Porco Rosso: “Kuro Fune” (2018) – di Lorenzo Scala

I porci, se ci guardiamo intorno, sono un po’ovunque: nelle strade e nel mondo dell’arte. Possono essere porci fascisti o comunque legati a un discorso autoritario, possono essere porci intesi come sovraccarichi di ormoni e quindi carichi di pulsioni,  oppure il concetto di porco può andare a riflettere la bellezza interiore in contrasto con quella esteriore (come non pensare a “La fattoria degli animali” di George Orwell o al bellissimo film di animazione “Porco Rosso” di Hayao Miyazaki, entrambe queste opere portano in scena utilizzando un approccio fiabesco due concezioni opposte dell’essere porco). Ma andiamo con ordine. Giorni fa il cielo della rete si è crepato e il “riflesso fascio magnetico caotico” ha teletrasportato al centro della torre di controllo del mio cranio, un Porco Rosso. Questa volta non è lo stesso di Miyazaki, anzi è un porco che si allontana da tutte le immagini canoniche che ho scritto all’inizio. Sto parlando infatti di una band pisana composta da Michele Porco Rosso (basso a due corde, chitarra acustica, voce), Alessandro Teskio Kobra (Synth e tastiere) e Andrea King Barbagianni (drum machine, campioni e casiotron) con all’attivo due album, “Living Dead” (New model label 2017) e il recentissimo “Kuro Fune” (Il Castro Records 2018). Nuotando tra i mille stimoli che ingolfano la rete il rischio è quello di assuefarsi a un magma dove pochi sono, in realtà, gli artisti che riescono a colpirci realmente. Scrivo questa atroce banalità per sottolineare quanto la scoperta casuale di questa band mi abbia incuriosito, instillandomi con poche note la voglia di approfondire. Inizialmente è stato il suono ad accendere la miccia, uno spazio analogico e volutamente sporco dove galleggiano atmosfere low fi, sinth, punk. Successivamente sono stai i testi a colpirmi, sia perché l’immediatezza ruvida di certe melodie li rende particolarmente efficaci, sia perché giocano con un collage di spunti e riferimenti della cultura pop ( l’immagine iconica della banana di Andy Warhol, l’utilizzo sarcastico e critico dell’immagine del “cane” molto abusata  tra i nomi delle band indie degli ultimi dieci anni, Lapo Elkann che aspira neve come simbolo della natura superficiale e autodistruttiva del capitalismo e molti altri). Il doppio album “Kuro Fune” è un opera ambiziosa e, allo stesso tempo, diretta. Le intenzioni arrivano chiare: affiancare canzoni amare, corrosive e orecchiabili che fanno cantare e muovere la testa ma allo stesso tempo riflettere, a vere e proprie sperimentazioni in cui si mescolano rumori, suggestioni metalliche e squarci di musica noise. Questi due aspetti apparentemente opposti in realtà si sovrappongono: così la sperimentazione sboccia improvvisa in una canzone più incalzante e canonica, così come la melodia sboccia nei pezzi più elaborati ma mai del tutto ostici. Queste due anime, una immediata e l’altra più riflessiva, vanno a comporre un quadro in cui viene rappresentato l’eterno conflitto tra chi possiede il potere e quindi un ruolo centrale nella società e chi invece vive ai suoi margini e incarna la debolezza (psicologica o monetaria che sia). Loro stessi si presentano così, spiegando la genesi storica da cui hanno tratto il titolo dell’album: “(…) tutto questo è nato prendendo spunto da un periodo storico del Giappone denominato per l’appunto Kure Fune, ovvero letteralmente “Navi nere” in lingua nipponica. Questo termine indicava le tre navi da guerra del commodoro della marina americana Perry che nel 1800, grazie alla loro imponenza e alla loro teatralità  dovuta alle enormi colonne di fumo nero e la pece con cui erano dipinte, forzarono l’imperatore del Giappone ad aprire il commercio con gli Stati Uniti: un vero e proprio atto di egemonia del più forte”. Da questo evento si dipana l’idea di queste diciannove tracce che vanno a indagare le identità delle vittime e dei carnefici del potere, andando a soffermarsi più accuratamente sulle identità delle vittime: ad emergere sono personaggi allucinati che sono spesso vittime prima di loro stessi e, solo in un secondo momento, vittime di un sistema più grande. Troviamo infatti il punk più superficiale e modaiolo che sfoga esclusivamente nell’estetica e nel pogo la sua rabbia, lo spettro della droga a intorpidire reattività e spirito critico e un uso superficiale e deleterio di tutti i mezzi di comunicazione. Queste canzoni sorprendono perché hanno uno stile preciso ma mai statico e arrivano tutte a segno, alcune ci arrivano per la loro struttura melodica e comunicativa, altre per le atmosfere e le divagazioni sperimentali dal sapore anni ottanta. Sembra un disco proveniente dal passato che riesce a descrivere il futuro e, quindi, a inquadrare molto bene il presente. Un presente dove la lucidità di analisi sembra confinata esclusivamente al mondo dell’arte o comunque extrapolitico.

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