Quintetto Bislacco: “Ma chi siamo?” (Concerto semiserio) – di Benito Mascitti

Vasto, 21 marzo 2010. undicesimo appuntamento della stagione concertistica del teatro Rossetti per noi… è di scena un quintetto d’archi d’eccezione, variato rispetto a  quello più strettamente classico, per la presenza del contrabbasso – in onore di Dvořák e Mozart – e composto  da musicisti di grande talento, provenienti dalle più prestigiose orchestre europee, come quella del Teatro alla Scala di Milano o della Camerata Salzburg. Questa simpatica e solo apparentemente annoiata congrega, tanto per sfuggire alla routine delle orchestre blasonate, ha messo in piedi un repertorio “bislacco” che in realtà bislacco non è… basta ascoltare il loro bellissimo disco “Jokes”, un fantastico viaggio nella musica, passando da Mozart a Hendrix, con grande naturalezza e gioia. Un bel progetto che di fatto riavvicina il grande pubblico alla musica classica più virtuosa, per la grande capacità di questo ensemble d’impastare virtuosismo eccelso e spensierata vis comica. L’inizio del concerto, dall’intrigante titolo “Ma chi siamo?”, è per le 19,30 ma sappiamo che il Quintetto bislacco (Walter Zagato: violino. Duilio Galfetti: violino, banjo, mandolino. Gustavo Fioravanti: viola. Marco Radaelli: violoncello. Enrico Fagone: contrabbasso.) è già asserragliato in teatro per le prove. Con tre ore di anticipo veniamo benevolmente ammessi in sala da Raffaele Bellafronte… macinano spartiti alla grande, dando condimento alla musica con i versi e le battute del canovaccio. Stanno sulle tavole con tutti i crismi: suonano, accordano gli strumenti, discutono su ogni pezzo… animatamente, come in uno scenario da Commedia dell’Arte. Enrico Fagone, instancabile contrabbasso, chiede lumi alla postazione di regia… “Non siamo amplificati, vero?”.  Raffaele ripete il concetto di sempre… “Certo che no, il teatro raccoglie anche i respiri, al naturale…”Enrico si accarezza lo stomaco e si lascia andare… “Visto quel che ho mangiato, sarà dura!”poi riprende a sciabolare con l’archetto. Il violino di Duilio Galfetti invece si produce in una serie di temi moderni con tanto di svisata da rock band. Tutti gli altri continuano a sciogliere gli strumenti, presi da un dilemma… “Con la base o senza?“ La regia, per tutta risposta, annuncia la prima base di batteria… “Pop Corn” (1969): di Gershon Kingsley, celeberrimo synthpop, portato al successo internazionale dagli Hot Butter nel 1972. Ci danno dentro per un po’, poi Enrico chiede di alzare “di un pelo” il volume e la chiudono definitivamente… “bene così”. Dopo il test a vibrato e pizzicato, provano adesso un’altra base, Popolare:“Danza Celtica”, anche questa famosissima. Walter Zagato accenna il tema di violino, seguito da Gustavo Fioravanti alla viola e Marco Radaelli che svisa invasato al violoncello… buona anche questa, sarà sufficiente posizionare meglio i monitor di ritorno. Il mixer è pronto per le basi di batteria ma  Raffaele capisce che non verranno usate… “Tu che dici?” chiede Fagone. Bellafronte risponde “Decidete voi… io vi tengo solo a bada”. Forse “Pop Corn” sarà buona solo per un bis. Pian piano si forma la scaletta, man mano che macinano musica, ormai da più di un ora, senza pause. Si preannuncia un concerto veramente tosto. Continuano a giocare con Bach, Piazzola e Rossini, piazzando i monologhi e i coretti al posto giusto e ci rendiamo conto che questi, anche senza base, sembrano una vera e propria orchestra sinfonica: quel che non c’è lo confezionano al momento, effetti speciali compresi. Musicisti e rumoristi strabilianti. Raffaele ce li fa sentire in cuffia mentre stravolgono il “Barbiere di Siviglia” alla maniera di “Amici miei”, con tanto di “vaffanzum”… suono pulito, esecuzione perfetta. Dopo queste prove che già sono un concerto, tutti al foyer per un caffè. Raffaele ci fa scegliere la miscela e ricorda ai bislacchi che al Rossetti i quintetti lasciano sempre il