Quintessence: misticismo Rock – Ivano Morandi

I Quintessence sono stati a loro modo un gruppo di fondamentale importanza per l’evoluzione della Musica Rock; è stato grazie alla musica, unita a quella di pochi altri, che questo genere musicale è cresciuto, affermandosi come vero e proprio strumento culturale, in grado di proiettare gli ascoltatori in una dimensione più colta e meditata. Grazie ai loro dischi la coscienza musicale collettiva si è sviluppata, arricchendosi di nuove esperienze e continuando il percorso ideologico iniziato anni prima con il Flower Power e gli Acid Test californiani. L’utilizzo di sostanze chimiche viene sostituito dai mantra, e la psichedelia lascia il posto a un’idea musicale apparentemente più complessa ma figlia della stessa corrente ideologica, tendente a coinvolgere il pubblico in un crescendo di sensazioni fisiche che vanno ben oltre il semplice ascolto. È l’evoluzione naturale della controcultura che abbandona definitivamente i modelli beat e si immerge completamente in un mondo musicale nuovo e diversamente affascinante, convinta che la musica sia lo strumento più immediato per comunicare con le persone, condividendo con loro sensazioni ed emozioni.
Tutto inizia nel 1969, anno storico e imprescindibile per il rock, che vede il debutto di una serie di grandi band capaci di regalare a tutti noi una serie incredibile di dischi, a partire dagli storici esordi di Led Zeppelin e King Crimson, tanto per citare due esempi fondamentali. In quel magma ribollente, vitale e ricchissimo di nuove idee, ci sono anche i Quintessence e il loro raga rock. La loro nascita si deve sicuramente all’estro e alla volontà di Raja Ram, al secolo Ron Rothfield, che utilizza il suono del suo flauto per creare un fantasmagorico manifesto musicale che oltrepassa i confini della psichedelica raccogliendone il testimone, e fornendo alla sempre viva comunità hippie una nuova via, nella totale indifferenza della critica specializzata. Attraverso un annuncio pubblicato sul prestigioso Melody Maker, Ron cerca musicisti per formare una band, specificando che la linea musicale è orientata verso il jazz-rock: rispondono in duecento e tra questi la scelta cade su Jake Milton (batteria e percussioni), Allan Mostert (chitarra), Sambhu Babaji (basso), Maha Dev (chitarra Ritmica) e Shiva Shankar Jones (voce, tastiere e percussioni).
Provenienti da Notting Hill, i Quintessence sapranno modificare radicalmente, nel breve volgere di pochi anni e con tre album, la concezione musicale del pubblico, trovando compagni ideali di viaggio negli altrettanto sperimentali colleghi della Third Ear Band e in quel JohnMcLaughlin che iniziava allora a lanciare messaggi sonori meno immediati e decisamente più complessi. I sei ragazzi hanno comunque il vantaggio di poter usufruire da subito di tutto ciò che occorre loro. Grazie a una serie di concerti davvero notevoli (il loro debutto viene fatto risalire al 22 giugno 1969 e viene annunciato dal mainstream musicale con il titolo At The Roundhouse“) e al passaparola della comunità nella quale si muovono, si mettono subito in grande evidenza, al punto che poche settimane dopo la loro nascita Chris Blackwell e Muff Wiinwood della Island Record si presentano da loro con in mano il libretto degli assegni e la garanzia di una completa libertà artistica. Per la band è l’occasione giusta attraverso la quale mettere a frutto l’alchimia espressa nei concerti, divenuti ormai l’emblema del nuovo corso musicale. La poderosa attività live, che li porta a suonare anche cinque volte alla settimana, segnerà in modo indelebile la produzione del gruppo e sfocerà in una serie di composizioni davvero sopra le righe. L’avventura sonora che qui inizia è ineguagliabile ed esprime idee musicali latenti da tempo, condensandole in un magma sonoro fluido ed estremamente coinvolgente. È ciò che il pubblico,sempre più attento a questa “New Way of Rock attende da tempo e il successo è immediato.
