Randy Newman: “Sail Away” (1972) – di Gabriele Peritore

Fatalmente, a un certo punto della carriera di un musicista arriva il disco della svolta. Per Randy Newman, l’incisione che rappresenta l’ingresso nell’olimpo dei songwriter e l’apprezzamento – finalmente – del pubblico e della critica è “Sail Away”; ma ha dovuto aspettare il 1972 per approdare alla pubblicazione dell’album. Prima ci sono stati tantissimi anni di testi scritti per altri interpreti e altre tre pubblicazioni da solista di ottima fattura, ma ignorati dal grande pubblico. Non è facile capire il motivo della mancanza di successo per le sue opere precedenti. Forse perché in quegli anni la musica vive le più grandi rivoluzioni e contaminazioni, mentre lui, elegante e attaccato alla musica classica, segue il suo personale percorso; o forse soltanto per il fatto che i tempi non erano ancora maturi. Poi finalmente riesce a trovare la formula giusta. Riduce il numero degli elementi dell’orchestra tanto da mettere in risalto il suo feeling da virtuoso passionale con il pianoforte, raggiungendo una dimensione intima che avvicina anche l’ascoltatore.
Si concentra su arrangiamenti blues e soul meno pomposi e i testi si affinano trattando tematiche sociali con ironia corrosiva, riuscendo così a imporre il suo stile unico di “narratore inattendibile”, tramite il quale riesce a immedesimarsi con la voce narrante che racconta la storia, anche se spesso quello che dice è ingannevole o meno importante di quello che non dice. Dopo il lavoro in studio, con “Sail Away” vengono fuori dodici canzoni una più bella dell’altra. Nella title trackSail Away, è un mercante di schiavi che canta le meraviglie del nuovo mondo, cercando di convincere i neri africani a lasciare la loro terra, attraversare l’Oceano, per fare gli schiavi in America. Nella traccia Simon Smith And The Amazing Dancing Bear, dai toni surreali, si presenta come un ragazzo eccentrico che va in giro con un orso ballerino. In Political Science (una delle canzoni sulla guerra più riuscite in assoluto, scritta, peraltro, in un periodo storico in cui era avviatissima la rincorsa all’armamento nucleare) in cui la leggerezza della musica contrasta con il sarcasmo del linguaggio, Newman invita ironicamente a sganciare quella grossa, di bomba, per distruggere tutte le nazioni del mondo tranne l’Australia, forse per i canguri o forse per il surf.
In Burn on, Randy non dimentica le problematiche ambientali e canta di un fiume che a causa dell’inquinamento va letteralmente a fuoco. C’è spazio anche per la sensualità però, e in You can leave your hat on (l’indimenticabile colonna sonora dello spogliarello di Kim Basinger in “9 settimane e 1\2”), racconta la storia di un amante su di giri che implora la sua donna di togliere tutto tranne il cappello. Per poi passare dal materiale allo spirituale, trattando tematiche ultraterrene nel capolavoro God’s song, in cui Dio stesso si stupisce dell’amore che l’umanità gli riserva, nonostante tutte le piaghe che Lui manda sulla Terra. Un disco eccezionale di cui tutti i brani sono stati oggetto di cover. Da ricordare quelle di Ray Charles, Etta James, Tom Jones e, soprattutto, quella di Joe Cocker, imperdibile e di livello mondiale.

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