segno… “Ancora ricordiamo lo svenimento di Marco Braito dei Gomalan Brass”. Fagone come al solito ci mette del suo… “Già avevamo deciso di non suonare niente di Bellafronte per evitare il morto… magari però potremmo svenire tutti insieme alla fine…”. Si continua a scherzare, prima che i bislacchi tornino in albergo per una doccia prima del concerto… “Don Raffaè… siamo un po’ stanchi del viaggio, sei troppo distante dal nord… ma visto che ci hai fatto ‘o cafè  lo mettiamo in curriculum”. Tornano sulle tavole e continuano ancora per un po’, come fatalmente attratti dal teatro… poi, dopo un’ora e mezza di prove, vanno finalmente a riposare. Torniamo in teatro mezz’ora prima della chiamata di scena… Zagato e Radaelli sono già lì che continuano a provare le parti sul palcoscenico, mentre gli altri rumoreggiano in retropalco. Il pubblico comincia ad affluire. Si nota una bellissima pala dipinta che fa da sfondo alla scena… un tuareg in piedi, sulla gobba di un dromedario, che scruta l’orizzonte. L’opera è di Alessandra Sforzini. Il Teatro pian piano si riempie e i bislacchi continuano a caricarsi nel retro per l’uscita. Al terzo trillo entrano in scena, al buio, accompagnati dal suono del contrabbasso e, quando s’accendono le luci, li sorprendiamo in una scenetta da commedianti consumati: Galfetti avanza simulando il passo di una gallina che s’appresta a covare… gli altri lo circondano tra pernacchi e versacci, tentando di prendere al volo l’uovo… lo becca Fagone,  lo annusa schifato e lo lancia in platea… per un attimo il pubblico pensa che sia vero. “Venghino sìore e sìori”… con  questo siparietto attaccano il primo brano in programma. Johann Strauß jr.: “Unter Donner und Blitz” (Tuoni e fulmini) Op. 324. Celeberrima polka schnell  del musicista austriaco, figlio di Johann Baptist, quello dell’ancor più nota “Marcia di Radetzky”. Eseguono tra frizzi e lazzi ma la musica che ascoltiamo può essere prodotta solo da formidabili musicisti che ci donano tutto il fascino della musica viennese. Strepitoso finale in crescendo sugli applausi prolungati del pubblico. Il solito Fagone si presenta… “Questo è il nostro Strauss …e adesso  vi facciamo vedere noi…”. Si apprestano a violare l’inviolabile, con un’incursione nel magistero per antonomasia della musica classica… liberamente tratto da Johann Sebastian Bach: “Concerto in re for swing string”. Sempre nella loro versione, giocano per un po’ con la musica del grande Maestro, in una rappresentazione tragicomica tra spintoni e sberleffi… poi tornano rigorosi nell’esecuzione, sfoderando un quadro d’insieme di grande livello. Un pizzicato di contrabbasso e tornano bislacchi, passando senza soluzione di continuità da Bach al boogie-woogie e al swing, con tanto di coretto finale. Ancora applausi di apprezzamento dal pubblico e  si prosegue senza spostarsi di molto… Bach / Galfetti / Beatles:“Michelle”Duilio attacca col violino e si porta dietro tutti gli altri in una esecuzione rigorosamente barocca. Sui temi di Bach si insinua la romantica canzone dei beatles, prolungando quasi all’infinito la partitura messa sul pentagramma da Galfetti e creando un’atmosfera deliziosamente sospesa tra classico e moderno… proprio bravi questi bislacchi. “Adesso è l’ora di far rivoltare nella tomba…scusate il singhiozzo, sarà la zuppa di pesce di oggi che ancora si muove…” Wolfgang Amadeus Mozart: “Le nozze di Figaro” (OvertureK492. A dispetto dell’annuncio bislacco, si cimentano in un’esecuzione d’insieme del tutto ortodossa e di grande suggestione, mostrando l’immortale bellezza di questa overture che non a caso viene spesso eseguita anche da sola, in forma di concerto. Poi, all’improvviso, Duilio tira fuori il ronzio di una mosca col violino e tutti gli altri si dedicano, abbandonando anche gli strumenti, alla cattura dell’insetto. A colpi di scarpa e paletta moschicida riescono finalmente a schiacciarla a terra… Gustavo la raccoglie, la osserva e la passa a