Quentin Tarantino: Once Upon a Time in Hollywood (2019) – di Sabrina Sigon

Un fatto terribile quello che, alla fine degli anni sessanta – in una Hollywood che sembrava una strada lastricata d’oro fatta per portare attori e registi verso successi inaspettati – avvenne nella notte del 9 agosto del 1969 a Los Angeles: l’attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polański, era appena tornata a Los Angeles, nella sua villa al 10050 di Cielo Drive, situata nel prestigioso quartiere di Bel-Air e, incinta di otto mesi, si apprestava a passare la serata insieme agli amici Jay Sebring, Wojciech Frykowsky e Abigail Folger, andati a casa sua per non lasciarla sola ad appena due settimane dal parto… ma questa non è la storia principale di “Once Upon a Time in Hollywood” (2019), l’ultimo film di Quentin Tarantino, uscito in Italia il 18 settembre scorso e, insieme a quella della “Famiglia Manson”, ne costituisce l’ambiente e scorre parallela per tutti i 161 minuti di proiezione, giungendo a incrociarsi con le vicende dei protagonisti solo alla fine. Inizialmente pensato come un film alla Elmore Leonard, in cui la trama avanza attraverso i dialoghi, in un secondo tempo Tarantino, sempre più convinto della forza dei suoi personaggi, decide di puntare maggiormente sulla storia, che si svolge attorno alle vicende di Rick Daltonattore in declino protagonista della serie televisiva western “Bounty Law” – e l’amico, braccio destro e controfigura Cliff Booth, su cui aleggia l’ombra dell’omicidio della moglie.
I due si muovono nel mondo dorato degli Studios cercando di ottenere delle parti nella fiorente industria cinematografica di Hollywood, che però disattende le loro aspirazioni. Il volto della sconfitta per Rick è rappresentato da Martin Schwarz, il suo agente, interpretato da Al Pacino che, con un discorso molto schietto, gli spiega il motivo per cui non potrà mai essere un attore di successo. “Stare faccia a faccia col fallimento della tua carriera ti fa piangere”, dirà poi Leonardo Di Caprio – alias Rick Dalton – alla sua compagna di scena, una bambina di otto anni. Vicino di casa di Sharon Tate, Rick si trova però sulla parte sbagliata della carreggiata, quella che lascia indietro chi non segue il ritmo del successo, chi non è capace di incarnare il ruolo del vincente ed emette quell’odore di sconfitta che la macchina cinematografica usa e spande a suo piacere. Rick però è un lottatore, va avanti, e questo anche grazie all’amicizia granitica della sua controfigura, un Brad Pitt che fa il paio con Di Caprio in quanto a ottima recitazione e somiglia sempre più al Robert Redford che lo volle nel suo: “In mezzo scorre il fiume” del 1992. Un’amicizia che a un certo punto della storia entra in crisi per motivi economici, quando Rick si sposa e non può più permettersi di pagare l’amico tuttofare – una solenne ubriacatura insieme è l’unico modo per dirsi addio – ma, in seguito agli eventi della notte del 9 agosto, ne uscirà più solida che mai. L’ampiezza di alcune scene che nel film “The Hateful Eight” (2016) venne ottenuta dalle riprese girate con pellicola formato deluxe in 70mm. – per assecondare il desiderio di Tarantino di dare al pubblico in sala una dimensione quasi epica dell’emporio dove si svolge la scena principale – in “Once Upon a Time in Hollywood” è resa dal tempo.
Nelle inquadrature dell’automobile guidata da Cliff Booth che sfreccia sull’Interstatale, nelle scene del film dove Di Caprio prova più e più volte la parte ma continua a sbagliare le battute, quando lo stesso impreca nel camerino perché non si ricorda più niente… ecco che tempo e ripetizione ampliano la scena, che si allarga tanto da raggiungere lo spettatore in sala. L’attrice Margot Robbie, che nel film interpreta Sharon Tate, si confronta con un ruolo difficile da rendere: la seguiamo mentre balla alle feste sulla musica di Son of a Lovin’ Man del gruppo The Buchanan Brothers, mentre sfreccia in auto al fianco di Polański, mentre va al cinema a vedere il suo film e il sorriso, inizialmente stupito, l’ingenuo compiacimento mentre guarda lo schermo insieme al pubblico in sala e partecipa al divertimento generale, rendono immediata l’empatia con il personaggio e con molte delle giovani attrici che all’epoca inseguivano il successo
Il primo incontro fra Sharon Tate e Charles Manson avviene proprio davanti alla villa di Cielo Drive, ed è sottolineato da Hungry di Paul Revere & the Raiders.
“È una canzone cool e inquietante allo stesso tempo”, racconta Mary Ramos, music supervisor storica di Quentin Tarantino e curatrice della colonna sonora del film che, per inamovibile decisione del regista, doveva essere composta da brani che non fossero usciti dopo la fine degli anni sessanta, per rendere la storia assolutamente contestualizzata anche da un punto di vista musicale. Un pezzo inquietante e perfetto per quel momento del film, in cui ancora non è successo niente ma si sa già che qualcosa accadrà.
Il gruppo dei Raiders ha inoltre un valore storico nella vicenda: il loro produttore era Terry Melcher, figlio di Doris Day, che aveva avuto dissidi con Manson a proposito di un contratto discografico, e aveva vissuto nella villa di Cielo Drive insieme alla moglie Candice Bergen prima di Sharon. Con le molteplici citazioni e autocitazioni che piacciono a Tarantino tanto da disseminarle copiose all’interno dei suoi film – come quelle di “Django Unchained” (2013) e di “Inglourious Basterds” (2009) – il regista mette in scena le sue personali rivisitazioni di vicende realmente accadute, spostandole in un universo parallelo dove tutto può succedere. Ma questo, in un finale che sorprende lo spettatore, nel far dimenticare il tragico, vero epilogo della strage di Cielo Drive, non si sottrare dal restituirne l’amaro sapore. Famoso inoltre per disseminare i film di finti marchi, uno dei suoi “fake brands” più conosciuto è quello delle sigarette Red Apple, già comparse in “Pulp Fiction” (1994) e “Kill Bill I e II” (2003 e 2004)… e anche qui faranno la loro comparsa, quando meno ce lo si aspetta, all’interno di un divertente set pubblicitario. Ma è un altro set quello che, per contro, contribuisce al senso di inquietudine che si respira per tutto il film: quello Spahn Movie Ranch, set cinematografico di 55 acri in disuso nella contea di Los Angeles, che dà rifugio alla “Famiglia Manson”, un gruppo-culto a predominanza femminile soggiogato dalla personalità e dalle tecniche di motivazione subliminale di Charles Manson, di cui lo spettatore riesce a vedere la miseria, psicologica e morale, attraverso gli occhi del granitico Cliff Booth

