Quentin Tarantino: “Kill Bill” (2003/2004) – di Bruno Santini

La prima impressione (nonché prima concretamente definibile) avuta dopo la visione di “Kill Bill” è stata quella di un’impossibilità di ragione; accanto a questa (o meglio diretta conseguenza della stessa) la mancata occasione di poter scegliere un preferito, un più appassionante o, ancora, più giusto. “Kill Bill”(dove, con le due parole s’intende l’intero lungometraggio senza suddivisioni, così com’è stato concepito inizialmente) ha il pregio di creare delle atmosfere, dei contesti, delle situazioni tali da riuscire a caricare di apprensione, odio, rancore e allo stesso tempo pietà, noia, compassione e quasi pena nello spettatore. Se c’è un pregio che a Quentin Tarantino va riconosciuto è il saper fare cinema secondo canoni desueti: accanto alla sua maniacale cinefilia, insieme al suo esercizio di stile e alla sua corposa e melensa carica di erudizione, ogni suo film si carica di un elemento che, sviscerato e portato a compimento attraverso ogni sua sfaccettatura, diviene reale, concreto, tangibile, pur essendo (come in questo caso) inverosimile. Eccoci allora al punto di partenza: non è possibile scegliere il personaggio (tra i tanti) che possa rappresentare “Kill Bill”. La sposa è, di certo, la protagonista. Tutti gli altri sono i suoi nemici, coloro che meritano la morte e che la morte ottengono, attraverso un graduale processo che nessuno esclude… e poi le comparse, più o meno efficaci, più o meno importanti. Nessun personaggio, data la connotazione che porta con sé, dato il contesto in cui questa connotazione si esprime, può dirsi il vero vincitore morale, il vero “preferibile” in tutta la vicenda: la strategia di Quentin è dunque riassumibile nel concetto di presentazione doppia del personaggio. Ognuno, in primo luogo, merita di morire. Ogni avversario di Uma Thurman, che nel film veste i panni di una Beatrix il cui nome, alla maniera degli spaghetti-western di Sergio Leone, viene sempre censurato, merita la morte e in quanto tale assume certamente una connotazione negativa. La morte (che un gioco non è ma quasi mira a diventarlo) è la basilare conseguenza di una vendetta aspra, cinica, felina. Beatrix crede di aver perso la figlia, è stata massacrata e quasi uccisa da quel «masochismo» di Bill, che nel suo apice più violento si esprime attraverso un colpo di pistola alla tempia della sposa. La vendetta è solo la naturale reazione di una donna che, dopo anni di coma si risveglia e cerca il suo riscatto. Basta ripeterselo, allora, basta pensare a quelle scene ed ecco che la morte, un concetto così assoluto e univoco, si tempra: è negativa, è violenta e soltanto in modo violento si esprime, ma – è la naturale giustificazione di ogni spettatore – «quella donna merita la sua vendetta», e allora la morte, il fine ultimo, diviene mezzo di un qualcosa di più grande, ancor più assoluto e univoco. La morte cede il passo alla vendetta, sembra quasi accompagnarla come consigliera, diventa positiva… e siamo soltanto all’inizio di un percorso che tende a far diventare ogni singolo personaggio, che sia alleato o nemico della sposa, positivo e al contempo negativo: il film è suddiviso in dieci capitoli, non presentati (com’è caratteristica peculiare dello stile cinematografico di Tarantino) secondo un ordine cronologico. In ognuno dei capitoli si snodano le vicende di tutti i personaggi che, lo si capisce attraverso più scene del film, partecipano al massacro di Beatrix, intenta a sposarsi. Il massacro, in primo luogo, è presentato secondo una piacevole e, allo stesso tempo anche sconvolgente, connotazione quasi viziosa: un uomo, Bill, che viene giustamente (se consideriamo la sua professione) allontanato da una donna, Beatrix, che decide, scoperto di avere una figlia, di farsi una vita normale, lontana dalle uccisioni e dal sangue. Decide di sposare un uomo e con questi vivere con il ricavato della vendita di dischi… ma Bill, che credeva che la sua donna fosse morta, scopre invece che si era rifatta una vita. Chiama allora i suoi scagnozzi, sicari addestrati, specializzati nell’arte marziale e nell’uccisione, che rovinano la festa della novella sposa. Proprio Bill (è la prima scena del film) dà il colpo di grazia a Beatrix, sparandole nella tempia ma, straordinariamente, questa non muore. In un palcoscenico di emozioni e presentazioni ribaltate, sembra, in un momento del film, ricadere la colpa su una donna che voleva semplicemente vivere in modo tranquillo. La morte, che come abbiamo già visto passa in secondo piano, passa per il vizio di un uomo che si sente tradito e organizza una vendetta quasi infantile e fanciullesca… come un gioco. Un uomo che ci viene presentato attraverso