Porco Rosso: “I Giornali di Sinistra rubano Leonardo da Vinci” (2020) – di Lorenzo Scala

A due anni di distanza dal loro secondo (e doppio) album “Kuro Fune” (2018), tornano i Porco Rosso, band synth punk pisana composta da Michele Porco Rosso (basso a due corde, chitarra acustica, voce), Alessandro Teskio Kobra (Synth e tastiere) e Andrea King Barbagianni (drum machine, campioni e casiotron). Tornano senza arretrare di un passo e mantenendo il timone ben saldo. Niente compromessi. Niente ripensamenti. Il disco in uscita si intitola “I giornali di sinistra rubano Leonardo da Vinci” e contiene le loro consuete cacofonie accattivanti diluite in melodiche acidità. Per quanto mi riguarda e come già espresso in passato, c’è qualcosa di magnetico nel loro suono. Qualcosa di respingente e magnetico. Loro sono così, antepongono l’urgenza artistico-espressiva a tutti i clichè di una certa musica indie concentrata sul voler piacere per forza.
Elemento ricorrente e centrale in questo disco granitico è il concetto di verità. Verità abusata, scarnificata, digerita e vomitata in propagande sterili. Loro provano a raccoglierla e a salvare il possibile ed è un processo necessario e quasi mai frivolo. Un lavoro compatto e autentico caratterizzato da bordate di new wave, punk, un’elettronica analogica come scheletro e una chitarra che sgorga fluida e orecchiabile da un cuore tumefatto. Ok, perdonatemi le suggestioni un poco sofistiche, mi faccio prendere la mano, cerchiamo invece di andare al punto: I Porco Rosso o conquistano oppure, se non si è dotati di un certo background, possono lasciare perplessi. Portano in scena il loro mondo con approccio kamikaze. Esistono altre band come loro ma forse non sono poi molte o comunque, mai abbastanza.
Andando ad analizzare nello specifico l’anima concettuale del disco, nel portare avanti gli ascolti ho avuto sempre più forte l’impressione di una mente militante a muovere i fili, militante non in senso canonico ma una militanza piuttosto anarchica e corrosiva. Nei testi appare lampante una feroce critica, già iniziata nel disco precedente e qui portata a una sorta di elevazione riflessiva, non solo di un sistema consumistico aberrante ma anche di quella sinistra che ne dovrebbe essere contraltare. Testi che veicolano una semplicità apparente per risultare lampanti: “…propaganda nazionale, non serve più la verità ma solo gente normale, che il pu
gno alza”. Ma la chiave dell’intero lavoro, o almeno una delle chiavi, si può trovare sintetizzata in questa frase allegorica che rispecchia la natura brutale di una qualsiasi società occidentale: “…la scimmia che pensa è andata in pensione, ha ucciso le altre due e ha intascato l’assicurazione”Critica e sarcasmo, gioco e rabbia in un’unica visione.
Le canzoni scorrono tutte allo stesso livello, non ci sono punti deboli o picchi particolari, l’album appare infatti omogeneo ma c’è una canzone che personalmente trovo commovente: L’architettura di Sabaudia. Il testo è ispirato dal documentario Rai “Pasolini e… la forma della città”, documentario a cura di Paolo Brunatto e andato in onda per la prima volta nel febbraio del 1974. In questo testo avviene una piccola magia perché nonostante la figura ingombrante tirata in causa non si scade mai nel citazionismo e neanche nell’eccesso di retorica intellettuale. Michele Porco Rosso cerca semplicemente un dialogo immaginario con Pasolini incentrato sull’aspetto umano dell’artista, sottolineando così una sorta di vuoto sentimentale derivato dalla sua morte precoce. Vuoto mai del tutto cicatrizzato. Un disco da scoprire per gli amanti delle sonorità post punk anni ottanta contestualizzate e aggiornate in questo strano presente.

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