Porcupine Tree: “Trains” (2002) – di Warden

Una volta, tanto tempo fa, mi arrabbiavo per i ritardi di ogni treno. Insulti volavano a fiotti, concentrato com’ero sull’università, prima, e sul lavoro, dopo. Assorbito tra gli ingranaggi di un sistema economico che premia i più produttivi, incastrato nella routine di un pendolare, condannato a combattere ogni giorno con l’inferno dei mezzi pubblici, ero diventato allergico ai contrattempi. Guasti, meteo avverso, interferenze di qualsiasi tipo. Non parliamo dei suicidi: quelli erano i peggiori. Ero sempre il primo a lasciarmi andare ai commenti più aspri che mi venivano in mente. “Giornate di lavoro buttate via per colpa dell’egoismo di un codardo. Perché devo rimetterci io, per via della debolezza degli altri?” Ho sempre pensato queste cose, incapace di empatia per chi si fosse trovato a compiere un gesto così estremo. Adesso siedo qui su questa panchina, e nessuno si accorge di me. Non potrebbe essere altrimenti. Nemmeno io mi vedo, se mi guardo allo specchio. E comunque, la morte non ci rende meno invisibili di quanto siamo in vita.
L’ultima cosa che tutti ricorderanno di me non sarà nemmeno il nome, ma quanti minuti di ritardo ho fatto loro accumulare. Trascorro il tempo qui, seduto e concentrato sulla mia eterna solitudine, a fissare l’avvicendarsi dei treni che mangiano le rotaie. Sono qui da non so quanto, ma credo che per i vivi siano passati degli anni da quella volta che quel povero disoccupato ha deciso di farla finita. Mi accorgo del tempo che passa – per i vivi, almeno – fissando le figure ricorrenti. I bambini crescono, i ragazzi invecchiano, ai pendolari che vanno al lavoro spuntano i primi peli brizzolati nella barba e nei capelli
D’un tratto, lo vedo. Riconosco al volo uno di noi, ormai: è in verità un ragazzo piuttosto giovane, fermo a fissare i binari, ipnotizzato dallo sferragliare dei treni. Ne ha guardati passare diversi, ma non è mai salito, né si è mosso. Nessuno si è avvicinato per chiedergli come sta, ci mancherebbe altro.
Noi siamo invisibili per tutti, fuorché per quelli che hanno vissuto lo stesso dramma. Vorrei poter fare qualcosa, ma non mi sentirebbe, perché io non esisto; almeno, non nella concezione tradizionale dei vivi. Se potesse sentirmi, gli consiglierei di scegliere un altro modo di andarsene: non ricordo i dettagli del momento della mia morte, ma sono sicuro non sia stato piacevole. Non posso fare altro che aspettare insieme a lui, fissando i treni che passano uno dopo l’altro, ogni volta chiedendomi se questo sia quello giusto. Se questa volta, magari, troverà il coraggio di fare quel passo, l’ultimo passo, e lasciarsi andare. La giornata si scurisce, arriva il tramonto. Nulla di nuovo, fino ad ora. Il crepuscolo lascia spazio alla notte, e lui è ancora lì. Finalmente, all’orario di chiusura, il ragazzo se ne va. Vorrei tirare un sospiro di sollievo, ma senza polmoni non posso farlo, e comunque so che tornerà domani. Contemplare la fine, sentire le fredde dita della morte strisciargli addosso, è diventata la sua routine, com’era successo a me. Oggi non ha ceduto alle avances della Morte, ma lei sa essere una corteggiatrice subdola e paziente e, in una situazione come questa, se non ci si fa aiutare da qualcuno, l’avrà vinta lei.
Speriamo che il ragazzo lo capisca da solo, ma non ci spero più di tanto. Ne ho visti tanti, nel corso degli anni, fare come lui. Vengono qui, studiano il luogo, si immaginano come sarà l’ultimo momento, poi vanno via e, quando tornano, è per farla finita sul serio. Lo guardo allontanarsi. Mi sento dispiaciuto per lui. Vorrei poterlo aiutare, ma non sono stato in grado di aiutare nemmeno me stesso. Ci vediamo domani, giovanotto. Che peccato che stia pensando di buttarti via così presto. Io avevo passato gli ‘anta da un pezzo, almeno, e avevo già dato il meglio di me. Beh, di tutto questo la cosa che mi consola è sapere che, se decidesse di fare il grande salto, almeno ci sarà qualcuno qui con me con cui scambiare due chiacchiere. Almeno questo, rispetto a quand’ero vivo, cambierebbe: non sarei più solo.

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