una meravigliosa connotazione caratteriale: galante, leggiadro, accattivante e anche buon padre (padre della bambina che la sposa, intenta a vendicarsi, credeva fosse morta); quasi come se tutto ciò che ha creato passasse in secondo piano e fosse soltanto oggetto di una frenetica smania della protagonista, Bill è l’uomo per eccellenza, quello meglio caratterizzabile e definibile, che porta addosso con eleganza la colpa di aver ucciso (quasi) la donna che amava e a cui rinfaccia pure, quasi noncurante, il tradimento. Un tradimento non sentimentale, perché non solo di sentimento si parla: ma professionale. Beatrix non può e non avrebbe mai potuto, dice Bill, scegliere una vita tranquilla. La sua vocazione è la morte, che essa sia procurata o ottenuta. E’ ovvio, la storia tra i due è il primo piano che nella vicenda prende man mano spazio, ce lo si aspetta dal titolo innanzitutto, ma soprattutto dal fatto che quello di Bill sia l’ultimo nome della “Death list” della donna. Tutte le altre vicende però hanno pari rilievo: quella di Budd, fratello di Bill, forse il più umano per caratterizzazione e che per primo giustifica l’azione della donna. Un uomo che vive di stenti, fa il buttafuori e vive in una roulotte. Che, tra gli altri, va più vicino all’uccisione della donna, ma sbaglia perché assetato: non gli basta ucciderla, vuole farlo in modo vistoso e appariscente, quasi umiliante. Budd, così come gli altri, è l’oggetto di una dicotomica presentazione: lato umano e lato professionale. La professione di uccidere rende tutti degli assassini mai monotoni, ma che a volte cedono il passo alla pazzia; è però nella vicenda umana, nei trascorsi, nella condizione che si trovano le risposte a quanto di interrogativo possa esserci nella morte e nell’uccisione: ognuno di loro ha una vita difficile, sia per trascorsi che per attualità. Budd, per porre fine alla sua condizione, chiede un milione di dollari in cambio della prestigiosa spada di Beatrix. Muore per quei soldi stessi, che celano il più velenoso tra i serpenti americani. O-Ren, la nippo-cinese-americana, ha visto morire umiliata e massacrata la sua famiglia, divenendo per la vendetta cieca. Elle Driver, la più spietata, viene poco presentata per i suoi trascorsi, ma è intuibile che soffra di una competizione con Beatrix, il vero e unico oggetto dell’amore imperituro di Bill. Vernita Green, la prima a morire, ha una figlia: ciò placa inizialmente la furia di Beatrix, che non avrebbe voluto compiere un ingiurioso spettacolo agli occhi di un’ipotetica coetanea della sua B.B. ma la donna nera, non dello stesso avviso, cerca e ottiene la morte. Hattori Hanzo, un uomo che la morte l’ha fabbricata attraverso le sue spade e che, nonostante la sua promessa, per l’ennesima volta, conosciuta la storia della sposa, decide di creare la più importante, violenta e potente spada mai forgiata… e infine lo stesso Bill, che muore per una mossa che Beatrix proprio grazie a lui (indirettamente, perché la apprende dal maestro di arti marziali Pai Mei) conosce: Bill muore in modo ridicolo, e la sua morte tempra ancor più quella crudeltà che nel film la morte vuole e deve assumere. La sua fine è preceduta da uno scontro di spade con Beatrix, prima che la donna lo uccida con “l’esplosione del cuore con cinque dita”, mossa capace di uccidere chiunque dopo che, questi, abbia percorso cinque passi. Prima della morte dell’uomo c’è un momento romantico, dominato dalle lacrime della sposa che gli sfiora la mano. Tronfio, Bill percorre i cinque passi prima di accasciarsi, ponendo fine a quanto di sciagurato aveva creato. L’epilogo è infatti felice: Beatrix gioca con sua figlia B.B., che aveva trovato col padre dopo che, per tempo, l’aveva creduta morta. La risposta più naturale alla doppia sfaccettatura di cui sopra voleva essere data dallo stesso Tarantino, intento a creare un “Kill Bill vol. 3” che, però, non è mai stato portato a compimento. All’interno dell’ipotetico film, come in un cerchio che tende a chiudersi, non ci sarebbe più stata la vendetta della sposa (che poco avrebbe avuto da vendicarsi, data la morte di tutti) ma la vendetta contro la sposa, già evocata dalla stessa in una delle prime scene del vol. 1, quando, riferendosi alla figlia di Vernita Green, si era scusata per l’uccisione di sua madre. Un cerchio che però, pensando alla causa-effetto, mai avrebbe potuto chiudersi perché la lacuna, data dall’ostinazione di presentare ogni personaggio secondo il duplice aspetto, sarebbe permasta. Beatrix, per la prima volta anche negativa e oggetto di vendetta, avrebbe svelato soltanto l’aspetto positivo e cieco dei nuovi, eventuali, “sposi insanguinati”.

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