Popol Vuh: “The Werner Herzog soundtracks” (2010) – di Gianluca Chiovelli

In questa memorabile antologia i Popol Vuh di Florian Fricke (ex critico cinematografico e autore di cortometraggi) incontrano Werner Herzog, il massimo regista tedesco dell’ultimo quarantennio. Cinque furono i film per cui i Popol Vuh approntarono colonne sonore originali: “Aguirre, furore di Dio” (1972), “Cuore di vetro” (1976), “Nosferatu, il principe della notte” (1979), “Fitzcarraldo” (1982) e “Cobra Verde” (1982). La Band di Florian Fricke (il nome deriva dal libro sacro dei Maya Quiché del Guatemala) aveva già fornito prove mirabili (“Affenstunde” del 1970), “In den Gärten Pharaos” del 1971e “Hosianna Mantra” del 1972). In questi dischi l’attenzione per il patrimonio sacro della tradizione (coll’utilizzo di strumentazione acustica tradizionale) si saldava con la rielaborazione elettronica (il moog) in un originale sintesi world
Al centro del cinema di Werner Herzog erano, invece, i diversi: diseredati, esclusi, disadattati, solitari (“Anche i nani hanno comiciato da piccoli” del 1971, “L’enigma di Kaspar Hauser” del 1974, “La ballata di Stroszek” del 1976), tutti coloro che, in un mondo lanciato verso il progresso più bruciante, e che enfatizza solo il bello da rotocalco, rimangono in disparte o coltivano sogni impossibili, contro tutto e tutti; e questi sono uomini e, come vedremo, popoli. Per Herzog chi resiste alla civilizzazione coatta e all’acculturazione di massa è, a suo modo, un eroe. Un uomo della medicina della Guyana (“Il Diamante bianco”) un minorato mentale (“Kaspar Hauser”, “Bruno S.”) un conquistatore o un esploratore (“Aguirre”, “Grizzly man”) un artigiano depositario d’un segreto (“Cuore di vetro”) o un capovillaggio amazzonico (“Ten minutes older”) o aborigeno (“Dove sognano le formiche verdi”)… tutti hanno in comune il rifiuto dell’amoralità corrente e dell’utilitarismo commerciale più squallido. Fricke e Herzog, insomma, sono accomunati da una netta ripulsa dell’oggi
La società in cui operano appare loro come un cancro immondo. I grattacieli, la frenesia del successo, i fast food, le brutture dell’architettura mordi e fuggi, l’espansione consumista occidentale sono, per usare le parole dello stesso Herzog, “a progress into the void”: un avanzamento verso il nulla. La civiltà ormai divora sé stessa, il proprio passato e il proprio futuro: tutto ciò che le resiste è degno, quindi, di essere cantato, musicato, filmato. Fricke e Herzog sono inattuali quant’altri mai. Come Giacomo Leopardi essi oppongono un reciso “Non serviam!” alle “magnifiche sorti e progressive”. Tutto ciò che è escluso o deriso o distrutto dall’Occidente matematico e scientifico e dalla sua ansia antispirituale forma l’oggetto della loro Arte. Mai connubio fu più stringente. I due artisti sentono oscuramente che il progresso ha spezzato il filo tradizionale che univa gli uomini al senso del sacro; e il sacro non era che l’intimo fondamento delle loro comunità. Non è un caso che Popol Vuh significhi Libro della Comunità.
Il compito dell’artista è, perciò, riannodare questi fili spezzati e additare la bellezza che le gesta di uomini e popoli ancora tengono in vita o che testimoniano con la pervicacia della loro stessa esistenza. “Agape” (1983) è il titolo di un disco dei Popol Vuh; e agape, vocabolo greco, significa carità, amore per il prossimo, comunità, solidarietà, ecclesia: termini, infatti, oggi ideologicamente dileggiati dal consumismo più cialtrone. Nel film “Dove sognano le formiche verdi” (1984), l’uomo postmoderno arriva a sfruttare un territorio antichissimo, sacro agli aborigeni australiani: vi costruisce sopra un ipermercato. Quel luogo era sacro poiché vi cresceva un albero, l’unico per miglia e miglia: un ricettacolo della divinità. Gli aborigeni si riunivano lì per sognare i propri figli. Pregavano e, nelle loro menti, si formava l’immagine del figlio desiderato. Dov’era quell’albero ora sono gli scaffali dei detersivi. Gli aborigeni si riducono perciò a pregare fra carrelli e ammorbidenti: il luogo persiste nella memoria e nel sangue, il sogno deve continuare, interrompere il sogno equivale a condannare la comunità. Gli dei popolano i sogni e da lì irrompono nella realtà, a consacrarla: un albero, un fiume, una montagna sono le impronte della divinità, inviolabili, e luoghi in cui può celebrarsi il patto fra cielo e terra. L’uomo postmoderno si beffa di tali credenze: egli distrugge con noncuranza, crede di essere il proprio dio. Che Herzog e Fricke fossero considerati araldi della controcultura escapista e alternativa degli anni Settanta è solo un caso. Tale incasellamento storico gli va troppo stretto. Infatti (e questo non è un caso) mentre tutti quei movimenti si dileguarono di colpo all’insorgere degli anni Ottanta del nuovo corso mondiale delle Thatcher e dei Reagan, Fricke e Herzog continuarono nella loro opera. Florian Fricke ci lasciò troppo presto, nel 2001.
Werner Herzog, per fortuna, continua la battaglia. Entrambi furono antiglobalizzatori prima ancora che il termine globalizzazione fosse concepito e analizzato. Più che artisti, infatti, essi sono forze del passato. Se ascoltiamo le delicate architetture sonore dei Popol Vuh, o seguiamo le immagini dei film di Herzog, avvertiamo l’indefinibile nostalgia per una perdita irreparabile; e cos’è che abbiamo perduto? Qui non è in gioco una banale polemica contro il progresso. I nostri Herzog e Fricke non sono dei militanti alla moda come Sting e Naomi Klein. Essi sgorgano direttamente dal cuore profondo della Germania. Ciò che rivendicano è più antico di loro, più antico del cinema e, forse, della musica (almeno come la intendiamo oggi). Loro non fanno dell’ecologismo: essi evocano e venerano la Heimat… un termine tedesco intraducibile: significa piccola patria, comunità: sangue, ossa, ricordi. Herzog e Fricke pensano all’Heimat perché sono tedeschi ma celebrano questo sentire sorgivo in ogni patria ch’essi incontrano. Fricke la celebra nelle tablas indiane, nei riti dei popoli indios, nei riti lustrali cristiani. Herzog nella fede commovente degli aborigeni australiani, dei popoli dell’Amazzonia o della Guyana o nelle imprese folli dei suoi eroi romantici; e poiché queste piccole patrie e tali uomini stanno per essere spazzati via dall’Impero della civiltà e della globalizzazione, essi le cantano con la nostalgia di chi vede dissolversi un ordine antico: l’ordine regolato dalla legge che donava senso al rapporto fra la terra e il cielo e rispettava i confini inviolabili sanciti dal sacro. C’è una speranza? No, i protagonisti di Herzog e Fricke sono degli sconfitti: ma perseverare e testimoniare è un dovere, l’unica etica possibile.

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