Pupi Avati: “La casa dalle finestre che ridono” (1976) – di Maurizio Fierro

Sei anni dopo il suo esordio al cinema con “Balsamus, l’uomo di Satana”, Pupi Avati si immerge nel microcosmo dell’amata provincia padana portando su grande schermo un racconto che, fra folclore rupestre e atavismo esoterico, affonda le radici nella dimensione rurale delle campagne emiliane e romagnole, forse eco di leggende provenienti da antiche confraternite pagane dedite a culti sacrificali. Lo fa con la perizia di un cantafavole capace di risvegliare paure primordiali provenienti dalla più remota infanzia, perché si sa, le favole spesso sono crudeli e feroci, come nel caso della storia evocata in questa pellicola… una storia da accapponare la pelle… letteralmente, come potevano essere quelle raccontate nelle famiglie contadine davanti al fuoco, durante le fredde serate invernali. Siamo distanti sia dal thriller metropolitano e grandguignolesco di Dario Argento, che dal gotico di Riccardo Freda e Antonio Margheriti… ma anche dall’horror artigianale di Mario Bava. Sceneggiato dai fratelli Avati, da Gianni Cavina e da Maurizio Costanzo, “La casa dalle finestre che ridono” rappresenta infatti un unicum nel panorama cinematografico dell’epoca, alimentandosi di vita propria all’interno di un contesto socio-antropologico che gravita intorno al Delta padano dove, dietro la proverbiale patina di bonomia degli abitanti, si nasconde sempre un’ombra di sospetto su cui è difficile far piena luce. È un po’ una geografia della memoria, quella portata sullo schermo da Pupi Avati, un piccolo mondo che sta tra montagne e mare, tra acqua stagnante e alluvione, antica terra di passaggio e patria di maghi e cabalisti alla Pico della Mirandola. In questa dimensione provinciale dove, fra Sangiovese e Lambrusco, si assapora il gusto della cucina romagnola, un terribile segreto (frutto forse di pratiche di Macumba apprese durante un remoto soggiorno a Rio de Janeiro) incombe come un sortilegio. È un segreto che, come un gorgo di uno dei fiumi che attraversano la pianura, crea un mulinello magico capace di inghiottire una comunità e, allora, capita che l’intrepido cavaliere bianco che, come nelle migliori favole, voglia svelare l’arcano, con l’ostinazione di chi mette alla prova le forze che governano gli eventi, debba stare attento a dove si inoltra… perché è un po’ come la campagna dopo la pioggia, quando tutto all’apparenza sembra asciutto e solido… ma basta appoggiare un piede per vederselo risucchiato. È quello che accade al protagonista del film, Stefano Rossi, un restauratore chiamato da un amico per ripristinare un affresco che si trova in una chiesa di campagna, un Martirio di San Sebastiano dipinto da un certo Buono Legnani, (“un grande artista, perché solo un grande artista riesce a dare un senso così veritiero alla morte”, afferma in una sorta di prescienza il restauratore quando si trova al cospetto dell’opera), chiamato da tutti “il pittore delle agonie”, morto circa vent’anni prima e la cui presenza aleggia come una condanna a un’irresistibile schiavitù della follia, che marca le due sorelle che gli sono sopravvissute. È il soldato martire di Cristo per antonomasia, San Sebastiano, condannato da Diocleziano per la sua opera missionaria e poi trucidato dalle frecce scagliate dai suoi stessi compagni… ma è un martirio sui generis, quello rappresentato nella navata laterale della chiesa. Non ci sono soldati romani, e nemmeno frecce, come nell’iconografia abituale, ma sono ritratte due anziane donne che infieriscono sul corpo nudo di un uomo con dei coltellacci, come a tentare di fare a brandelli la sua diafana mascolinità. Un rito sacrificale, in cui la bellezza e la nudità apollinea di un uomo agonizzante, immortalate in un’aura di morboso sadismo, stridono con la decrepitezza dei corpi flaccidi e ripugnanti delle due arpie, nei cui sguardi brilla una luce di sottile crudeltà, in un climax slasher prima che il termine entri nell’immaginario cinematografico con le produzioni americane degli anni a venire. Un affresco straniante, perturbante, in cui la bellezza viene profanata, ed è come se il male fisico e morale si perpetui proprio attraverso l’arte per mano delle due megere, in una perversione etica ed estetica che ammorba l’aria, e che è poi il basso costante del film, a cui fa da contrappunto il tranquillizzante panorama primaverile della Pianura padana. Come un lento precipitare in un cuore di tenebra, intorno al restauratore si crea il vuoto e, fra cadaveri conservati in naftalina e misteriosi omicidi, un’aria di putrefazione inquina i corpi e il tessuto sociale, fino all’impressionante affondo finale. Pupi Avati lavora per giustapposizioni e, fra verità e superstizione, bellezza e decrepitezza, candore e crudeltà, sanità e demenza, le immagini si susseguono riflettendo le ambivalenze e le ambiguità che ci turbano fin dall’infanzia. E poi ci sono i colori: da quelli tenui, come il rosa e il giallo dei casolari di campagna, a quelli accesi, come il rosso del sangue che scorre con la violenza di un bisogno brutale. Un malsano bisogno di purezza evocato dalle parole del pittore registrate su un vecchio nastro: “I miei colori, i miei colori, meu Deus, escono dalle mie vene, sono dentro il mio braccio, e vanno dentro gli occhi della gente, portando a tutti un’infezione, la purezza, la purezza, sono tutti i miei colori, meu Deus, purificarsi, purificarsi…”. È in questo chiaroscuro, in questo continuo baluginare che si dipana la tela tessuta dal regista bolognese, con un senso di prossimità al baratro fisico e metafisico che disturba, ma quando i centodieci minuti di proiezione sembrano condurci verso un finale irrisolto, il suono di una sirena che annuncia l’arrivo delle Forze dell’Ordine accende la speranza, perché forse mai come in questa storia le “forze dell’ordine” servono per diradare caos e disordine. È un’inquietante favola noir, “La casa dalle finestre che ridono”, una favola ideata da una mente adulta e contorta che nessun bambino vorrebbe mai ascoltare, pena notti infestate da orribili incubi.

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