Walter che la rianima e la lancia in platea per un ulteriore volo e tonfo a terra. Alla fine, rigorosissimi, chiudono l’esecuzione in un tripudio di vibrati, con i violini in coppia e tutti gli altri a supportarli nel bellissimo finale. Ovazione del pubblico che rumoreggia divertito. “Finalmente abbiamo provato la pubblicità della Barilla” dichiara soddisfatto Gustavo. Marco rassicura il pubblico… “Lo teniamo solo per amicizia…”. Nella scenetta s’inserisce Duilio che manda un saluto via streaming agli spettatori di Lugano, seguito da Walter e Marco che salutano Torino e Milano“Su al nord il sole lo vedremo poco, meglio ridere adesso”. Poi Duilio, con la classica cadenza ticinese, saluta gli amici del bar e presenta il pezzo successivo, facendo capire che l’Uomo in questione è proprio lui… George Gershwin: “The Man I love“. Bell’arrangiamento, struggente e romantico, della musica del grande Maestro americano, condito magistralmente da riverberi Jazz del contrabbasso che si trasforma in batteria  e dalla tromba in sordina prodotta da Duilio con la voce nel finale. Lunghi applausi che danno la stura all’ennesima scenetta… “Rezzonico ti ama!!! E adesso un viaggio a costo zero, meglio di Rayanair…tutti in Argentina!”. Astor Piazzolla: “La Muerte del Angel”. Bravissimi nell’interpretare il “nuevo tango” del Maestro argentino, considerato il più grande interprete di questa musica immortale – dopo Carlos Gardel naturalmente – ma anche il suo più grande “profanatore”, visto che ha rivoluzionato il Tango, contaminandolo con il Jazz e con gli strumenti più lontani dalla sua rigorosa tradizione, sempre lanciati in giochi dissonanti di grande fascino e suggestione. Sul tema gracchiante e lontano del brano tradizionale che pare salire da un grammofono, l’ensemble orchestra magistralmente la musica di Piazzolla, fino al finale teso e struggente. Tra gli applausi scroscianti ringraziano il pubblico e Raffaele Bellafronte… “Per il suo grande lavoro… e poi è un grande compositore… vivente, per fortuna”Poi prendono a biascicare frasi sconnesse in un improbabile russo per salutare il grande compositore Kotakof, fraterno amico di Gustavo Fioravanti che in suo onore lascia il violoncello e si sdraia a terra inanimato per celebrarne degnamente la morte. Gli altri gli si fanno intorno tormentando gli strumenti in una strimpellante musichetta russa, accompagnata dal biascicare di cui sopra che apre il brano successivo. Non è dell’inesistente Kotakof… Armin Kaufmann: “Mitoka dragomirna” Inconfondibile ma originale partitura di tradizione russa, magistralmente interpretata dai bislacchi, che riescono anche a simulare il pianoforte. In un vortice in continuo cambiamento di fronte, tra il suono popolare delle steppe e la musica innovativa del Novecento russo, il quintetto conferma la sua versatilità, sempre divertente ma mai distante dal virtuosismo che li contraddistingue tutti. Si passa adesso, tra gli applausi a scena aperta, alla musica da film… Ennio Morricone: “Western Suite”. Duilio lascia il violino per l’armonica a bocca – simulata – ma è solo un attimo. Tornano tutti diligentemente cameristici in onore della grande musica di questo compositore che ha regalato al cinema colonne sonore a centinaia. Poi il violino annuncia il momento del duello finale, e gli altri esaltano la partitura con un’orchestrazione suggestiva, fatta di pause e ripartenze magistrali. Spinti dall’entusiasmo del pubblico, tornano bislacchi nel finale con un nitrito da cavallo imbizzarrito. Si va in pausa ma si riprende quasi subito, continuando a viaggiare nel mondo del soundtrack… Nicola Piovani: “La vita è bella”Tema dell’omonimo film di Roberto Benigni che ha ottenuto nel 1999 ben tre Oscar – tra cui quello per la migliore colonna sonora – e che ben si adatta allo spirito dei bislacchi. L’ensemble riesce infatti a mettere insieme le miserie degli uomini e la loro grandezza, come nel film, dove la musica e le azioni del