Pupi Avati: “Il Signor Diavolo” (2019) – di Alessandro Freschi

Ritornare negli stessi luoghi, con gli stessi attori, a distanza di quarantatré anni. Ritornare in quella pianura nebulosa ed incantata del nord-est italiano dove il povero Stefano, malcapitato restauratore di affreschi, era caduto vittima della follia delle malvagie sorelle Legnani: una ingannevolmente paralitica, l’altra diabolicamente celata sotto l’abito talare del parroco del paese. Pupi Avati celebra i suoi cinquant’anni trascorsi dietro la macchina da presa tornando a realizzare una pellicola dalle macabre trame gotiche nel bel mezzo della sua amata terra padana.
È sufficiente infatti spostarsi solo di alcuni chilometri dalla location ferrarese del cult “La casa dalle finestre che ridono” (1976) per raggiungere il Parco Regionale del Delta del Po, set della nuova fatica cinematografica, “Il Signor Diavolo” (2019), ispirata al romanzo omonimo del regista felsineo e distribuita nelle sale italiane a partire dal 22 Agosto scorso. Sono queste atmosfere evocative, imperiture ed allo stesso tempo misteriose, il fil-rouge che unisce le due storie orrorifiche (in realtà sarebbe corretto menzionarne anche una terza,“L’Arcano Incantatore” del 1996, filmata tuttavia in terra d’Umbria) nelle quali Avati sembra voler addensare, o ancor meglio liberare, le recondite paure adolescenziali generate dall’ascolto di oscure favole rurali di nonne e zie, con le quali sembra finalmente scendere ad una inevitabile resa dei conti. Considerando la scelta di collocare temporalmente l’episodio agli inizi degli anni cinquanta e di ergere a protagonisti dei quattordicenni, età di Pupi all’epoca dei fatti (Bologna, 3 novembre 1938), è indubbiamente lecito poter pensare alla presenza di una buona dose di elementi autobiografici all’interno dell’opera. Rispettivamente nella parte del sacrestano Gino e di Don Dario ritroviamo i superstiti della “Casa dai grandi sorrisi”: Gianni Cavina, fedelissimo di Avati e un quanto mai ispirato Lino Capolicchio (come non ricordare la sua interpretazione in un altro thriller veneziano “Solamente Nero” di Antonio Bido), entrambi artefici di una prova quanto mai persuasiva. Oltre ai giovani Filippo Franchini, Lorenzo Salvatori e Gabriel Lo Giudice, il cast è completato da una schiera di esperti mestieranti quali Massimo Bonetti, Alessandro Haber, Andrea Roncato e la convincente Chiara Caselli (la giovane Gloria dell’argentiano “Nonhosonno”) nelle vesti dell’ambigua Clara Vestri Musy, madre della vittima e nobile signora veneziana. Gli effetti speciali sono affidati al valido Sergio Stivaletti, mentre le musiche sono composte dal Maestro Amedeo Tommasi.
Nella cultura contadina il diverso, il deforme, viene associato al demonio”. Siamo nell’autunno del 1952 ed il giovane Furio Momenté, funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, viene inviato dalla sede centrale capitolina in una piccola località della provincia veneziana, Lio Piccolo, per svolgere una indagine su un insolito fatto di cronaca nera: un ragazzino di nome Carlo ha ucciso con un colpo di fionda il coetaneo Emilio reputato, a suo dire “incarnazione del diavolo” e responsabile della morte dell’amico del cuore Paolino. Il coinvolgimento dell’ambiguo sagrestano locale Gino e di una suora in un caso dalle tinte caliginose intriso di fanatismo e superstizione (la giovane vittima è un essere deforme dalla dentatura animalesca) crea non poche preoccupazioni nell’ambiente della Curia romana e del partito di governo democristiano, che appaiono disposti a tutto pur di riuscire nell’impresa di insabbiare la questione. Momenté, arrivato sugli stretti canali del paesino veneto capisce ben presto di avere a che fare con qualcosa di spaventoso ed irrazionale, qualcosa che irrimediabilmente puzza di zolfo, ma i drammatici eventi che susseguono finiscono per travolgerlo inesorabilmente.
Attraverso angusti ambienti claustrofobici, angoscianti penombre su silenziosi presbiteri ed inquadrature ravvicinate su tratti somatici volutamente sgraziati, Avati materializza gli incubi di una favola nera con “il male” come unico e spaventoso mattatore. Un male raffigurato nella forma più popolare ed efferata, in grado di raggirare i malcapitati di turno prima di consegnarli alle tenebre eterne… e a ben poco serve urlare se a confezionare il tutto è il Maestro Pupi Avati. O forse, per meglio dire, “Il Signor Diavolo”.

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