“Praga” – di Francesco Picca

Questo è il racconto di un viaggio che non ho mai affrontato e di una città che non ho mai vissuto. È il racconto di un semplice desiderio ancora in sospeso. Nella scrittura mi ha guidato la musica di Antonín Dvořák che, a Praga, ha vissuto gran parte della propria vita dividendosi tra la composizione e le altre sue passioni, le locomotive e i piccioni. Sempre a Praga è morto il 1° maggio 1904. Tra le sue composizioni a me più care c’è il 4° movimento della Sinfonia n°9 in Mi minore Op. 95, scritta a New York e universalmente conosciuta con titolo “Dal Nuovo Mondo”. È un movimento con un andamento “allegro con fuoco” che, nella primavera del 1968, sono certo abbia contribuito a scatenare e a guidare quel piccolo esercito invincibile formato da donne da uomini armati di bandiere da sventolare contro i carri armati sovietici. Amo in particolar modo l’esecuzione dell’Orchestra Sinfonica della Radio di Stoccarda, nella cornice dell’Auditorium del Vaticano, diretta da un giovane Gustavo Dudamel, scapigliato e sorridente proprio come quei giovani visionari figli di una splendida primavera ma l’Opera è immortale e la si può ascoltare nelle innumerevoli  versioni regalateci da grandi artisti.
“Un gran disordine è il segno più evidente della mia presenza. Un disordine totale, scientifico, in cui si può quasi cogliere una certa premura affinché ogni oggetto stoni in modo chiassoso con quelli immediatamente vicini. L’apogeo del mio caos è nei cassetti. Assomigliano più che altro a dei bussolotti dai quali estrarre un premio a caso. Premi modesti: matite spuntate, penne scariche, piccole scatole vuote. Sul fondo, però, con un po’ di pazienza, si può pescare qualcosa di meglio. Di lunedì, ad esempio, può accadere di rovistare nervosamente alla ricerca di una ricevuta e di trovare invece un foglietto ingiallito ripiegato con precisione. Una precisione non mia. E infatti una certa diffidenza accompagna la lenta operazione: una scrittura elegante e ordinata mi indica un nome pieno di consonanti; poi un numero civico improbabile. “Praga”, penso.
Più che un pensiero è un ricordo, cui segue un secondo ricordo, e così via, fino a ricostruire un volto tanto grazioso da non potersi perdere neppure nel dedalo sconfinato della mia mente arruffona. Ho conservato tutto di quel viaggio, dalle foto alle piccole opere dei pittori di strada; persino le scarpe e l’ombrello. Penso che l’importanza di quell’indirizzo sia relativa, ormai sbiadita da troppi anni e da troppi accadimenti. E mi domando se quel viaggio abbia potuto in qualche modo mutare l’ordine precostituito delle vicende mie e di quella ragazza goffamente innamorata del mio essere turista. Ecco, la parola ordine torna a riproporsi con cinica puntualità. Come d’altronde altre parole tra le quali dovere, responsabilità, normalità, e la stessa parola Praga.
Praga è diventato anche il nome di una delle mie tartarughe: procede lenta come quelle giornate, Praga, come il fiume, come i pennelli sulle tele. Rovescio sul tappeto il contenuto del cassetto e nel cassetto sistemo il piccolo foglio ingiallito. Su questo pezzo di carta voglio costruire il nuovo ordine delle mie cose, un ordine da cui sono escluse matite spuntate e rosicchiate, penne scariche e scatole tristemente vuote. E quando un nuovo oggetto troverà posto al fianco del piccolo foglio, riderò divertito della doverosa nonché responsabile normalizzazione della mia vita da Praga in poi“.

Tratto da : Chiave 21 di Francesco Picca  (Pufa Editore 2015). Tutti i diritti riservati©.
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