Porcupine Tree: “In Absentia” (2002) – di Nicholas Patrono

Ah, l’Inghilterra. Posto magico, patria di grandi talenti, sia che si consideri l’epoca d’oro della grande musica Progressive, sia che si prendano in considerazione artisti più moderni. Qui si collocano i britannici Porcupine Tree: un anello di congiunzione tra il Progressive “old school” e le sue declinazioni più moderne. Nati nel 1987 e scioltisi, purtroppo, nel 2010, proprio dopo il loro disco di maggior successo commerciale, “The Incident” (2009), i Porcupine Tree hanno regalato al panorama musicale mondiale, nei loro due decenni di attività, ben dieci dischi. Sempre su livelli di qualità impressionanti, sempre espressione di una signorilità compositiva dal gusto ricercato, mai banali, mai piegati a facili mode o a soluzioni easy-listening. “In Absentia”, uscito per l’etichetta americana Lava Records il 24 settembre 2002, non è che l’ennesimo tassello di un percorso musicale invidiabile. Steven Wilson, frontman, polistrumentista e compositore principale dei Porcupine Tree, ha dichiarato nel 2009, in un’intervista rilasciata per il sito Noisecreep, che “in retrospettiva, si può dire che (“In Absentia”) fosse, e forse ancora sia, il migliore disco che abbiamo mai prodotto”. Ad un primo ascolto, “In Absentia” colpisce subito per la forte identità che caratterizza ogni traccia. Eterogeneo, eppure a modo suo guidato da un filo conduttore, il disco è caratterizzato da composizioni strumentali tutto sommato accessibili all’ascolto, fatte di chitarre acustiche, tastiere, melodie ricercate ma sempre orecchiabili e tempi dispari sapientemente gestiti, e le coniuga con testi amari, che trattano di temi sgradevoli e cupi. Lo stesso Steven Wilson, durante un’intervista rilasciata per Voxonline.com, ha affrontato il tema, spiegando il significato del titolo del disco.(“In Absentia”) è collegato ad alcuni testi. Parla di persone ai margini, ai confini dell’umanità e della società. Sono interessato a serial killers, molestatori di bambini, mariti che maltrattano le mogli… Non (sono interessato) a ciò che fanno, ma alla psicologia del perché. Cosa li ha fatti diventare così deviati? Perché non sono capaci di empatia?(“In Absentia”) è una specie di metafora: c’è qualcosa che manca, un buco nero, un cancro nelle loro anime. È un’assenza nell’anima”. Non proprio ciò che si direbbe ascoltando i brani, la maggior parte dei quali presenta arrangiamenti delicati ed eleganti. La canzone d’apertura, Blackest Eyes, è uno dei pezzi più energici del disco, assieme alla strumentale Wedding Nails e a un paio di altri brani; episodi pensati forse per spezzare la monotonia della tristezza cupa, torva, che permea da quasi ogni brano. Blackest Eyes cattura da subito l’ascoltatore, lo tiene stretto nei suoi saliscendi vocali e lo trascina a forza nel brano successivo, Trains. Pezzo molto conosciuto nella fanbase dei Porcupine Tree, delicata e soffusa, connotata da una tristezza quasi delirante, Trains trova il suo naturale proseguimento in Lips of Ashes. Brano per la maggior parte acustico, che si concede nella parte finale un raffinato assolo di chitarra, atmosferico ed evocativo. Più ritmata The Sound of Muzak, forse uno degli episodi dalle melodie di più facile presa di tutto il disco: difficile togliersela dalla testa. Ben più lunga e complessa Gravity Eyelids, la cui atmosferica apertura, sinistra, quasi psichedelica, ha “un retrogusto di Pink Floyd” non trascurabile. Il brano evolve fino a cambiare pelle nella seconda parte, dove subentrano chitarre distorte e ritmi più spinti, per poi culminare in un finale che chiude il cerchio con una ripresa dell’introduzione. Uno