Prefab Sprout: “Steve McQueen” (1985) – di Massimiliano Manocchia

Che Paddy McAloon non abbia ancora ricevuto il legittimo riconoscimento come uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo scorcio del Novecento, è un mistero non meno che un’ingiustizia. Né credo che Paddy (“I tried to be the Fred Astaire of words” canterà in Paris Smith, contenuta nell’album “Jordan: The Comeback” del 1990) sia mai stato davvero consapevole di come la sua incessante ricerca tesa alla realizzazione della perfetta pop song lo abbia portato ben oltre la perfetta pop song; eppure sono le imperfezioni a fare di “Steve McQueen” (1985) un disco perfetto, dai cui solchi prendono forma dolcezze improbabili  trasportate da un refolo d’ineffabile bellezza che la voce agrodolce di Paddy coglie talvolta con romantico cinismo, talaltra con rassegnata amarezza, mentre il gaudio del putiferio emotivo (sempre discreto, mai tempestoso) riapre le ferite di ieri e prepara quelle di domani.
Well, I sing to express my belief
That sweet talk like candy roots teeth.
In questo splendido distico, che si trova in Hallelujah (quasi una sprezzante condanna dell’escapismo e stilnovo in ritardo di sette secoli) ci sono tutti i Prefab Sprout. Queste sono Songs Written Out Of Necessity, ovvero “Swoon” – traducibile con “deliquio” – titolo del loro album d’esordio risalente al marzo del 1984. Sono vere e sono vere canzoni. Che affiorano discrete e sfumano nei sogni; e i sogni ridiventano canzoni. Queste. Nessun effetto speciale – come Morrissey, come Lloyd Cole, McAloon è un “intellettuale pop” che protesta contro la banalità dilagante di un’epoca infestata da irraggiungibili gnocche biondo platino dalle prosperose tette cromate. 
“Steve McQueen” apre un varco spazio-temporale sull’universo dell’intimità intesa come rifiuto dell’omologazione sociale, dell’identità pubblica, del “ruolo”; l’intimità come forma di sovversione. È qui, sembrano dirci queste canzoni, quando siamo soli con noi stessi, nella nostra intimità più vera che ci togliamo la maschera; solo per scoprire che sotto ne abbiamo un’altra. L’album (negli Stati Uniti pubblicato col titolo di “Two Wheels Good” per i capricci della famiglia McQueen) difetta soltanto della deliziosa ingenuità dell’opera prima. La produzione di quel genio oggi semi-dimenticato di Thomas Dolby regala ai brani (magnifici) un suono terso, cristallino, assai più patinato e accessibile rispetto al già più che accessibile esordio, nonché un discreto successo commerciale. Citazioni letterarie (Salinger in testa), flash cinematografici, melancolia a go-go, atmosfere old-fashioned spennellate di retrogusti lievemente à la “Broadway” (che esploderanno definitivamente nel successivo “From Langley Park To Memphis” del 1988) melodie appiccicose come miele tra le dita – il tutto concentrato in undici perle pop di sublime fattura che culminano nella catarsi agrodolce di Desire As, una delle melodie più belle degli anni Ottanta:
In whose bed you’re gonna be and is it true you only see
Desire as a sylph figured creature who changes her mind?
Per scrivere un verso del genere (e cantarlo in modo così struggente senza diventare stucchevoli) serve un coraggio da leoni o un’incoscienza da sciamannati, che in fondo sono la medesima cosa. Dal pastiche country-rock di Faron Young al vivace up-beat di When The Angels (poetico omaggio alla voce di Marvin Gaye) questa musica s’insinua sottopelle provocando adorabili formicolii di piacere, con misura e precisione; colpisce lì dove deve colpire, in un punto non identificato e non identificabile tra cuore e anima; lì, dove la malinconia nasce e pervade l’essere prendendo le forme più disparate: la bossa nova di Horsin’ Around, il dream-pop di Appetite, gli effluvi gershwiniani di When Love Breaks Down, il soul patinato e contraffatto di Moving The River, la rassegnazione ora sussurrata ora gridata di Goodbye Lucille #1.
“Steve McQueen” rappresenta uno dei prodotti più belli e duraturi del pop inglese di sempre, lontano da certe tronfie pacchianerie del periodo pur mantenendo una giusta (e necessaria) dose di altezzosità squisitamente british. Di tanto in tanto, la voce di McAloon, dolcissima, sembra sorprendersi essa stessa della bellezza che sta cantando, e persino i cori eterei e spettrali di Wendy Smith, sempre sul pericoloso filo di una patetica svenevolezza, diventano sopportabili. Nel 2007 la Sony/BMG ha pubblicato in CD una Legacy Edition, aggiungendo all’album orginale (finalmente rimasterizzato in modo dignitoso) un bonus disc con otto brani, scelti tra i dodici originali, rivisitati in chiave rigorosamente acustica dallo stesso Paddy McAloon, e sono nuovi formicolii che velano gli occhi. Ciò che emerge da queste versioni acustiche è la stupefacente maturità di queste canzoni che vivono fuori dal tempo, o meglio, che vivono nel solo tempo possibile: il tempo tra un battito e l’altro del cuore.

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2 pensieri riguardo “Prefab Sprout: “Steve McQueen” (1985) – di Massimiliano Manocchia

  • gennaio 13, 2017 in 9:16 am
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    Splendida recensione che coglie l’anima di uno dei dischi pop piu’ riusciti degli ’80. Il combinato disposto col precedente Swoon, fa di McAloon una delle penne piu’ originali del decennio, insieme a Roddy Frame e Lloyd Cole. Grazie!

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    • gennaio 13, 2017 in 11:42 am
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      Ci ho vissuto l’adolescenza con Swoon e Steve McQueen, di notte, al buio, in camera… lontano dal mondo. Grazie a te!

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