Quicksilver Messenger Service: “Happy Trails” (1969) – di Flavia Giunta

La seconda metà degli anni 60 è stata la culla di un certo tipo di cultura, o per meglio dire di controcultura che segnò profondamente la scena artistica mondiale. I “focolai” – per quanto suoni di cattivo gusto utilizzare un termine del genere nel momento storico in cui ci troviamo – furono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dai quali partirono le rivolte studentesche (ma non solo) che rappresentavano lo sfogo di una popolazione arrabbiata. La guerra in Vietnam, le ingiustizie sociali nei confronti degli afroamericani, la disparità tra uomo e donna ancora dilagante, la repressione della sessualità, tutto necessitava di uno scossone che portasse le cose nella giusta direzione. In questo clima rivoluzionario anche la musica giocò un ruolo di primo piano. Il bisogno di ergersi contro la cosiddetta classe dirigente venne come trasfigurato nel bisogno di creare una musica diversa, che esprimesse tutto il suo potenziale solo nell’atto stesso del venire suonata in pubblico e non nel grigiore asettico di una sala di registrazione. Produrre, inscatolare, vendere. Molto meglio offrire e offrirsi al proprio pubblico, in un lungo momento di fuga lisergica. Sui gruppi musicali nati in questo contesto si potrebbero scrivere intere enciclopedie.
Noi oggi ci soffermiamo su un sotto-contesto in particolare: quello della San Francisco Bay Area, un bacino dal cui brodo primordiale si svilupparono dischi annoverati tuttora fra i migliori in assoluto di quel periodo. Nello specifico, nell’ambito del rock psichedelico – ma in realtà è molto riduttivo etichettare così questo genere, che a seconda dei casi contiene anche influssi jazz, folk, blues – è emersa in quel di San Francisco una trinità sacra: Grateful Dead, Jefferson Airplane e Quicksilver Messenger Service. Il caso può essere una forte determinante del destino di un musicista. Soprattutto in una situazione come quella di cui parliamo, cioè l’esplosione improvvisa di un vero e proprio genere con conseguente nascita di centinaia di band tutte basate sulla stessa impronta, è frequente che solo alcune di esse sfondino la barriera della notorietà e divengano immortali, mentre altre, non certo per mancanza di talento, rimangano un po’ ai margini per essere note solo agli estimatori. In questo caso potrebbe essere un tempismo sbagliato ad aver fatto la differenza per i Quicksilver Messenger Service.
Gruppo nato, proprio come Grateful Dead e Jefferson Airplane, prevalentemente suonando live, i suoi componenti si decisero a registrare qualcosa solo quando le altre due band avevano già sperimentato le luci della ribalta. E la qualità del materiale non era certo inferiore a quella dei suddetti. Il cantante e compositore Dino Valenti (al secolo Chester William Powers Jr.), proveniente dalla scena folk di San Francisco, assemblò una formazione che gli permettesse di sterzare verso una direzione più rock: riunì i chitarristi John Cipollina e Gary Duncan che per l’occasione imbracciò la ritmica, il bassista David Freiberg e il batterista Greg Elmore, ma il successivo arresto dello stesso Valenti per motivi di droga gli impedì di continuare quel che aveva iniziato. Lo fecero gli altri quattro membri per lui. Parteciparono a numerosi concerti, compreso il Monterey Pop Festival del giugno del 1967. In quello stesso anno pubblicarono il loro omonimo disco di esordio, che ricevette un’accoglienza tiepida. Ben altra storia è quella di “Happy Trails”, venuto al mondo due anni dopo.
