“Quello che non è”: intervista con Maurizio Pupi Bracali – di Gabriele Peritore

Storica la sua passione per la musica che ne fa uno dei più grandi divulgatori a livello nazionale. Maurizio Pupi Bracali, ha collaborato e collabora con numerose riviste cartacee e on line, ha organizzato, nella sua Liguria, concerti promozionali, una mostra a tema dedicata alle arti figurative nelle copertine dei dischi intitolata “Disco/Grafica” e, soprattutto, è riuscito a far confluire questa grande passione in un’altra, per lui, ancora più antica, la scrittura. Si può ormai considerare uno scrittore affermato con in bagaglio ormai una vasta produzione di pubblicazioni letterarie tra, poesie (“100 piccoli quasi Haiku” ), racconti (“Il predominio del nero”), romanzi (“Nostra Signora degli Ulivi”, “Qualcosa nel vento” e tanti altri), teatro e, grazie soprattutto all’invenzione dell’ispettore Calcagno, che riesce ad unire letteratura e musica. Da poco in libreria, “Quello che non è” (Edizioni del Delfino Moro), il tredicesimo capitolo riguardante le inchieste di Calcagno, questo particolare personaggio che, in questo ultimo episodio, si troverà coinvolto in una spinosissima inchiesta sulla misteriosa scomparsa di una giovane donna. Abbiamo recentemente accolto Pupi tra le nostre fila su Magazzini inesistenti con i suoi articoli e lo abbiamo sottoposto a qualche domanda di benvenuto.
L’ispettore Calcagno che ti ha portato tanta fortuna, è un provetto investigatore, dall’animo molto umano e un appassionato estimatore di musica. Come è nata l’idea di creare questo personaggio? 
“Prima della “saga” con l’ispettore Calcagno (come la chiama qualcuno) avevo scritto poesie e un libro di brevissimi racconti noir. Fu il caso che portò mia madre novantenne a raccontarmi di aver posato da ragazza per un dipinto raffigurante la Madonna dicendomi che avrebbe dovuto trovarsi in una piccola chiesetta dell’entroterra ligure ma non sapeva quale e dove. “Sarebbe bello se tu trovassi quel dipinto così vedresti come ero da ragazza visto che non ho fotografie di quando ero giovane…” Quella richiesta che materialmente non sono riuscito ad esaudire mi fulminò come una scarica elettrica e vidi immediatamente il potenziale di una storia di crimine e redenzione (il peccatore va alla ricerca del dipinto per chiedere perdono della sua vita sbagliata alla sua Madre/Madonna). Ho dipinto di giallo quella che doveva essere la “mia” ricerca (mai realmente effettuata, finora) e così è nato l’ispettore Calcagno (cognome tipico della mia zona) che nel primo romanzo (“Nostra Signora degli Ulivi”) è un personaggio a latere (appare solo a partire dal terzo capitolo) e appena abbozzato, che mai avrei immaginato avrebbe riscosso tutta la simpatia che lo ha portato ad essere poi il protagonista assoluto di altri dodici romanzi.
Bellissima questa storia di tua madre che però, fa pensare che la trasposizione in forma giallistica non sia stata la preferita fin da subito…
“Non proprio. Non voglio passare per uno snob con la puzza sotto il naso, ma le mie letture, le cui primissime risalgono all’infanzia, sono state più quelle introspettive e psicologiche dei grandi romanzieri del passato. Però ho sempre amato il commissario Maigret di Simenon, del quale avevo quasi l’intera collezione, (andata perduta) e avevo letto qualche classico del giallo (Conan Doyle, Agatha Crhistie, Poe). Leggo più gialli adesso anche per vedere cosa fa la “concorrenza” e perché tra i miei lettori scatta sempre il gioco della similitudine (mi hanno praticamente paragonato a tutti, da Camilleri, a Andrea Vitali, da Jean-Claude Izzo a Lonsdale, dallo stesso Simenon a Pinketts) e quindi ho letto e leggo questi autori per vedere se anch’io mi riconosco (praticamente mai) nelle loro pagine. Con alcuni: Andrea G. Pinketts, Roberto Centazzo, Daniele Genova, Cristina Rava e lo stesso Vitali sono addirittura diventato amico”.
