“Portami a ballare” – di Bartolo Federico

Sally, prendi la mia mano / Noi viaggeremo verso il sud attraversando questa terra /
Spegni il fuoco / E non guardare indietro / L’esodo è qui /
Le persone felici sono vicine / Uniamoci tutti, prima che si diventi troppo vecchi. (Baba O’Riley)
Intanto che la radio strimpellava una canzone, fumavo standomene seduto con i piedi appoggiati sul cassetto più basso della scrivania. Aspirai profondamente e tirai fuori il fumo, facendogli fare le nuvolette indiane. Mi sentivo come anchilosato su quella sedia, ma non avevo altro da fare. Girai lo sguardo nella stanza, toccandomi la gamba intorpidita. Sul divano di pelle ormai scrostato c’era appoggiata la mia chitarra Gibson J45, sulla parete rivestita con carta da parati a fiori rosa, erano appese delle foto in bianco e nero che ritraevano la mia famiglia al gran completo. Spensi la radio e con uno scatto repentino mi alzai, restando fermo in piedi. Lo avevo imparato da tempo che solo certi uomini ottengono quello che vogliono e mi ricordai di come avevo immaginato che sarebbe stato il mio mondo. Di come avevo sognato che mi sarebbero andate le cose… ma alla fine tutto era rimasto solo nei miei farnetichi. Non si può capire da soli ogni cosa, si finisce strambi come Syd Barrett. Un tipo fuori dal coro che però sapeva guardarsi dentro con onestà. Un musicista che disegnava le sue ombre con la musica. Fu il genio creativo del primo album dei Pink Floyd, ma allora tutti credevano che fosse solo un pazzo, e anche tonto. “The Piper At The Gates Of Dawn” vide la luce nel 1967 ed è un disco da sempre ripudiato da tutti quei fan audiofili dei Pink Floyd, appassionati di dischi come “Dark Side Of The Moon”, o “Wish You Were Here”… ma è qui che i colori acidi, rumori, immagini, campanelli, sveglie a cucù che sentiva e vedeva nella sua mente, si materializzano nel flusso sonoro delle sue sensazioni. Musica che andava oltre lo specchio ed è in questi solchi che si è consumata una generazione di cantautori, che hanno colto il lato poetico e visionario, di questo viaggiatore dell’anima: Robin Hitchcock e Julian Cope fra tutti. Spensi la sigaretta schiacciandola con forza nel posacenere. Un’ombra furtiva si accartocciò sul divano e s’infilò nella buca della chitarra. Mi versai una tazza di caffè dal thermos, e mi rimisi a sedere. Non avevo mai pensato che Syd fosse pazzo. No, niente affatto. 
“Lucifer Sam, ho visto il tuo gatto sempre seduto accanto a te sempre al tuo fianco Quel gatto ha qualcosa che non riesco a spiegare, Jennifer Gentle sei la strega. Jennifer Gentle sei una strega
Sei il lato malvagio e lui è la tua controparte. Oh, no! Quel gatto ha qualcosa che non riesco a spiegare
.
(Lucifer Sam)
Si corrono dei rischi a vivere sulla corda delle cose ma a quel figlio di puttana di Lester Bangs, un tizio che scriveva di musica, lo uccisero le cattive abitudini. Un critico polemico e controcorrente, per la grande industria del rock degli anni settanta. Uno che aveva preso troppo a cuore i vizi di Lou Reed. “Il più grande bastardo autodistruttivo che conosceva”. Innamorato com’era di quel rock’n’roll barricadero e trasgressivo, incise un disco amatoriale nel 1981 a nome di Lester Bangs and the Delinquents. Morì nel 1982 a soli trentatré anni, per un overdose di Valium e Darvon, mentre ascoltava “Dare” degli Human League. Una sfiga a crepare accompagnato dalla musica di quell’album, che suonava del pop elettronico commerciale. Se lo avesse saputo di certo si sarebbe messo all’ascolto di “Rock’n’Roll Animal”. Quando mi era mancato il lavoro, avevo cominciato ad arrangiarmi con i risparmi che avevo raccolto… ma ben presto mi ritrovai con le spalle al muro e fui costretto a tornare da mia madre, nella casa che mio padre le aveva lasciato. All’inizio la nostra convivenza fu alquanto difficile. Poi, quando smussammo certe asperità, le cose presero ad andare molto meglio. Per non sentirmi troppo di peso facevo la spesa, il bucato, e preparavo da mangiare. Lei si ritrovò più tempo da dedicare ai suoi gatti, alle amiche, e alla tivù. Il sabato sera andava a ballare con il gruppo dei parrocchiani, e rientrava quasi sempre brilla. Le persone più infelici probabilmente sono quelle che hanno ottenuto quello che hanno voluto. La gente s’incazza e si lamenta, ma a me non me ne importa più nulla. Ho imbracciato la chitarra, e ho provato a suonare St. Charles dei Jefferson Starship. Dopo ho acceso lo stereo e la luce della lampada sopra la scrivania. Se per un qualunque motivo fosse necessario definire il rock, “Who’s Next” degli Who è perfetto per capire cosa significhi suonare questa musica. Daltrey, Entwistle, Moon e Townshend