Innanzitutto il 1969 deve essere stato caratterizzato da una particolare congiunzione astrale positiva, poiché fu l’anno in cui anche Grateful Dead e Jefferson Airplane diedero vita ai loro capolavori: rispettivamente, “Live/Dead” e “Volunteers”. Si può riscontrare un parallelismo immediato fra “Happy Trails” e “Live/Dead”, cioè il fatto che entrambi i dischi raccolgano esclusivamente performance live. Quelle dei Quicksilver sono state registrate sia al Fillmore East che al Fillmore West e raccolte in modo da creare una composizione equilibrata: un lato A comprendente un’unica canzone, Who Do You Love (cover del bluesman Bo Diddley), trasformata però in una suite lunga circa 25 minuti, e un lato B comprendente un’altra cover di Bo Diddley e tre creazioni del gruppo. Il brano occupante l’intero lato A del disco viene suddiviso in sei parti senza soluzione di continuità; ognuna di esse è caratterizzata da un andamento diverso, ma in ogni caso tutte mostrano la coesione dell’ensemble e i punti di forza di ciascuno dei quattro artisti.
Spiccano fra tutti un John Cipollina in formissima con i suoi assoli elettrizzanti e Gary Duncan, che scandisce le bizzarrie psichedeliche di Cipollina aiutato dal basso di Freiberg. Nell’apertura, Who Do You Love (Part I), si hanno anche parti cantate (da Duncan), ma è lo strumentale a conquistarsi la parte preponderante, trascinando l’ascoltatore in una versione un po’ rock e un po’ blues dell’originale diddleiano che più avanti verrà stravolto del tutto. Passando infatti a When You Love, il tema principale della canzone verrà accantonato in favore di un lungo assolo di chitarra elettrica e un bel giro di basso. Where You Love, la terza parte, si può considerare il culmine sperimentale degno di un trip del movimento precedente, nonché il pezzo in cui per la prima volta possiamo sentire la partecipazione di un pubblico incitante, il quale ci ricorda la situazione in cui questi brani sono stati registrati. Fino ad allora, per la precisione dimostrata nell’esecuzione, i Quicksilver Messenger Service avrebbero anche potuto essere in uno studio. Il viaggio continua con How You Love, che dopo la calma apparente di prima riporta alla carica Cipollina con la sua chitarra rovente che riecheggia il tema principale. Con Which Do You Love è Freiberg a dominare la situazione con le sue linee di basso, mentre il sesto e ultimo movimento, Who Do You Love (Part II), riporta a galla il motivo preponderante e la voce, come a chiudere un cerchio ideale dopo aver percorso tutte le sperimentazioni possibili sul tema.
È il momento di passare al lato B che, quasi a non volerci distogliere troppo bruscamente dalle atmosfere respirate fino a poco prima, subito ci presenta un’altra cover di Bo Diddley: Mona. Anche qui si avrà, in piccolo, un andamento simile alla suite: tema principale, distorsioni acide di chitarra, calma lisergica, sfogo finale. Da non dimenticare la ritmica del batterista Elmore che scandisce tutto questo. Segue immediatamente la malinconica Maiden of the Cancer Moon, la prima creazione originale del complesso (a firma di Duncan) e un’altra bella prova per Cipollina e Freiberg. Ma è probabilmente Calvary, sempre opera di Duncan, a costituire la pietra angolare di questo lato del disco. Sono stati affibbiati molti nomi al genere rievocato dal brano: western rock, acid-flamenco e via dicendo.
Quel che è certo è che, ascoltando Calvary, ci si sente un po’ scossi e intontiti. Come se ci si trovasse davvero nel paesaggio western raffigurato in copertina da George Hunter, ormai lontani dalla moglie che ci saluta dalla soglia di casa, persi in una calura psichedelica che ci fa credere di sentire echeggiare ritmi ibericipianoforti da saloon. Un miraggio lungo tredici minuti, al termine del quale si torna alla civiltà con un breve scherzo, una Happy Trails – che altro non era che la sigla del telefilm western di Roy Rogersallegra, semplice e fischiettante, completamente avulsa dal contesto precedente, che ci saluta con ironia ricordandoci And We Bid You Goodnight, chiusura di “Live/Dead” dei GratefulLa carriera dei Quicksilver continuerà, fra cambiamenti nella formazione e alti e bassi, almeno fino agli anni 90 ma la vetta di “Happy Trails” non verrà mai più raggiunta, restando a testimoniare un periodo così intenso e incredibile da farci pensare che non sia mai davvero esistito, come se fosse anch’esso un lontano miraggio.

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