Beh, così fai venire la curiosità di sapere di più sui tuoi autori preferiti… 
“Al di là del giallo ho una predilezione per Borges, Saramago, Amèlie Nothomb, dei quali ho quasi le opere complete. Da ragazzo ho avuto, benché senza particolari (apparenti) influenze nella mia scrittura un innamoramento per la Beat Generation. Poi ci sono libri che mi hanno entusiasmato di Pynchon, McEwan, Jonathan Coe, John Williams, kent Haruf, Agota Kristof e in generale la narrativa fantastica, prevalentemente, ma non solo, sudamericana (Bioy Casares e altri di quel genere) tra gli italiani leggo un po’ di tutto, seguo Erri De Luca, Maurizio Maggiani e ho un debole per Pavese e, soprattutto, per il mio corregionale Francesco Biamonti, al quale a volte cerco di ispirarmi soprattutto nelle ambientazioni (irraggiungibili comunque) delle coste e dell’entroterra ligure dove si svolgono i miei romanzi. Nel giallo leggo molti “colleghi” italiani che sopra ho già citato ai quali aggiungo De Giovanni, Carrisi. Vichi, Morchio e altri molto bravi ma meno conosciuti come Maria Masella, Ugo Moriano, Novelli & Zarini
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Ecco, appunto, i luoghi… Mi hai dato il la per un’altra domanda che volevo farti. Tu sei ligure, di Ceriale, uno splendido posto sul mare. Quanto contano i luoghi nell’ambientazione delle tue storie? 
“Contano moltissimo. Sono a volte i veri protagonisti del romanzo. Come Biamonti che ho già citato nella domanda precedente concedo molto spazio all’ambientazione tra il mare e le colline della mia bellissima zona di Liguria del ponente savonese. Durante le mie presentazioni esiste da anni il tormentone per il quale a un certo punto dico al pubblico che se il romanzo non piace come giallo, funziona benissimo come guida turistica. Ovviamente è una boutade paradossale, ma dà il senso della cosa. Anche le bellezze artistiche di questa mia zona vengono spesso segnalate e inserite armoniosamente nella trama poliziesca. E’ il mio tentativo di valorizzare e far conoscere le bellezze naturalistiche e artistiche del mio territorio. E quando i lettori mi dicono che dai miei romanzi traspare l’amore per la mia terra è forse il complimento più bello”.
Visto che nei tuoi romanzi si parla molto di musica, viene la curiosità di sapere su quali gusti è costruita questa passione… 
“Come nella letteratura sono piuttosto onnivoro. La suoneria del cellulare di Calcagno è il riff di Whole lotta love dei Led Zeppelin, ma in uno dei romanzi (“A forma di anima”) il poliziotto ligure viene indirizzato da un giovane ragazzo sul quale sta indagando, sui Prodigy e i Chemical Brothers apprezzandoli, poi c’è il tormentone per cui in ogni romanzo,  ormai è diventato un gioco, sono citati i Genesis. Ma poi anche il jazz (Miles Davis).Tra i miei preferiti ci sono poi Neil Young e Frank Zappa che però non credo di avere mai citato (finora) nei miei libri”.
Quindi Calcagno ha i tuoi stessi gusti e forse anche gli altri personaggi. Quanto c’è di autobiografico in loro? 
“L’ispettore Calcagno è assolutamente il mio alter ego, pur con diversi distinguo (lui fuma come una ciminiera e io non ho mai fumato), la consumazione esagerata dei litri di birra (Ceres) invece ci accomuna davvero, così come i ricordi di infanzia e adolescenza in cui molti lettori si riconoscono che non sono altro che i miei, ma soprattutto è il filosoficamente spicciolo Calcagno-pensiero che traspare tra le pieghe di una storia poliziesca che non è altro che il Bracali-pensiero. Nel primo romanzo “Nostra Signora degli Ulivi” non avendo ancor ben delineato il personaggio Calcagno, direi che tutti i personaggi, persino quelli femminili sono tutti una parte di me”.
Viene da citare Flaubert su questa tua ultima affermazione. Hai proprio il DNA dello scrittore vero ma, quando hai capito che la scrittura era la tua forma di comunicazione personale? 
