Question: Are We Not Men? Answer: We Are Devo! – di Fabrizio Medori

Correva l’anno 1978, ma per me, che avevo quattordici anni, non correva affatto, almeno così mi sembrava. Dalle sonnolente giornate scolastiche si passava irrimediabilmente alle noiose domeniche primaverili. L’esplosione punk, nella mia cittadina di provincia, era arrivata come un’eco lontanissima, ed era più che altro una curiosità, una bizzarria. Il mio panorama musicale, nel disperato tentativo di arginare
“figli delle stelle”, “umbertitozzi” e la crescente disco music, non si spingeva oltre i confini del rock classico, anche perché, all’epoca, le fonti informative musicali erano scarsine: un settimanale non molto incisivo, Ciao 2001, e un mensile un po’ più coraggioso, Popster. In una delle solite domeniche mi ritrovai, nell’immediato dopopranzo, a casa di un mio amico, a guardare la più bella e innovativa trasmissione televisiva mai prodotta in Italia, “L’altra domenica”, condotta da Renzo Arbore, e m’incuriosì molto la presentazione del video di un gruppo, del quale si sapeva poco e niente, e che proponeva una versione alienata e schizoide di Satisfaction dei Rolling Stones. È vero che il paragone con i nostri tempi è improponibile, ma, all’epoca, stravolgere un classico del genere era pura follia, oltraggio a una musica che nella sua aura di ribellismo era più conservatrice di un assessore democristiano. La visione del filmato fu sconvolgente, i Devo venivano letteralmente da un altro pianeta, indossavano tute di carta gialline con una piccola scritta riportante il nome del gruppo, erano pallidi, occhialuti, brufolosi e non facevano niente per mascherare la loro normalità, al contrario degli eroi della Dance, i Rockets ricoperti di vernice argentata o le Sheila & the B. Devotions e le Dee Dee Jackson nelle loro tutine spaziali attillate e comunque molto attraenti. La scena in cui uno di loro toccava le gambe a una ragazza sul sedile posteriore di un’automobile, interrotto dalle proteste della probabile madre di lei seduta davanti, riempiva di libidine chi, come me, all’epoca non si sentiva esattamente un play boy. Fu comunque un colpo di fulmine, la scoperta che era possibile seguire anche un’altra via, alternativa al rock ed al punk, una musica che rispecchiava perfettamente il periodo in cui era pubblicata, un periodo di disillusione, nel quale non era più possibile praticare il sogno. Il risveglio dall’utopia fricchettona era stato piuttosto duro, e da noi si continuava ad esorcizzarlo con il progressive e con i finti suoni folk rock provenienti dalla California. L’elettronica stava finalmente affrontando di petto la situazione: bisognava esprimere in musica l’alienazione di un mondo basato sulla schiavitù del lavoro. A questo punto iniziò la mia lunga ricerca del disco dei Devo. Dalle mie parti non sapevano neanche chi fossero e nelle città vicine alla richiesta del disco mi guardavano come se fossi un ufo, ma poi, finalmente, un giorno capitai a Roma, e costrinsi i miei a portarmi in un grande negozio di dischi, in viale Giulio Cesare. Finalmente entrai in possesso dell’oggetto che desideravo, e non potevo ancora ascoltarlo, perché ero a più di tre ore da casa mia! Il giorno seguente, tornato a casa, mi precipitai nella mia cameretta e misi il vinile sul giradischi… e in quel momento ho capito il significato di innovazione. I nerd di Akron trattavano le loro canzoni come se fossero scorie nucleari, rifiuti della civiltà del futuro da maneggiare con cura, da guardare con tenerezza e ribrezzo al tempo stesso. Oltre alla cover degli Stones, il disco è pieno delle cronache del mondo reale, quello vero, dove non c’è grande spazio per i sogni, dove le ciminiere delle fabbriche ti avvelenano brutalmente, ogni giorno, dove il sogno americano ti ruba tutto e non ti regala niente, dove per trovare la parole dovresti avere un piccolo microfono, nascosto nel cuore, ma le parole ti si spezzano in gola. Quella volta i Devo mi fecero realmente una sorpresa.

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devo medori

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