Public Image Limited: “Metal Box” (1979) / “The Flowers Of Romance” (1981) – di Gianluca Chiovelli

I Public Image Limited (John Lydon, voce; Keith Levene, chitarra; Jah Wobble, basso; Jim Walker, batteria, poi sostituito da Martin Atkins) segnarono il dissolversi del frenetismo punk nella glaciale psicopatia postmoderna; qualsiasi opposizione al Sistema, seria o velleitaria, era dismessa: l’uomo massa si preparava ad affrontare il decisivo assalto alla propria residua affettività. Fra le ingenue provocazioni di “Never mind the bollocks” e “Metal box” passano appena due anni, ma un’intera generazione musicale (la nuova dark wave, insulare e poi continentale, ricca di freddi ritmi martellati, ballabili, decadenti, come nella coldwave transalpina). La prima traccia di “Metal box”, Albatross, rimane un caposaldo della nuova musica pensata dal vecchio Rotten. Più che ad una canzone si assiste ad una confessione straziante, ma sorvegliata, resa in un paesaggio sonoro desolato e grigiamente uniforme che di quella confessione è il correlativo oggettivo. La chitarra fratturata di Levene e la voce di Lydon, svincolata da qualsiasi cantabilità empatica e calorosa, sono i creditori di tale architettura catatonica; il basso pulsante di Wobble, d’altro canto, dona una ritmica accattivante a quella forma altrimenti scostante nella sua programmatica freddezza nichilista e consente di plasmare una sorta di dark-dub inaudito. Pop tones, No Birds, Graveyard, The Suit oppure Bad Baby (straniata da tastiere spettrali) sono ulteriori manifestazioni di questa poetica dilavata dalle emozioni. “Are we men? We are P.I.L.” potrebbero rispondere i Nostri; a differenza dei mattacchioni di Akron, Lydon e compagni, però, non hanno vasi da fiori in testa e latitano nella goliardia. Il loro programma, da intellettuali consapevoli, è quello di restituire artisticamente il disseccamento spirituale degli attori della postmodernità ridotti oramai ad automi scossi esclusivamente dalle scariche galvaniche della pubblicità e della propaganda. Le pareti fra l’umanità libera e quella rinchiusa nelle camere imbottite sono rette solo dalla convenzione. Il secondo volume di questa tragica presa d’atto, “The Flowers Of Romance”, abbandona, in parte, il ritmo pastoso del basso di Wobble e punta sulle controllatissime percussioni di Atkins (Flowers Of Romance, Under The House) che scandiscono come tamburi funebri le filastrocche psicopatiche di Lydon, come in Banging The Door e nell’eccezionale Four Enclosed Walls, flusso di coscienza per batteria e voce. Come un paziente reduce da un elettroshock, l’ex Pistols declama, inascoltato come un profeta creduto pazzo, l’avvento di un Moloch disumano.

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