Ramy Essam: Sound of Revolution – di Cinzia Milite

Fino all’età di ventitré anni Ramy Essam era uno studente normale. Un ragazzo egiziano come tanti altri, nato a Monsoura, nella regione del delta del Nilo; un giovane che si divertiva a suonare la chitarra, andava in palestra e usciva per incontrare gli amici. Poi il movimento di protesta che ha scosso l’Egitto e ha rovesciato il presidente Hosni Mubarak lo ha trasformato in un eroico bardo al centro di uno dei momenti storici più rumorosi di una generazione, diventando un simbolo internazionale di attivismo sociale e un faro di coraggio in Medio Oriente e nel resto del mondo per le persone desiderose di progresso e cambiamento. L’idealismo giovanile del musicista è stato messo a dura prova perché la libertà di espressione musicale in Egitto è tuttora sotto tiro: fare musica può significare tortura ed esilio. Al giorno d’oggi il rocker Ramy Essam è considerato una delle voci più influenti in Egitto per le giovani generazioni e la loro lotta per una società progressista e moderna. Una fama conquistata quasi per caso e a caro prezzo; orfano di padre viene istradato alla musica a diciassette anni dal fratello maggiore che gli regala una chitarra e gli fa conoscere gruppi quali: Metallica, Linkin Park, Rage Against the Machine, System of a Down e Nirvana. L’adolescente Ramy, non capisce molto bene i testi in inglese, ma ne ama l’energia e ne fa la sua cifra stilistica. Scopre di avere del talento nel comporre melodie e arrangiare musica, ma, per lo più comincia scrivendo brani che parlano d’amore e testi lontani dal suo futuro impegno civico e politico.
Il fratello, insegnante di diritto internazionale, lo sprona a considerare l’importanza dei messaggi da veicolare nei brani che compone e gli suggerisce di avere una visione affinché ciò che viene scritto non sia fine a se stesso. L’occasione per apportare un cambiamento di rotta alla composizione dei testi si manifesta con la collaborazione del poeta Amgad El Kawhagy che scriverà la gran parte dei brani di Ramy Essam: politica e rivoluzione i temi centrali delle canzoni. Nel gennaio del 2011, quando scoppiano le prime proteste contro l’allora presidente in carica Mubarak, al governo da trent’anni, Ramy viene convinto dal fratello a partecipare alle manifestazioni in corso a Monsuora, la sua città. Le richieste dei dissidenti in quei giorni vertevano su alcune riforme economiche e sociali, ma nei presenti comincia ad affacciarsi l’idea non solo di porre fine alla governance di allora, ma di chiedere le dimissioni di Mubarak. È così che Ramy, armato di chitarra, dopo tre giorni di manifestazioni di protesta nella sua città decide di raggiungere insieme al fratello, Il Cairo. Piazza Tahrir diventa il nuovo scenario di una rivoluzione che vuol mettere fine all’escalation di soprusi perpetrati dal governo Murabak. Il rocker egiziano dapprima si esibisce suonando per piccoli gruppi di manifestanti che via via aumentano di numero, finché viene invitato a suonare su un palco improvvisato in un angolo della piazza. Ramy canta per giorni fino a dieci ore al giorno, sempre le stesse canzoni, quella che diventerà la più popolare tra esse non è altro che una rielaborazione di canti popolari riscritti dal cantante e s’intitola Irhal Irhal ovvero “lascia, vattene”.
L’inno che chiede a viva voce le dimissioni del presidente in carica si diffonde a macchia d’olio tra la folla nonostante gli attacchi contro i manifestanti da parte di gruppi pro-Mubarak che in groppa a cammelli si abbattono sugli attivisti colpendoli brutalmente in quella che in seguito sarà battezzata “La battaglia di Camel”. Respinti gli aggressori, i manifestanti si riuniscono di nuovo sotto il palco e il rocker, ormai consacrato come il cantante della rivoluzione, canta nonostante i lividi e le bende sul capo, acclamato da un pubblico acciaccato dalle percosse, ma galvanizzato e infervorito dalla battaglia vinta. Qualche giorno dopo Murabak rassegna le sue dimissioni lasciando in carica lo SCAF, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, ma il cambiamento tanto atteso stenta a procedere, gli obiettivi degli attivisti sono rivolti a pretendere un governo a guida civile, una nuova costituzione, una serie di riforme, non solo la cacciata di Mubarak. La folla si riunisce in un nuovo sit-in, il 9 marzo del 2011 e i militari decidono di sgomberare piazza Tahrir una volta per tutte. La folla viene violentemente dispersa ed Essam, insieme con alcuni altri, viene trascinato nel vicino Museo Egizio, alla stregua di un pericoloso sovversivo, viene spogliato, rinchiuso in una stanza e torturato per otto ore da un’unità speciale dell’esercito. Nessun interrogatorio, solo percosse con spranghe di legno, metallo, con calci e scosse elettriche. Mentre i militari gli rasano i lunghi e ricci capelli neri con pezzi di vetro rotti lo chiamano per nome, mettendo in chiaro di sapere esattamente chi fosse, con l’intento di infliggere umiliazione e incutergli paura.