nel 1971 hanno firmato uno dei migliori dischi di sempre. Una cosa che mette quasi in imbarazzo per la bellezza sconvolgente e impetuosa che possiedono ancora queste canzoni, a distanza di quaranta anni. Quando le ascolti capisci che non sai un cazzo di niente; ecco, forse basterebbe ripartire da qui, perché il rock riconquisti un nuovo interesse. Una volta erano molte le cose che mi facevano paura. Molte più di adesso. Un sabato sera portai mia madre a ballare, aveva talmente insistito che mi sembrò scortese rifiutare. Quando arrivammo la sala era già piena, e sulla pista affollata le persone sembravano divertirsi. Lei con il suo allegro accompagnatore, si mise subito in moto. Restai un po’ a guardarli poi mi accomodai al bar, ordinando un gin. Come ballerino, riflettei, non ero mai stato un granché. “Che ci fai qui?” mi domandò Maria, sorridendo e aggiustandosi gli occhiali sul naso. Stava ritta davanti al mio tavolino, allora mi alzai e l’abbracciai invitandola a sedere. Era prevedibile che tornando in quei luoghi avrei finito per incontrarla. Eravamo stati amici e avevamo avuto una storia d’amore. Era ancora una bella donna con un bel portamento, e un modo di fare che mi metteva a mio agio. “Ho finito per trasferirmi nuovamente qui quando ho perso il lavoro, la casa, e anche l’equilibrio. Questo è tutto”, conclusi. Lei mi guardò stranita. “Quello che però non hai perso è la tua maschera. Hai sempre l’aria di chi non si fida di nessuno”. “Anche questo è vero”, annuii. Ordinai da bere per entrambi e quando il barista ci portò i bicchieri, ci alzammo e andammo sul terrazzo a fumare. L’avevo amata abbastanza pensai, da poterla ancora rimpiangere. “E’ cambiato tutto dentro di me” disse con voce oscura. “Una volta ero davvero tosta. Credo di non essere impazzita, perché il mio lavoro mi ha assorbito in tutto e per tutto ma anche questo alla fine è stato un errore. Ti ho pensato in questi anni, ma mi sembrava un’umiliazione cercarti”. Le sorrisi amaro. Stavamo seduti a chiacchierare con un bicchiere in mano a rinvangare tristezze. Quando tocchi il fondo tutto ti sembra uguale, ma non sentivo alcun dolore a stare lì con lei. Dopo mi guardò come per chiedermi qualcosa, ma non sapendo cosa non dissi nulla. Forse l’avrei dovuta baciare. Appoggiò il bicchiere sul tavolino e se ne andò a ballare. Tornai a casa a piedi attraversando la notte che si era arrotolata nel cielo, cupa e scontrosa. Ero nella parte nord della città, la parte più ricca. Le case erano nuove e ben fatte. C’erano quei centri commerciali schifosi, e il vialone era tutto illuminato. Un tempo quella zona era solo alberi di agrumi, ci venivo con lei a bordo della mia R4 per farci l’amore. Camminai a lungo fino alla casa di mia madre, e pensai a mio padre. Volevo una vita normale, non mi sembrava di chiedere chissà cosa. Solo una vita normale. Quando rientrai ero ancora da solo. Non avevo voglia di dormire e fumando una sigaretta dietro l’altra, pensai a lei. Adesso avevo il bisogno fisico di musica notturna, semplice, e senza grossi strappi. Qualcosa che mi permettesse di stare con me stesso. Recuperai l’album d’esordio dei Dire Straits, e accesi lo stereo. La musica nel suo morbido battere si insinuò sotto pelle. “Una volta avevo una donna che potevo dire mia, una volta avevo una donna, la donna è fuggita dove una volta c’era il fiume. Adesso c’è pietra. E’ brutto, sai, quando si è soli” (Water Of Love). Era il tiro giusto per tastare le mie cicatrici, e per rispondere ai miei quesiti. Quel languido tocco di chitarra mi rendeva meno cattivo. In passato non avevo avuto molta pazienza. Certo potevo fare di più, sapevo anche questo… ma delle cose a cui tenevo ne parlavo poco, anche a me stesso. Non mi piaceva inventarmi nuove storie, solo per stare con gli altri. Cercare scuse e fare trucchi che non sarebbero serviti a nulla. Non mi apparteneva quel modo di fare. Quello che avevo conservato erano solo le canzoni, loro sì, che mi avevano aiutato a mantenere quella parte di me che non voleva cedere. La mia vita aveva preso una brutta piega, ma era pur sempre la mia vita, e qualcosa significava. Prima o poi avrei ricominciato di nuovo a respirare. Udii la porta chiudersi. Spensi lo stereo, e anche la sigaretta. Era stata una notte strana e dura, e non avevo più voglia di arrovellarmi il cuore. Il frigo ronzava, e la luce dei lampioni arrivava fin dentro la stanza. Attesi per vedere se mia madre avesse bussato alla mia porta, e quando non lo fece capì che era più ubriaca del solito. Maria era ancora dentro di me, perché negarlo. Fu con quei pensieri che nel tardo mattino, mi assopii.

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