“Da sempre. Alle scuole medie i miei temi (che erano già racconti veri e propri) venivano portati e letti all’attiguo liceo classico per fare capire come si scriveva un tema e ho vinto diversi concorsi scolastici senza nessun problema. Per contro dal punto di vista matematico sono tuttora praticamente handicappato, faccio fatica a contare una manciata di monete e dopo averle contate dieci volte mi sbaglio lo stesso. Ho problemi, ad esempio, a pagare al bar (le birre di cui sopra) e a riscuotere il resto che faccio fatica a conteggiare e a capire”.
Anche se qualcuno dice che la musica e la musicalità hanno anche una loro matematica, ah ah. Tu sei anche un poeta e nella poesia molto spesso musica e musicalità della parola vanno di pari passo…
“Per uno che scrive la parola è fondamentale, ovviamente, anche se ho la civetteria di dire che gioco con le parole, sulla musicalità posso dire che il ritmo dei miei romanzi del quale spesso vengo complimentato (scorrevolezza, scioltezza, ecc.) forse nasce proprio dall’ascolto assiduo della musica che ha forse creato una sorta di imprinting inconscio per cui la mia scrittura ha un ritmo piacevole e riconoscibile (così dicono…). Anche il cinema, di cui sono grande appassionato, trova spazio nelle mie pagine sia come influenza che come citazioni”
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Per un intellettuale è importante giocare con la parola ma quanto conta in questo periodo storico in cui la comunicazione sembra impazzita? 
“Purtroppo come diceva Umberto Eco i social hanno dato anche agli imbecilli la possibilità di esprimersi, d’altro canto hanno rimesso in gioco la formula della parola scritta che si è persa da tempo (nessuno scrive più lettere) poi, come dice un illustre critico letterario mio concittadino a proposito della narrativa, c’è più gente che scrive, che gente che legge.
Fortunatamente a volte chi scrive produce anche qualità, come nel tuo caso. Non ti sei risparmiato affatto nella scrittura. Ormai la tua produzione è vastissima c’è qualche pubblicazione a cui sei più legato?
“Beh, l’ispettore Calcagno mi ha dato la piccola notorietà di cui godo, (ho appena vinto un importante e prestigioso Premio qui nella mia zona che viene conferito a chi, attraverso la propria arte, (qualsiasi arte), valorizza, divulga e fa conoscere il nostro territorio al di fuori dei confini liguri), quindi Calcagno non si tocca, però sono affezionato a un romanzo (“Qualcosa nel vento” del 2009) che ho scritto a quattro mani (e quasi controvoglia) con la giornalista e scrittrice savonese Valeria Rossi che purtroppo è morta per un male incurabile un paio di anni dopo la pubblicazione, a neanche sessant’anni”.
Hai fatto bene a ricordarla e noi ci uniamo. Un libro è anche un ricordo materiale. Materiale cartaceo per l’esattezza; tu che rapporto hai con l’oggetto libro e con la carta?
“Un ottimo rapporto. Io non uso né possiedo un telefono cellulare, quindi viaggio ancora coi foglietti dove mi appunto tutto, indirizzi, numeri telefonici, piccole idee che mi vengono in qualsiasi momento. Libri ne possiedo centinaia, ho sempre letto, leggo tuttora costantemente e voracemente e leggerò finché ne avrò la possibilità. Adoro e cito sempre quella frase di Borges che diceva: “Sono più orgoglioso dei libri che ho letto che di quelli che ho scritto”. E se lo diceva un immenso gigante letterario come lui, figuriamoci io che non sono nessuno”.
Forse è l’unica vera ricchezza che possediamo. Uno scrigno che possiamo mettere sul comodino a cui attingere quando vogliamo, anche soltanto una parola. Pensi che abbia ancora un valore per le generazioni attuali? 
“Il valore dovrebbe assolutamente esserci, ma sappiamo bene che le giovani generazioni, distratte da altre cose, leggono poco o niente. Il valore è quello della conoscenza attiva e dell’informazione che, come ben sappiamo, i poteri oscurantisti temono forse più dei conflitti materiali. La cultura fa sempre paura ai poteri forti e l’ignoranza è terreno fertile per inculcare stupide paure e dare informazioni false che vengono subite supinamente. I libri sono ancora uno strumento di lotta, ma purtroppo non tutti lo sanno o lo capiscono
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