Prozac+: “Piove” (1998) – di Lorenzo Scala

Tutti i nodi alla fine vengono al pettine. Si può fare finta di niente, rimandare, correre, infilare la testa nella calce – fresca – struzzo. Alla fine la tabella di marcia ti inchioda sempre. Arriva il giorno X, l’apocalittico e infame giorno degli esami. Non ho studiato, troppo preso a vagabondare per tutto l’anno scolastico appena concluso. Ovviamente ho fatto una figura demenziale. La cosa buffa è il malessere che provo. Dovrei fregarmene. Rispettare il ruolo di duro e puro, me lo sono disegnato addosso con la perizia di un sarto laureato in matematica e adesso con questo ruolo mi ci pulisco il culo. La laurea, già figuratevi, ho appena fatto flop persino all’esame per il diploma. A chi voglio darla a bere? L’umiliazione brucia. Fuori la scuola l’estate si proietta su ogni centimetro cubico della città. Schiamazzi e vertigini. Aria obesa di polline e insetti ronzanti, il verde in festa e le facce tese degli studenti impegnati a ripassare e le corse leggere di quelli appena usciti. Nella gola mi pulsa un muscolo cardiaco secondario, i polmoni sono pesanti e le gambe molli, ho bisogno di bere qualcosa.
Si preannuncia una giornata lunga, una lunga processione in compagnia del mio senso di inadeguatezza. Me ne vado a zonzo fingendo di non conoscere la mia meta: la stazione ovviamente, il mio non luogo preferito, due paia di binari e un bel bar scarno al punto giusto, tutto quello di cui ho bisogno. Dopo aver bevuto birra leggera ed economica controllo gli orari, venti minuti per il prossimo treno per Termini. Però c’è un però. Eccoli, arrivano. Sono loro, i giovani piccoli fascisti armati di brufoli e slogan, ormai sarà un mese che mi danno la caccia e oggi proprio non ho voglia di scappare. Non ricordo nemmeno com’è cominciata, cosa vogliono da me? Ma è chiaro, lo scontro, ecco cosa vogliono, l’estasi delle ossa che fanno “crack“. In fin dei conti meglio farsi pestare così il mio aspetto esteriore somiglierà a come mi sento dentro. E poi, detto tra me e voi, spaccare anche solo un quarto della faccia a uno di loro è una prerogativa niente male. Mi vedono. Dopo essersi scambiati cenni d’intesa si fanno sotto. Il capetto per primo e gli altri quattro dietro.
Arriva un colpo e lo schivo, arriva un secondo colpo e idem, riesco a schivarlo facilmente, forse è per questo che i riflessi si rilassano e il terzo colpo mi prende in piena bocca. Vado irrimediabilmente giù. Il mio cervello ora è attivo, ogni singola traccia di apatia non pervenuta. Mi tiro su e colpisco, troppo lento, vado a vuoto. In un attimo mi sono tutti sopra, a vendemmiare un giovane punk di qualche anno più vecchio. Tra un colpo e l’altro raschio con un certo sforzo un minimo di intraprendenza, quanto basta a canalizzare la furia che covo in ogni cellula frustrata. In fondo non ce l’ho con loro, sono solo degli idioti. La verità è che sono incazzato con me stesso e non tanto per l’esame andato male, piuttosto per essermi sentito un verme davanti alla commissione. Trovo il modo di tirarmi su, punto uno di loro e lo afferro per le spalle, faccio uno sgambetto da dietro e lo atterro. Gli assesto due colpi veloci, precisi e secchi sul grugno. Poi il buio. Quando mi sveglio ho la bocca piena di sangue, due denti in meno, da un occhio non ci vedo e mi fa male tutto. Rimango a terra a piangere per venti secondi o giù di li. Poi mi alzo, lentamente. Il treno per Termini mi aspetta al binario.
Salgo maledicendo i santi, le commissioni d’esame e i fascisti. Per fortuna il mio vagone è vuoto. Mi siedo e mi concedo un piccolo lusso, chiudo gli occhi e tendo l’orecchio nell’oscurità del momento, dolorante su un vagone ancora fermo, senza una direzione precisa oltre a quella scritta su un cartello che mi aspetta all’ingresso di un’altra stazione, più grande, anonima. Potrei versare qualche altra lacrima ma penso ai due cazzotti dati al nerboruto misto di inutilità e dogmi ammuffiti che ho atterrato, così mi sento meglio. Purtroppo dura poco. Comincio a fantasticare per riprendermi: magari mi aspetta un’avventura migliore nella capitale del mondo. Un ventaglio di presagi romantici filtra sulla mia coscienza come luce dalle tapparelle, ma i riflettori solari della speranza si spengono in fretta.
L’adolescenza non è romantica. Non c’è spazio per il romanticismo e neanche per la speranza. L’adolescenza è un paletto di frassino nel petto di un vampiro incastrato nel substrato dell’inconscio, tra la verginità e l’inconsapevolezza di un potenziale meraviglioso. Il treno parte lentamente, cigolante tra i sussulti. Sorrido e mi dico dai, dopotutto incassi bene. Come fa quella canzone dei Prozac +? “Piove se tutto ti torna in mente, piove se parli e se non pensi, piove se piove, se sei fuori o dentro, pioggia non guarda in faccia…”. Abbasso il finestrino e mi affaccio a ricevere aria calda sulla fronte. Sole. Sole e luce ovunque. Pioggia e tempeste in fondo agli occhi.

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