“Il caso Manson, aprendo uno squarcio sul mondo di Hollywood, aveva tutti gli ingredienti necessari per suscitare l’interesse della nazione e del mondo intero. Aveva il rock and roll, aveva il fascino del Wild West, aveva i veri anni sessanta con la loro rivoluzione sessuale, l’amore per gli spazi aperti, la ferocia e le droghe psichedeliche. Aveva i sogni di gloria e di celebrità, aveva religioni di ogni tipo, aveva le stragi interne e le guerre, il tutto concentrato in un’enorme e vorticosa storia di sesso, droghe e crimini violenti”. (Ed Sanders, La Famiglia).
E fu solo grazie all’instancabile attività investigativa del procuratore Vincent Bugliosi, insieme ad alcune testimonianze, a portare all’arresto, dopo alcuni mesi dal massacro di Cielo Drive, di Manson e vari membri della sua distorta “Famiglia”. A cinquant’anni dalla strage la storia di Sharon Tate, assurta a mito di Hollywood per la sua prematura e tragica scomparsa, viene rappresentata attraverso la genialità di un regista che riesce a riportare lo spettatore in quegli anni, e a fargli percepire tutte le contraddizioni di un’epoca che, con lo sguardo rivolto al successo, non si accorgeva del male che le cresceva a fianco. Tarantino, da abile narratore, non dice tutto e lascia allo spettatore il compito di chiudere alcune scene: attraverso le vicende di Rick e Cliff, le loro contraddizioni, i loro insuccessi e i loro errori, la riflessione che evoca ha a che fare col destino, e in questi 161 minuti non ci si può non interrogare in proposito.
Tutta la mia vita è stata decisa dal destino. Penso che qualcosa di più potente di noi decida i nostri destini per noi. (Sharon Tate)… ai titoli di coda non andate via subito.

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