personaggio principale combattono il delirio e la tragedia con l’emozione e lo scherzo. Duilio attacca fischiettando il tema conduttore fuori campo e accompagna un’esecuzione particolarissima e commovente del quintetto che pare veramente esorcizzare il male con la musica. Delicatissimo finale con il ritorno in scena di Galfetti al mandolino che porta ancora fischiettando il tema conduttore. S’aggiunge uno starnuto del pubblico a rilanciare il contrasto tra il dramma e lo scherzo… e il contrabbasso non rinuncia a una chiosa alla Petrolini“Salute… grazie, prego”. Si prosegue senza sosta con l’ennesima esilarante scenetta dei bislacchi che accompagna il brano in scaletta… Gustavo, oltre che compositore e arrangiatore e un grande virtuoso e si esibirà per noi in una impareggiabile danza”… Popolare: “Danza Rumena”Fioravanti tenta la fuga ma viene prontamente riacciuffato e tenuto in piedi come se fosse un fantoccio inanimato. I due violinisti rincarano la dose… “Dovete sapere che la forma degli strumenti è simile al fisico di chi li suonaIl violoncello forse si salva, ma contrabbasso e viola sono fregati”. Gustavo, sorretto dagli altri, passa l’archetto sulla viola aiutato da Walter Zagato, come se a suonare fosse una marionetta“Ce la fa… vai così” finalmente prosegue da solo in crescendo, poi si ferma come preso da un malore, emette un rantolo affannato e si blocca, capovolge lo strumento e lo batte, tentando di espellere le note che non riesce a produrre. Marco Radaelli poggia a terra il violoncello, prende una scopa e pulisce quel che è caduto sul pavimento. Gustavo riprende a suonare come un disco incantato. Enrico Fagone ci rassicura: “Si sintonizza sempre su Al Jazeera…” poi gli grida in un orecchio in arabo e finalmente parte l’esecuzione. La “Ciuleandra“. Una danza indiavolata e propiziatoria dei raccolti, che si è diffusa nei secoli dalla Romania meridionale in tutti i Balcani, fino a contaminare la Macedonia e la Grecia. Eseguita dagli archi al ritmo incessante tipico di questi popoli sospesi tra l’allegria e l’improvvisa tristezza. L’atmosfera si scalda sempre più  e si prosegue tra gli applausi con un altro brano dall’andamento sostenuto ed incessante… Karel Komzák II: “Perpetuum Mobile”. Galfetti si piazza sul palcoscenico con la tipica postura del violinista e chiede a Zagato, suo compagno di strumento, “Sei pronto con la motosega?”. Pronto, tutti pronti ad eseguire la musica per virtuosi del compositore boemo che da bambinetto apprende a Praga, sotto la guida del padre, l’arte della composizione e del violino, per poi affermarsi a Vienna come celebrato autore di danze e marche tipiche del dominio asburgico. Il quintetto si cala in questo spartito, scritto proprio pensando ad un virtuoso moto perpetuo che fonde i suoni dall’est all’ovest, ed esalta tutta la variegata tradizione musicale dell’Impero austriaco. Fenomenali tutti i bislacchi, ben “armati” con pezzi costruiti da maestri liutai del calibro di Ornati e Capicchioni… ma ancora una volta l’inconfondibile suono del contrabbasso del Rossetti, concesso a Fagone e agli altri suoi colleghi della stagione concertistica, ha fatto innamorare chi lo suona e noi che lo ascoltiamo. Enrico accarezza compiaciuto lo strumento… siamo sicuri che, come Reid Anderson dei The Bad Plusse lo porterebbe volentieri a casa. E’ sempre Fagone che ringrazia e chiede la nostra partecipazione attiva… “Attenzione tutti, accertatevi di non avere alle calcagna l’ispettore Clouseau e cominciate a far schioccare le dita al ritmo della musica… chi non lo sa fare le guardi da vicino”… Henry Mancini: “The Pink Panther Theme”. All’improvviso ci caliamo tutti nella saga cinematografica in otto esilaranti pellicole, iniziata nel 1963 e resa immortale dalla celeberrima colonna sonora del compositore statunitense di origine abruzzese che firmò – oltre all’indimenticabile “Moon River” – le musiche di più di cento film, aggiudicandosi quattro Oscar. I