Ma il pestaggio selvaggio sortisce nel musicista l’effetto opposto e non lo mette a tacere. Dopo il rilascio e diversi mesi di convalescenza che hanno lasciato in eredità i segni delle torture, Ramy, con la sua musica, continua la sua lotta in favore dei diritti civili e umani. Durante le proteste si esibisce in molti sit-in e in circoli di attivisti in tutto l’Egitto. Alla fine del 2013, viene approvata una legge che limita severamente la protesta pubblica, vietando di fatto ogni tipo di manifestazione. Ramy Essam non può più esibirsi in pubblico: gli viene proibito di suonare in qualsiasi luogo gestito dal governo e i promotori di eventi indipendenti si rifiutano di ingaggiarlo per paura di far arrabbiare il regime. Il generale Abdel Fattah El-Sisi, sale al potere attuando una repressione spesso brutale delle libertà civili e dei diritti umani che i critici hanno paragonato ai peggiori abusi dell’era Mubarak. Vi è una dispersione di tutti gli attori all’interno dei circoli di attivisti rivoluzionari: poeti, giornalisti, scrittori, musicisti finiscono in prigione, vengono uccisi o sono costretti a lasciare il paese. Per Ramy Essam, il cantante della rivoluzione, diventa molto rischioso restare in Egitto e, quando nel 2014 la Svezia gli offre un rifugio sicuro, lui accetta. L’International Cities of Refuge Network (ICORN), un’organizzazione che protegge gli artisti in pericolo, gli offre una residenza retribuita di due anni a Malmö: da allora il rocker vive in Scandinavia continuando la sua lotta a distanza. Si esibisce con una band di musicisti sia svedesi che egiziani in teatri europei o in tour mondiali cantando per lo più in arabo classico e colleziona premi tra i quali lo Spirit of Folk Award, il Premio Tenco 2020”, il Premio Rambaldi 2021, il Premio Václav Havel per il dissenso creativo.
I temi delle sue canzoni provengono dalle strade, dalla gente, dai poeti egiziani, dalla rivoluzione e dai movimenti che sposano cause di civiltà e giustizia sociale attuali in tutto il mondo. Ne è un esempio il brano The Camp inciso insieme alla cantante statunitense PJ Harvey nel 2017, nel quale vengono messe in luce le condizioni dei bambini siriani nei campi profughi in Libano. Nel 2018, durante la campagna presidenziale, Essam pubblica il singolo Balaha. In arabo, la parola significa frutto di datteri, ma è anche un nomignolo per descrivere una persona in modo poco lusinghiero. Il brano viene incriminato dalle autorità egiziane perché prende di mira i quattro anni di governo El-Sisi e, per questo motivo, viene condannato a tre anni di carcere l’autore del testo: il poeta Galal El-Behairy, attualmente ancora detenuto, nonostante le continue richieste di rilascio. La peggior sorte tocca al giovane regista del video musicale, Shady Habash, morto in carcere in circostanze sospette nel 2020 a soli ventiquattro anni, dopo più di due anni in custodia cautelare; a detta delle autorità, per avvelenamento accidentale da alcol. In carcere ci finisce anche il web designer Mustafa Gamal che non ha nulla a che vedere con il video, ma ha la sola colpa di aver certificato la fan page di Ramy su facebook. Nel 2020 a sostegno della campagna per la liberazione di Galal El-Behair e Mustafa Gamal, promossa da diverse organizzazioni a tutela degli artisti a rischio, Ramy pubblica il brano: El amis el Karoo (La camicia di flanella). Il testo è composto dai versi della poesia di El-Behairy, che ha scritto nella prigione di Tora nel 2018.
I video di Essam, rocker trentenne dalla stazza imponente e la voce profonda e ferita sono stati visualizzati quasi trenta milioni di volte su piattaforme diverse. Tra i suoi più grandi successi c’è il brano Segn Bel Alwan, in collaborazione con Malikah una rapper francese di origine libano-algerine; i temi del testo vertono sulle condizioni delle donne in carcere e l’uguaglianza di genere. Grandi ascolti anche per Lessa Bahinlha (Ho ancora voglia di lei), una ballata malinconica che canta la solitudine del suo esilio: “Sono come un pesce pescato con una canna la cui vita finisce fuori dall’acqua (…) Tornerò nel mio quartiere ancora una volta, Al profumo di fagioli e falafel…” dice, ma per Ramy Essam non è ancora il momento di tornare a casa, è ancora troppo rischioso, chissà per quanto tempo ancora dovrà lottare a distanza e conservare il suo più grande desiderio nel cuore.

​Album: “Mamnoua’” (2014). “El Masala” (2012). “Resala Ela Magles El Amn” (2017).
Manshourat (2011).
Altre incisioni: “​​Lessa Bahinlha” (2017). “The Camp” with PJ Harvey (2017).
Balaha” (2018). “Silent City, with Don Johnson Big Band” (2018).
El Amiis El Karoo” (La camicia di flanella) (2020).
Prison Doesn’t KillThe Last Letter of Shady Habash” (2020).
Rajat, with Njet Njet 9 & Paleface” (2020).

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