Ramones: Halfway to Sanity (1987) – di Alex De La Iglesia

I Ramones sono senza ombra di dubbio una classica band della quale si è parlato, si parla e sempre si parlerà. La storia della musica ha consacrato i newyorkesi a icone che travalicano i confini del genere e del tempo, al pari di Frank Sinatra, Louis Armstrong, Elvis Presley, Beatles e Pink Floyd. Autori di autentici inni del punk statunitense come Sheena Is a Punk Rocker, Beat On The Brat e Now I Wanna Sniff Some Glue, Joey Ramone & Co. hanno attraversato indenni tre decadi mantenendosi fedeli al loro stile. Eppure anche loro hanno all’attivo album passati in sordina, o meglio che il riscontro del pubblico e della critica ha decretato essere “figli minori. Uno di questi è datato 1987 e risponde al nome di “Halfway to Sanity”. Si tratta di un disco che viene ricordato tanto per le sonorità in bilico sull’hard rock quanto perché ultima registrazione con il batterista Richie Ramone, il quale aveva raggiunto il gruppo per “Too Tough to Die” (1984) e suonato anche nel successivo “Animal Boy” (1986). La line-up vede oltre agli inossidabili Joey (voce), Johnny (chitarra) e Dee Dee (basso, voce), la presenza di Deborah Harry (voce), Walter Lure (chitarra) e Daniel Rey (basso) in veste di collaboratori.
Il
lato A inizia con la evocativa I Wanna Live, forte di un riff di chitarra irresistibile e della voce di Joey che irrompe come solo lui sa fare. Menzione speciale per l’assolo proposto da Johnny, da ricordare come uno dei migliori chitarristi in ambito punk. Per ogni appassionato che si rispetti la successiva Bop Til You Drop può suscitare nient’altro che massimo entusiasmo, nonostante sembri quasi heavy metal. Divertente e al contempo emozionante, presenta quel suono affilato che fa muovere la testa come non ci fosse un domani. Garden Of Serenity è la prova che, pur avendo conservato lo spirito degli inizi, i Ramones prestano attenzione ai gruppi che li circondano nel bel mezzo degli anni 80 (tanto per citarne uno: gli Hüsker Dü). A dir poco fantastica nel suo appeal alternative, non delude neanche il fan della prima ora. Un’altra gemma punk difficile da dimenticare è la successiva Weasel Face. È dunque la volta dell’ospite d’eccezione, colei che ha condiviso con il quartetto il contesto underground tra le mura del CBGB. Deborah Harry, l’ammaliante frontwoman dei Blondie, prende parte come corista al pop punk di Go Lil Camaro Go. 
I Know Better Now
, a firma Richie, è semplice e diretta nel suo sviluppo monocorde e senza compromessi. Archiviata la prima facciata si passa al lato B, introdotto dalla canonica Death Of Me. Siamo di fronte a un brano interamente scritto da Joey, trascinato dallo stesso incedere che si può trovare in I Don’t Care o in We Want The Airwaves. I Lost My Mind, composta da Dee Dee, segna un ritorno alle atmosfere dei suoi memorabili pezzi in “Too Tough to Die”, mentre la spensieratezza e la solarità Sixties delle radici fanno capolino in A Real Cool Time. Altro contributo di Richie è I Am Not Jesus, traccia che senza mezzi termini si può definire hardcore punk, genere che i Ramones sanno benissimo essere il frutto diretto di ciò che hanno seminato a metà anni 70 e che omaggeranno nuovamente due anni dopo con Ignorance Is Bliss.
Se
Bye Bye Baby è una struggente ballad come potrebbe essere Here Today Gone Tomorrow, la tosta Worm Man chiude con la frase “vorrei esser morto” il cerchio iniziato con “voglio vivere”. In definitiva, quest’album è un’onesta dimostrazione che sul finire degli anni 80 il punk vive ancora pur facendo i conti con un mondo che cambia sempre più rapidamente. Va da sé che “Halfway to Sanity” è il “canto del cigno” di questa formazione che, già prima in “Too Tough to Die”, ha sperimentato un gusto musicale che strizza l’occhio a suoni e ritmiche più duri rispetto al loro stile a cavallo tra i 70 e gli 80. Terminata dunque quest’esperienza, alle pelli torna Mark Steven Bell (al secolo Marky Ramone) assente dai tempi di “Subterranean Jungle” del 1983. La nuova formazione si mette all’opera in vista della pubblicazione nel 1989 del successivo disco destinato a diventare un classico, ovvero “Brain Drain”.

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