bislacchi eseguono con tutti i mezzi a disposizione, trasformando gli archi in percussioni e la voce in fiati, tanto che alla fine qualcuno giura di aver visto passare sullo sfondo la pantera del celebre cartoon ispirato dalla partitura di Mancini. L’atmosfera rimane giocosa e i bislacchi continuano a prendersi in giro l’un con l’altro… “Ti decidi ad accordare quello strumento?” “Sì, subito, così poi lo lascio accordato per quest’estate”. Tra le risate del pubblico ci si avvia alla fine di questo spumeggiante concerto che adesso ci propone uno dei più grandi compositori della storia della musica operistica, tanto prolifico quanto acclamato per i suoi famosissimi testi Gioacchino Rossini: “Il Barbiere di Siviglia”(Overture). Prima di attaccare i violini fanno uno raccomandazione al contrabbasso: “Fai scaldare la zuppa di pesce nello stomaco… nel caso Gioacchino avesse fame”… e finalmente i bislacchi fanno sul serio…si fa per dire. Introduzione lenta e solenne con il continuo alternarsi di accordi molto sonori eseguiti coralmente e parti da solista appena sussurrate. Segue il primo tema in tono minore, allegro e orecchiabile. Arriva pianissimo la melodia che subito sfocia in un scena decisa e tempestosa, per poi placarsi ancora e preannunciare il secondo tema in tono maggiore che evolve in un crescendo. Poi tornano ancora i due temi in successione, seguiti di nuovo dal crescendo che conduce al grandioso finale. Splendida esecuzione, sorretta dall’ensemble con raro ed eclettico virtuosismo, senza tralasciare però cori fischi e pernacchi. Ancora ovazione per loro, che annunciano l’ultimo brano in programma… Popolare: “Danza Celtica“I bislacchi decidono di chiudere con un omaggio alla musica delle popolazioni del nord-ovest europeo, tramandata oralmente dai popoli celtici che hanno influenzato le tradizioni musicali di una vasta area comprendente Inghilterra, Francia e nord della penisola Iberica, fino all’approdo sul continente americano, dove l’influsso ha condizionato le fondamenta della musica Country e non solo. Tradizione di musica e danza che il quintetto esegue senza base, come può, producendo con gli archi anche i ritmi delle percussioni in un ballo coinvolgente per noi tutti. Così danzando vanno fuori scena tra gli applausi che continuano a lungo, fino ad ottenere il ritorno dei bislacchi. Inscenano l’ennesimo siparietto fingendo di discutere tra loro sul brano da eseguire… “Meno male che hanno chiesto il bis… anche con un sms… allora voi cosa volete?”Bellafronte, che conosce il repertorio nel dettaglio, suggerisce sibillino: “Fateli tutti e due”. Fagone non perde l’occasione per ribattere e sottrarsi all’assedio del pubblico, per niente fiaccato dal lunghissimo concerto… “Sì, certo, tanto domani partiamo alle nove”. Ci regalano un altro pezzo di grande fascino… Astor Piazzolla: “Libertango”sapientemente interpretato con splendidi scambi e giochi dissonanti, nella loro rielaborazione che riporta questo bellissimo brano nell’alveo della grande musica, dopo lo sfruttamento intensivo dei media che forse lo ha banalizzato oltremodo. Il pubblico li acclama e non si appaga, chiede ancora il bis“A che ora volete andare a casa? … non c’è problema, andiamo avanti”.  Johann Strauß jr.: “Elyen a Magyar” Op. 332. Un altro scoppiettante brano della tradizione Viennese, non a caso utilizzato per accompagnare i fuochi pirotecnici nelle grandi feste estive dei Länder austriaci. Se ne vanno fuori scena, ormai convinti di averla scampata ma il pubblico continua ad acclamarli e loro si lanciano nell’ennesimo fuori programma… Popolare:“New Country”. Poi se ne vanno davvero, lanciando baci e spartiti al generoso pubblico… “se proprio volete continuare ad ascoltarci comprate il cd all’uscita”.

da “Emozione dal loggione e altri racconti” di Benito Mascitti (Il Torcoliere Editore 2014)
foto Piero Cipollone© tutti i diritti riservati 

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