dei migliori momenti del disco, senza dubbio. La strumentale Wedding Nails, alla cui scrittura ha collaborato il tastierista Richard Barbieri, non lascia calare la tensione e spinge ancora sull’acceleratore. Le chitarre s’intrecciano con le linee di basso di Colin Edwin, sospinte dal frenetico e mai banale drumming di Gavin Harrison fino al finale che affonda tra cupe atmosfere ambient. Influenze floydiane a manciate, nelle melodie vocali come nell’arrangiamento, anche nella successiva Prodigal, brano che concede un meritato riposo dopo Wedding Nails. Qui Wilson osa un po’ di più con il proprio registro vocale e sfoggia un’ennesima ottima prova. Il finale di Prodigal coincide con l’introduzione della successiva .3, affidata al basso di Edwin e alle tastiere di Barbieri, a cui si aggiunge poi il resto della band. La voce di Wilson compare dopo metà canzone e se ne va subito, rapida com’è apparsa. Brano che fa delle atmosfere la sua principale arma, non di facile presa, tutt’altro che immediato, ma dal grande valore. Più movimentata e, allo stesso tempo, a modo suo inquietante, The Creator Has a Mastertape. Si alza il ritmo, spezzando la pace portata dal precedente brano. Chitarre distorte, voce effettata, una linea di basso che coinvolge da subito, batteria più aggressiva e nessun momento di pausa. Un brano diverso, meno raffinato dei precedenti ma che serve a diversificare l’ascolto e che aggiunge sfaccettature ad un disco già caleidoscopico. Tutto il contrario la successiva Heartattack in a Layby. Da non ascoltare se si è di umore depresso, perché vi farà sprofondare definitivamente. Pervaso da una malinconia delicata e struggente, forse il momento più triste di “In Absentia”, il brano gioca con gli incastri tra le varie tracce vocali e genera un’atmosfera quasi soffocante: una vera sfida all’amigdala. Tocca poi di nuovo al basso aprire le danze nella penultima traccia, Strip the Soul, dall’animo puramente Prog-Metal, cadenzata ed energica. Scritta da Wilson in collaborazione proprio con il bassista Colin Edwin, nei suoi 7 minuti di durata Strip the Soul esplora dimensioni diverse di ciò che i Porcupine Tree hanno da offrire all’ascoltatore, tra dissonanze e tempi irregolari, il tutto guidato da un’eccellente sezione ritmica, sulla quale Wilson e Barbieri intessono trame strumentali solistiche. Forse uno dei brani più interessanti, da ascoltare e riascoltare in profondità, per apprezzarne ogni sfaccettatura. La conclusiva Collapse the Light into Earth, aperta da voce e tastiera, è forse il miglior modo per chiudere questo malinconico, quasi doloroso, viaggio musicale. Dopo un’ora di melodie struggenti e malinconiche, di brani che parlano di persone anaffettive e incapaci di empatia, dopo critiche alla follia del mondo moderno, ci si aspetterebbe un messaggio positivo, la famosa “luce in fondo al tunnel”. Ma non c’è. “La luce collassa nella terra”… è il tramonto, siamo alla fine di tutto. Per chi volesse continuare il viaggio, nel 2003 è uscita un’edizione speciale del disco, che contiene le tracce bonus Drown With Me e Chloroform. Collapse the Light into Earth rimane la perfetta conclusione, ma le due bonus tracks non sfigurano nel complesso, sebbene non aggiungano nulla di nuovo a ciò che la band ha proposto. Disco magistrale, un viaggio nella sofferenza dell’animo dei più emarginati, tra atmosfere che richiamano il Prog Rock anni 70-80 e lo modernizzano, senza però “mancargli di rispetto”. Capolavoro tra i capolavori, “In Absentia” dimostra quanto i Porcupine Tree meritino di essere considerati tra i Grandi della storia della musica.

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