Primo Levi: “Il sistema periodico” (1975) – di Gabriele Peritore

Ogni volta che mi capita di sfogliare le pagine de “Il sistema periodico” (1975) di Primo Levi, mi riassale uno stupore colmo di meraviglia e stima per l’Autore, perché ogni frase emana quel profumo di capolavoro pur nella sua semplicità. Quando parlo di capolavoro, infatti, non lo dico per artifici linguistici o virtuosismi vari che possa contenere, lo affermo per la sua linearità, anche se ha a che fare con un argomento per niente semplice come la chimica. Ha un’idea ben strutturata, una storia (anzi una microstoria come dice l’autore stesso) che si dipana tra memoria e fantasia, un modo di narrare che non fa pesare la lettura e, soprattutto, ha qualcosa da raccontare. Primo Levi di cose da raccontare ne ha tante, per tutte le sue vicissitudini esistenziali che lo hanno visto sopravvivere ai campi di concentramento e alla marcia di rientro in Italia. Tutte espresse chiaramente e in modo inequivocabile nei due romanzi più famosi, “La tregua” (1963) e “Se questo è un uomo” (1947) per cui gli saremo sempre grati. Ma lo Scrittore torinese, oltre che ebreo non credente, partigiano e prigioniero in un lager, così come lo conosciamo, è anche e soprattutto un chimico. In questo libro, in questa microstoria, parla delle sue esperienze chimiche, se così si può dire, ma che sono molto umane. Non gli interessa la chimica delle grandi aziende dai fatturati vertiginosi, ma la chimica di chi ha lavorato in solitudine negli antri bui, nei laboratori arrangiati con pochi mezzi e sempre inadeguati, fatta spesso di sconfitte e piccole vittorie.
Primo Levi, per una questione anagrafica, ha conseguito la laurea nella medesima materia proprio negli anni durante il fascismo; come ben sappiamo è testimone di quel periodo e anche dell’immediato dopoguerra in cui molti settori erano completamente da riorganizzare. Racconta del suo approccio alla chimica come un umile alchimista che si avvicina, con la sola intelligenza e a mani nude, alla mater materia indomabile e sfuggente nel tentativo di dare ordine al caos. Consapevole che di nient’altro si tratta se non di chimica, l’Universo, il Mondo, la Vita. Una serie fortunata e fortuita di elementi che combinandosi, fin dal bruciare dell’idrogeno con i raggi solari, ha dato origine al Tutto. Una combinazione chimica di elementi. Ogni vita umana quindi è una combinazione chimica, così come può essere quella dell’Autore stesso. Per questo motivo la microstoria de “Il sistema periodico” assume toni autobiografici ma non solo, come una prodigiosa combinazione chimica e intellettuale, contiene molto altro. Ogni capitolo ha il nome di un elemento, ma non tutti gli elementi della tavola periodica, soltanto quelli con cui ha avuto un’esperienza diretta o indiretta, o su cui ha semplicemente fantasticato, come i capitoli dedicati al piombo e al mercurio.
Le prime memorie sono dedicate alle sue radici, alla sua famiglia ebrea, alla sua lingua originaria fusa con il piemontese, alla faticosa integrazione dei suoi antenati nelle dinamiche sociali di Torino. Sceglie di parlare della sua famiglia come esemplare che rappresenti l’intera umanità, ma avrebbe potuto scegliere qualsiasi altra famiglia a caso, seguendo le combinazioni di elementi che hanno portato alla Vita umana sulla Terra. Il Narratore è sempre in prima persona ma muovendosi tra memoria e fantasia il racconto assume un andamento metaletterario. Fantastici gli episodi in cui la caratteristica dell’elemento chimico corrisponde alla personalità del soggetto narrato. Perché ci sono individui che possono essere inermi come l’argon e altri forti come il ferro. Con grande ironia, autoironia e incredibile spessore umano confessa le sue titubanze sentimentali ed è aperto all’ascolto per acquisire le esperienze degli altri nella sua, quelle dei suoi amici o dei colleghi. Ogni testimonianza contribuisce a formulare la giusta miscela per equilibrare le reazioni di questi racconti.
Naturalmente non possono mancare le sue avventure da partigiano e da prigioniero, solo accenni brevi rispetto ai romanzi più famosi ma passaggi doverosi, perché parte integrante della sua esistenza e perché anche se recluso in un lager è riuscito a lavorare in un laboratorio. Il suo spessore umano, durante il corso dei racconti e delle relazioni intrecciate con il suo mestiere, lo porta a sfiorare anche una possibile riconciliazione con i suoi carnefici. Semplicemente fenomenale il capitolo finale dedicato al carbonio, in cui con un racconto fantastico ci trasporta in tutte le possibili combinazioni casuali che un semplice atomo può subire nell’eternità tra i vari processi di trasformazione, passando infinitamente tra morte e vita. Trasformazioni casuali o meno, che lo hanno voluto chimico e scrittore, scrittore e chimico. Parla di chimica per parlare di umanità e di umanità per parlare di chimica. Con la sua microstoria può raccontare la macrostoria dell’umanità sul pianeta Terra, può parlare dell’infinitamente piccolo per narrare dell’universale, dell’infinitamente grande. Come è la lettura di questo libro.

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