R.E.M. “Dead letter office” – di Spiritualized Loris

Arriva sempre un momento, di primo mattino di un fine settimana, che ti ritrovi col piatto che ha bisogno di manutenzione… qualche disco ci ha girato su e alcuni ci si sono consumati a mandarli di continuo.
Chissà se c’è ancora quel negozietto in centro che mi salvava un tempo?
P
ioggia o non pioggia, si prendeva il motorino (un Peugeot 103 special verde, marmitta non regolare e variatore al limite della rottura, miscela olio/benzina da fare in casa). e si raggiungeva la salvezza…
“‘Pick up Records”, il negozietto appunto, quello vicino all’Upim lungo una stradina stretta, dove trovavi Gino (stessa mia età, con qualche capello – adesso bianco – in più di me che ormai li ho persi tutti) che apriva alle 15 e 30 o alle 16 e gli aficionados del vinile, come drogati, già aspettavano di fuori.
Sarà che la vera musica è come una meravigliosa donna che si concede senza tante remore o giochetti infiniti che stancano e stancano… così noi maschietti ce la godevano tutta, giovani, imberbi ed eccitati.
Aspettavamo impazienti. E lei puntuale arrivava. Non tirava pacchi.
I R.E.M, non erano neanche un culto all’epoca. Erano degli emeriti sconosciuti qui da noi.
Chi li aveva scoperti si fregiava di ascoltarli nella propria stanza, lontano da orecchi contaminati dall’idiozia.
Se trovavi qualcuno che osava pronunciare il loro nome, lo guardavi come un’anima eletta, un essere umano da osservare in maniera speciale. Noi, allora, compravamo i loro vinili d’importazione dall’Inghilterra tramite la filiale di distribuzione della I.R.S. (l’etichetta indipendente che li aveva prodotti fino all’album “Document N. 5” del 1987). Avevo ancora nella mente il loro splendido album precedente “Life Reach Pageant” del 1986… puntine consumate e graffi continui sui suoi solchi.
Meraviglioso lavoro tutto da gustare, traccia per traccia, con il ritornello di Fall on me sulla bocca ogni tanto, per regalare qualche briciola di canto a uno stonato.
Ho sempre amato i 45 giri molto più degli albums. Un 45 giri deve essere conciso e orecchiabile, qualità che quando si ha a che fare con un LP sembrano mancare di tanto in tanto… ma la cosa che mi piace di più dei 45 giri è la loro pretenziosità. Per quanto possa essere raffinata la confezione, per quanta attenzione sia stata riservata al dettaglio, un 45 giri resta sempre, essenzialmente, una roba acquistata di solito dagli adolescenti, come le buste-sorpresa di una volta… ecco perché i musicisti (ma soprattutto i discografici) si sentono liberi di mettere qualunque cosa sul lato BNon lo ascolterà comunque quasi nessuno e dunque perché non divertirsi un po’? Puoi sgombrare i cassetti dagli esperimenti falliti dalle canzoni venute male e, occasionalmente, da una canzone degna che non si adattava alle atmosfere dell’album per il quale era stata registrata… ed è questa accozzaglia di b-side, di esperimenti, di cover, di grezze registrazioni, che mi trovai tra le mani nella tarda primavera del ’87 con la raccolta intitolata “Dead letter office”.
Si sentiva subito che l’intenzione dei R.E.M. non era quella di partorire un nuovo lavoro.
Nel senso che, se “Dead Letter Office” è un LP prescindibile per chi già non abbia il resto della discografia dei Georgiani, resta nondimeno un album frizzante, che si ascolta mediamente con piacere e qua e là divertendosi assai. Non fossero queste ragioni valide per averlo in casa, è anche un disco illuminante su una serie di influenze che hanno dato il loro contributo a fare dei R.E.M. ciò che verranno dopo.
I quattro di Athens ci presentano i loro Velvet Underground con ben tre su quattro delle canzoni di Lou Reed che hanno avuto in repertorio – manca solo After Hours, che sarà un lato B anni dopo.
Interessanti le loro versioni di There She Goes Again, Pale Blue Eyes e Femme Fatale.
Sembrano incise in fretta e furia, tutto in analogico, quasi fossero prove fatte di nascosto, tanto per divertirsi. Sono sessions godibilissime e senza tanti fronzoli. Scarne, ma sincere.
Certo non si pensi di ascoltare capolavori, perché l’intento dei R.E.M. è più che altro dimostrativo nel declinare i loro ascolti giovanili, le loro passioni per quel sound e la sua influenza nella loro carriera…
la quale deve molto (parola di Michael Stipe) anche ai loro concittadini Pylon, cui riprendono quel gioiello fra i Feelies sotto valium e i Byrds che è Crazy.
È forse la cover più bella della raccolta, la più sentita. L’omaggio intimo a quel gruppo che ha tanto ispirato la loro musica agli inizi. Quello mi ha sconvolto un po’ di più è che i nostri prendessero gli Aerosmith, che nei primi anni ’80 erano snobbati dal pubblico indie e del cui cavallo di battaglia Toys In The Attic, offrono una versione bersagliera (in origine sul mix europeo di “Fall On Me”).
Il risultato è stato una sorpresa per me e per molti (non avrebbe dovuto: gli Aerosmith, pur essendo di Boston, sono l’epitome perfetta di un certo suono sudista a cui i R.E.M., fosse anche solo per ragioni geografiche, non potevano essere impermeabili). A parte le cover (c’è pure una sgangherata King Of The Road, uno standard in ambito country), “Dead Letter Office” contiene qualche minutaglia inutile.
Voice Of Harold altro non è che la base di Seven Chinese Brothers con Stipe che canta le note di copertina di un disco. Walters Theme è tanto informe che si fa fatica a chiamarla canzone.
Poi, una serie di esperimenti riusciti ma che sarebbero stati fuori luogo su qualunque altro disco dei Georgiani: il quasi-surf di White Tornado, la ritmica jazzy con sopra una chitarra morriconiana di Rotary Ten… ed infine escursioni in territori battuti di rado: Burning Hell è puro hard rock, Windout corteggia il punk… ma almeno una canzone tra tutti questi esperimenti e aborti avrebbe dovuto essere stata meglio sviluppata e rifinita. Sarebbe stata un capolavoro Burning Down. Un 45 giri da lanciare, da dare in pasto agli affamati, a quei giovani degli anni 80, tanto perché calmassero i loro bollenti spiriti.
Mi si permetta un’ultima notazione maligna su “Dead Letter Office”.
La raccolta è stata pubblicata nell’aprile del 1987, mentre il vero Ip, “Document N.5”, verrà dato alle stampe nel settembre dello stesso anno. È noto a tutti che che con quest’ultimo disco il rapporto dei R.E.M con la I.R.S. viene interrottoIl gruppo farà parte successivamente della famiglia Warner Bros. e avrà il suo enorme riscontro commerciale da “Green” in poi.
Dunque è mia povera opinione che “L’ufficio della lettera morta” possa essere stato concepito nella mente della Band come riempitivo di un contratto ormai in scadenza.
Molte di queste subdole operazioni venivano e vengono fatte da entrambi i contraenti.
Non stupisce neppure in questo caso. Ciò non toglie la peculiarità della raccolta, e un certo suo fascino retròCondizioni a mio parere sufficienti per darne spazio e risonanza all’interno di una band ormai scioltasi.
Un piccolo tributo originale allo loro grandezza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

rem loris

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