Il loro primo album viene pubblicato proprio nel
1969 e si intitola In Blissful Company. Si tratta di un vero e proprio capolavoro che resterà ineguagliato, e proietta la band nell’Olimpo del Rock. Il disco si apre con la bellissima Giants, vero e proprio manifesto del loro sound, che appare come un concentrato di energia purissima con il suo incedere ondeggiante ed eccitante. È un mondo che si svela, un ponte che mette in contatto il rock con il misticismo orientale. Ascoltare i Quintessence significa calarsi in una sorta di “Terra di Mezzonella quale Jimi Hendrix incontra Ravi Shankar, prendendo a prestito dai Grateful Dead la propensione alla psichedelia e al suono lisergico. Un altro brano epocale è Manco Capac, ispirata composizione che, mediante lo splendido percorso sonoro disegnato dal flauto, induce a una attenta riflessione sulla vita e sul significato dell’amore. Anche Body è degna di nota, costruita sul duetto tra il flauto di Raja e il tappeto sonoro costruito da Shiva, un brano emozionante e coinvolgente. Il classico Gungamai è immediato e molto melodico e diventa da subito uno dei cavalli di battaglia nelle esibizioni live; melodia allo stato puro che sfocia in una jam psichedelica raffinata e perfettamente costruita. C’è spazio anche per un mantra, mediante il quale entriamo nel mondo più mistico della band, un brano intitolato Chant che ci apre le porte dell’induismo e permette a tutti di scoprire l’idea di parola di Potenzache è uno dei fondamenti di questa antica dottrina.
La seguente
Pearl And Bird è mutuata dalla mitologia indiana e suona delicata e melodica, con il flauto sempre in evidenza che continua a tessere le sue inusuali e variegate trame. Notting Hill Gate è caratterizzata da un fraseggio tipicamente blues che si stempera in un assieme di sitar, flauto e voce nel quale trova spazio anche il jazz. A chiusura del disco troviamo la lunga Midnight Mode, brano etereo e rarefatto sospeso tra musica e preghiera che ribadisce il misticismo del gruppo. In Blissful Company” è un album stupefacente che delinea perfettamente la corrente sonora che sta iniziando a caratterizzare il rock. In Italia lo ascolteremo anni dopo, quando l’industria discografica si renderà conto del potenziale di questo nuovo corso e abbandonerà finalmente i rigidi canoni della musica “made in  Italy. La politica tipicamente nostrana di offrire al pubblico quasi esclusivamente prodotti cantati in italiano si rivelerà superata e il nuovo rock entrerà di prepotenza in casa nostra, sconvolgendo e rivitalizzando il mondo musicale. I Quintessence nel frattempo continuano il loro percorso, fatto sopratutto di grandi concerti.
Quintessenceviene pubblicato nel 1970 ed è in parte live, proprio per cercare di catturare l’affascinante forza che la band produce nei concerti. Brani come Sea Of Immortality, che ha un incedere tipicamente folk, e High On Mount Kailash, con un sitar davvero trascinante, non fanno altro che ribadire la qualità del loro sound. La frenetica Burning Bush, che viene registrata dal vivo, ci offre invece la smagliante chitarra di Maha Dev, che disegna un affresco lisergico tipico degli anni sessanta. Il disco prosegue poi sempre su livelli molto alti, con Twilight Zone che ha il sapore di r&b e un’ulteriore jam chitarristica intitolata St. Pancras, che introduce la conclusiva Infinitum, un mantra di innegabile bellezza. Ascoltando il loro secondo disco ci si rende conto della notevole perizia dei vari membri membri della band, capaci di muoversi su singoli sentieri ma sempre attenti alla completa armonia del risultato finale: un ensemble di grande livello che esprime chiaramente la comunione di intenti che li unisce.
Il seguente
Dive Deep, pubblicato nel 1971, è l’ultimo capitolo della loro Trilogia Classica, mediante il quale la band si apre a un discorso musicale più pop, cercando di rendersi fruibile anche a un pubblico più eterogeneo. Ma è una concessione relativa, visto che proprio in questo disco si trova la splendida Dance For The One, minisuite di undici minuti che racchiude in sé tutta la filosofia del gruppo, trascinando l’ascoltatore nella poetica dimensione onirica pensata da Raja Ram e soci. Siamo al “canto del cigno“, che saluta in modo principesco un’avventura di rara bellezza, estremamente sofisticata ma al tempo stesso semplice e fruibile, il cui dipanarsi è stato possibile solo in quel magico periodo incasellato tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta. Il successivo Self, uscito nel 1971 per RCA, presenta una band consapevole di essere in fase calante, che scende inesorabilmente in un baratro creativo e spirituale. La svolta verso un rock più tradizionale trasforma il suono del gruppo in un insieme mediocre e superfluo che neppure la presenza di alcuni Live Act riesce a rivitalizzare. L’unico brano degno di nota è la suggestiva Vishnu Narain, che riesce per un momento a rinverdire i fasti di un passato recente ma distante anni luce. L’avventura dei Quintessence finisce qui e il pessimo Indweller del 1972, uscito probabilmente solo per esigenze contrattuali, è da evitare accuratamente. Restano tre album racchiusi in un arco di tempo che va dal 1969 al 1971, il periodo aureo del rock, che ancora oggi attinge incessantemente da quella inesauribile fonte.

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