Quentin Tarantino: “Le Iene” (1992) – di Nicholas Patrono

Un surreale dialogo sulla mancia da lasciare ad una cameriera apre “Le Iene” (Reservoir Dogs 1992). Primo film da regista indipendente, ouverture della cinematografia di quello che poi sarebbe diventato uno dei più genali registi di Hollywood, nonché sceneggiatore e produttore affermatissimo e richiestissimo. Quentin Tarantino ai tempi era molto giovane, 29 anni, eppure nel suo “Le Iene” sono introdotti molti dei temi e degli elementi stilistici cari al regista americano, divenuti suo marchio di fabbrica nei film successivi, quelli della maturità stilistica. L’apertura è quella di un thriller poliziesco dalle sfumature noir, in cui una banda di malviventi organizza una rapina in banca. La regola della banda è: nessuno parla di sé, del proprio passato, nessuno dice il proprio nome agli altri, ma si usano degli pseudonimi (Mr. Brown, Mr. Pink, Mr. White, Mr. Blue, Mr. Blonde e Mr. Orange). Esilarante, fra l’altro, la sequenza in cui i criminali litigano per appropriarsi il miglior “colore”.
La rapina non va a buon fine, l’intervento dei poliziotti è tempestivo, alcuni componenti della banda rimangono uccisi, altri sparano addosso a dei passanti innocenti… e la banda si rifugia in un luogo prestabilito. Qui emergono i primi dubbi: forse l’intervento dei poliziotti è stato un po’ troppo tempestivo… Non riveleremo altro della trama, perché non vogliamo privare gli spettatori che ci leggono e non hanno visto il film del piacere di gustarsela come chi ha scritto questa recensione, ossia non sapendo quasi nulla di quello che sarebbe successo. I meriti di Tarantino in questo film sono tanti, e molti aspetti andranno a caratterizzare la sua futura cinematografia, a partire da una sceneggiatura fulminante, spesso temporalmente non lineare, con dialoghi al vetriolo, situazioni al limite del surreale, personaggi grotteschi e un gustoso black humour a condire il tutto. Elementi, questi, destinati ad essere ripresi interamente nel successivo “Pulp Fiction” (1994), considerato da una buona parte di critica e pubblico il capolavoro di Tarantino… ma non da chi scrive, perché, pur avendolo apprezzato, ha preferito “Le Iene”. È un film che non ha bisogno di presentazioni, “Pulp Fiction”, nel quale le molte potenzialità espresse ne “Le Iene” vengono realizzate appieno. La sceneggiatura de “Le Iene” prima, e degli altri film di Tarantino poi, mostra una capacità non comune tra gli scrittori di Hollywood di coinvolgere lo spettatore, di creare personaggi fortemente caratterizzati e indimenticabili, come il polemico Mr. Pink de “Le Iene”, o la coppia formata da John Travolta e Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction”, la micidiale Sposa (Uma Thurman) nei due volumi che compongono “Kill Bill” (2003 e 2004), fino ai lavori più recenti, con il pistolero Django, il dottor King Schultz e il malvagio Calvin J. Candie, un Leonardo DiCaprio all’apice della forma, in “Django Unchained” (2012)… e troppi ne tralasciamo, altrimenti servirebbe un articolo a parte solo per parlare dei personaggi di Tarantino.
Nonostante il minutaggio ridotto rispetto ai futuri film di Tarantino, solo 99 minuti, in “Le Iene” i personaggi colpiscono subito, e colpiscono duro. Emerge già dalle prime sequenze il talento degli attori, alcuni dei quali destinati a diventare nomi rinomati e a collaborare nuovamente con Tarantino: Steve Buscemi (Mr. Pink), Tim Roth (Mr. Orange), Michael Madsen (Mr. White)… ma non solo, perché “Le Iene” è un film quasi pedagogico, che racconta la nascita di un genio. Molti elementi caratteristici della filmografia di Tarantino fanno infatti la loro prima comparsa, a partire da una sceneggiatura caratterizzata dalla non linearità temporale dell’intreccio; poi i dialoghi sopra le righe, che ricordano i libri noir di Elmore Leonard, uno degli scrittori preferiti del regista americano, al punto da aver adattato un suo romanzo, “Punch al Rum” (1992), trasformandolo nel film “Jackie Brown” (1997)… e ancora la violenza, spesso estrema, altrettanto spesso grottesca e volutamente esagerata, con secchiate di sangue lanciate addosso ai malcapitati attori e, infine, i frequenti richiami alla cultura pop americana. Il tutto alla faccia degli altri sceneggiatori di Hollywood, tutti ubriachi di politically correct, omologati nella scrittura di “storielle” che altro non sono che copie-carbone le une delle altre, con pochi sprazzi di novità e ancor meno di genialità. A livello registico, compare una delle prime “trunk shot” di Tarantino, termine che significa letteralmente “ripresa dal bagagliaio”.
Nelle “trunk shot”, la cinepresa è posizionata nel bagagliaio di un’auto e gli attori sono ripresi dal basso. Un elemento destinato a ripetersi molto spesso: lo troviamo in “Pulp Fiction”, “Jackie Brown”, Kill Bill Vol. 1” e “Bastardi Senza Gloria”, anche se in quest’ultimo non è presente un bagagliaio, ma è solo una ripresa dal basso. Compaiono i primi lunghi piani sequenza, capaci di durare interi minuti, altro elemento ricorrente nella cinematografia di Tarantino; e poi il “mexican standoff”, o stallo messicano, una situazione nella quale più personaggi si tengono sotto tiro a vicenda. Elemento, questo, ripreso dai film di Sergio Leone, di cui Tarantino è un grande appassionato. Grande amante degli “spaghetti western”, Tarantino è particolarmente affezionato a “Il Buono, il Brutto e il Cattivo” (1966); un affetto che spiega la sua fissazione per lo stallo messicano, e che genera ne “Le Iene” lunghe scene di tensione. Un film, questo “Reservoir Dogs”, diametralmente opposto a ciò che Tarantino è diventato oggi, nel 2019. Un’evoluzione durata ventisette anni, in cui si annoverano nove film scritti e diretti, e altri progetti per cui ha scritto la sceneggiatura, come “Dal Tramonto all’Alba” (1996), o di cui ha girato solo segmenti (“Four Rooms” del 1995, segmento “L’uomo di Hollywood”; “Grindhouse: A Prova di Morte” del 2007, segmento di “Grindhouse”), e altri lavori ancora.
L’ultima opera del regista americano, “Once Upon a Time in Hollywood”, uscita il 18 settembre scorso in Italia, è un tripudio di auto-citazionismo, nonché una celebrazione del suo amore per il Cinema e per la Hollywood degli anni 60, dove alcuni elementi, come la cultura pop americana, ne sopraffanno altri. Dimenticate la sceneggiatura sferzante e senza un attimo di respiro de “Le Iene”. Il primo e l’ultimo film di Tarantino sono diametralmente opposti, sia nella durata che nel ritmo. Due opere da guardare assieme, per ammirare le origini e l’ascesa di un grande regista, e scoprire quanto nel corso degli anni ha trasformato sé stesso… e se la sua ultima opera è una fiaba ambientata negli anni 60, che non a caso inizia con “C’era una volta”, la sua prima è una storia cruda e violenta, che dura 70 minuti in meno (99 minuti contro 161), essenziale e diretta, che racconta la nascita di un regista geniale.

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