Pussy Galore: “Dial ‘M’ for Motherfucker” (1989) – di Gianluca Chiovelli

Preceduto da altre brutalizzazioni (Right now” del 1987 e Sugarshit sharp” del 1988) e una serie di singoli tribali degli inizi (raccolti in “Corpse Love: The First Year” del 1992), “Dial ‘M’ for Motherfucker” del 1989 è uno degli apici della distruzione armonica perseguita dal rock sul finire del decennio. Usare la parola “tribale” può ingenerare errori pesanti; l’aggettivo è solo un’indicazione, anzi una suggestione, valida per suscitare comprensioni immediate in chi legge. Un trucco verbale per trasporre le sensazioni auditive nella parola scritta: dietro ogni parola infatti c’è un inganno, poiché la scrittura è la puttana del pensiero. In realtà il rock non è quasi mai musica immediata (e tantomeno popolare); spesso ricicla suoni popolari (che, a loro volta, spesso, sono di seconda mano).
Nel caso dei Pussy Galore tali suoni vengono mediati attraverso un’operazione intellettuale di assoluto rilievo. Il fatto che tali fenomeni (apparentemente grezzi) nascano nelle università è una conferma del carattere mediato del rock: d’altronde il leader dei Pussy Galore è Jon Spencer, semiologo e cineasta, non certo uno sbandato coi jeans luridi. Tra i loro solchi sorprendiamo echi precisi: il Captain Beefheart più tardo, i Rolling Stones (basti ascoltare One hour later con sguaiataggini alla Jagger; i Nostri hanno sulla coscienza anche una coverizzazione, letale e completa, di “Exile on Main Street” (1972), edita su cassetta nel 1986), il voodoobilly dei Cramps, i primi God Bullies.
Gli aborti teriomorfi partoriti dai Pussy Galore, tuttavia, non sono orecchiamenti, ma progetti studiati a freddo e scientemente organizzati riutilizzando cascami della musica blues di almeno un paio di decenni. L’impasto fangoso delle chitarre, il canto derubricato a grugnito, le strida, le accelerazioni periclitanti, le percussioni ossessive… delineano un quadro devolutivo, ma non degenere, in cui il primitivo è frutto di riorganizzazioni e delibazioni intellettuali. Si ritorna al blues primevo e più sanguigno sbarazzandosi delle sue degenerazioni: in tal modo il ritorno alle origini è percorso rinnegando non il fatto musicale sorgivo (sicuramente popolare), ma le evoluzioni più leccate, rassicuranti e stereotipe d’esso.
Solo un accademico intelligente avrebbe potuto far tanto. Non è casuale, peraltro, che da cotanto concime nasceranno le malapiante più disparate e bizzarre: Jon Spencer Blues Explosion (Jon Spencer), Chrome Cranks e Bewitched (Bob Bert), Boss Hog (Cristina Martinez), Royal Trux (Neil Hagerty), Velvet Monkeys (Julia Cafritz)… una serie eccezionale. Non di meno “Corpse Love: The First Year”, edito nel 1992, raccoglie le prime sconcertanti flatulenze di questi sboccati naives: titoli come Teen pussy power, Dead meat, Asshole, Die bitch, Shit rain dovrebbero mettere sull’avviso i deboli di spirito: siamo al nadir del buon gusto e del bel canto; l’esecuzione, però, opera di veri cavernicoli, è ancora peggio. Insomma: un capolavoro.

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