Prescrizione: l’ansia di punire – di Riccardo Panzone

L’azzeccagarbugli, probabilmente, esiste perché esistono i garbugli e, i garbugli stessi da sempre, sono appannaggio della politica. Leggi oscure, scritte con l’insensibilità propria dei non addetti ai lavori, vergate in un idioma spesso simile all’Italiano ma che, effettivamente Italiano non è. Il professore di diritto costituzionale dell’università di Teramo, Michele Ainis, ha dedicato un saggio proprio alla “legge oscura”, a quei garbugli che nobilitano la professione di chi li “azzecca”. La prescrizione penale: mai un istituto giuridico è stato così tormentato e piegato al volere della politica nel corso degli ultimi decenni. Se la prescrizione è stata spesso riformata ed utilizzata da una classe politica ad alto tasso delinquenziale come strumento di elusione del processo, ciò non giustifica il fatto che la stessa, oggi, in barba a qualsiasi precetto costituzionale, diventi il simbolo di un giustizialismo disequilibrato che, nel corretto tentativo di punire i corruttori, priva il cittadino della garanzia di tempi processuali certi e corretti. Cosa prevede la riforma? Prevede, anche troppo semplicemente, come precisato dall’Unione Camere Penali Italiane, che la prescrizione venga interrotta dopo la sentenza di primo grado e fino alla definizione del giudizio. Detta in modo semplice: la prescrizione dei reati opera fino alla fine del processo di primo grado e sparisce, in modo definitivo, a livello applicativo, negli eventuali giudizi di appello e cassazione. La problematica principale connessa a questa modalità di riforma dell’istituto è il prolungamento “sine die della durata già insopportabile del processo penale in Italia, con grave pregiudizio dei diritti degli imputati e delle stesse persone offese” (nota Unione Camere Penali). L’istituto riformato in questo senso, inoltre, rischia di non superare il vaglio di costituzionalità, considerato che l’art. 111 della Costituzione, che elenca principi e corollari del cosiddetto “giusto processo”, prevede che la legge sia in grado di assicurare “la ragionevole durata del processo”, proprio a tutela del diritto del cittadino di non rimanere imputato “a vita”. La “ragionevole durata del processo” è connessa, naturalmente e primariamente, a questioni di efficienza sistemica della macchina giudiziaria ma, tuttavia, una norma di legge che, con riguardo a tutti i reati prescrittibili, elimina ogni limite temporale, rischia di lasciare il cittadino in balia di un sistema giudiziario oltremodo deficitario. Dal punto di vista politico, il rischio è un altro: in ottica garantistica, questa normativa in combinato disposto con la cosiddetta Legge Severino, rischia di porre nelle mani della magistratura più politicizzata uno strumento di tremenda efficacia nell’eliminazione sistematica dell’avversario politico, considerato che “la sospensione dell’amministratore pubblico, in virtù della Severino, si applica per i condannati, anche solo in primo grado…”. Una riforma compiuta ed equilibrata degli istituti giuridici generali del processo penale dovrebbe essere apportata senza guardare ad interessi politici particolari (né di ordine premiale e neanche di ordine restrittivo) e, soprattutto, coinvolgendo gli organi di categoria e “buttando un occhio” ai modelli Europei più efficienti, relativi ai medesimi istituti. L’ansia di punire, giustamente, reati percepiti come odiosi dalla maggioranza dei cittadini quali la corruzione, la concussione e l’abuso d’ufficio non deve “prestare il fianco” a derive di matrice giustizialista che rischiano di indebolire la posizione del cittadino dinanzi all’azione punitiva dello Stato.

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