neppure un 45 giri. Dopo quel tour diventarono un fenomeno, tutto il mondo parlava di loro e le case discografiche facevano a gara per metterli sotto contratto. Billy era solo ad inizio serata ma già stava in ginocchio cercando di vomitare. Partecipava ad un party pieno di ragazzi ricchi, gente con la puzza sotto il naso che per tutto il giorno non avevano fatto altro che allungargli delle pillole di Mandies, un barbiturico parecchio potente. Quando Billy si addormentò sul pavimento, si fecero prendere dal panico e lo infilarono nella vasca da bagno per cercare di svegliarlo ma finirono per affogarlo. Fu Syl che chiamò la madre al telefono per dargli la notizia. Syl Sylain e Billy Murcia erano vicini di casa ed entrambi provenivano da famiglie di emigranti. Syl era un ebreo siriano nato al Cairo, mentre Billy un sudamericano arrivato dalla Colombia, uno che nel quartiere del Queens si spacciava per un vero duro, sempre pronto a fare a botte con chiunque, anche con chi era armato di coltello; ma in fondo era uno dei tanti angeli neri maltrattati dalla vita. Entrambi andarono a lavorare nel negozio dello zio di Sly in Jamaica Avenue, dove vendevano orecchini; ed è lì che un giorno alzando gli occhi sull’altro lato della strada videro il New York Dolls Hospital, un posto dove si riparavano bambole rare che gl’ispirò il nome della band. Quella morte aveva fatto andare tutto all’aria, il gruppo stava per sciogliersi se non fosse stato per Jerry Nolan che convinse David Johansen, un ragazzo dal cuore d’oro, a continuare con lui dietro i tamburi. Con la nuova formazione la Mercury Records, li mise sotto contratto. Anche perché con un morto dietro le spalle il successo è assicurato. Donne bellissime, riviste patinate, Melody Maker, Life, People, droga a go-go, Limousine e Beverly Hills. Una vera figata.
Eccovi l’armamentario per diventare delle rockstar di prima grandezza. Il loro primo omonimo album esce nel 1973 ed è un disco di rock’n’roll perfetto. Suona ancora oggi ruvido e dissacrante, cavernicolo e sporco, con quella voce rauca e potente di David Johnasen a scarabocchiare un punk rock che qualche anno dopo fu punto di riferimento per la Londra rivoluzionaria del 1977. Ce ne sono pochi di esordi di questa levatura, di dischi che restano coinvolgenti, nonostante gli anni trascorsi. Il mondo è pieno di raminghi, straccioni, pataccari ma…
“Too Much Too Soon”, anno 1974, è il seguito e anche l’ultimo capitolo di quell’avventura straordinaria sotto i cieli di una New York notturna, rabbiosa e audace, presa a calci da un gruppo di ragazzi disadattati che se la sono spassata provocando un eccesso di euforia, suonando canzoni libidinose, viscerali e graffianti… ma Bart è solo un fottuto volgare e scalcinato seguace del rock’n’roll. Troppa enfasi, troppa poesia. Certo si afferra quello che si può ma ci sarà un motivo se una folla gli ha corso dietro, eccitata, folle, inquieta. Comunque sia, i Dolls non hanno niente a che vedere con tutti questi dischi di cui si affannano a farci sapere che non sanno di nulla, levigati e perbene che fanno solo ronfare. Lo so, non conviene a nessuno prendere la strada meno battuta: è sempre la più difficile, la più impervia. Allora me ne resto qui, solo e fuori moda, barcollante e ubriaco, mentre davanti allo specchio inizio a truccarmi. Per modellare l’occhio, allungare le ciglia, e far risaltare lo sguardo. Per riempire e dare luce alla bocca. Certo è solo rock’n’roll, l’illusione di un momento, un’emozione infinita dentro un pugno di note. Il diavolo che conosco, un modo romantico per non finire omologato. Un’ossessione, per questo vecchio ragazzo smarrito.

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