Popa Chubby: “The Catfish” (2016) – di Nicola Chinellato

Se dovessimo soffermarci solo su Popa Chubby chitarrista e sulla sua straordinaria capacità di infiammare il palcoscenico con tiratissime performances, non smetteremmo mai di tesserne le lodi.
Chi lo ha visto suonare dal vivo, infatti, sa che quando il mastodontico chitarrista sale su un palco, è sempre una grande festa. A dispetto della stazza, che mi pare aumenti di anno in anno, e dell’età anagrafica (a marzo ne ha compiuti cinquantasei) Popa (al secolo conosciuto anche come Ted Horowitz) continua a palesare un’insospettabile agilità tecnica (è un mistero come riesca a essere così veloce e pulito con quelle dita che paiono rubate alla sagra della salamella mantovana) e una buona dose di eclettismo e creatività. La stessa che troviamo anche fra le note di questo nuovo “The Catfish”, ennesimo capitolo di una lunghissima discografia (a tutt’oggi tra full lenght in studio e album live, i dischi pubblicati sono ventisei) che raggiunse il suo apice con il leggendario “Booty & The Beast” (bibbia del rock blues newyorkese) datato 1996.
Tuttavia, non possiamo esimerci dal giudicare anche il Ted Horowitz compositore e, da questo punto di vista, per quanto spiacenti, ci troviamo sempre a fare  i conti con più di una perplessità. In senso assoluto, infatti, riteniamo cosa buona e giusta quando un artista cerca di articolare il proprio linguaggio musicale, esplorando anche generi che si distaccano dal consueto habitus; Popa Chubby , tuttavia, quando si allontana dalla casa madre, in cui coesistono meravigliosa mente rock, blues e funky, finisce per pasticciare non poco. Per quale motivo si  ostini a imboccare la strada del reggae o dell’hip hop, ad esempio, resta domanda senza risposta.
Quel che è certo è che questi azzardi stilistici compromettono il quadro d’insieme, mortificando la qualità complessiva di una proposta altrimenti assai gagliarda. Non è esente da critiche anche questo “The Catfish”, che alla resa dei conti risulta un disco buono solo a metà. Quando Mr. Horowitz fa il suo, come nel torrido funky blues dell’iniziale Going Downtown, nell’adrenalinico swing texano di Dirty Diesel o nella toccante ballata Blues For Charlie (dedicata ai morti parigini di Charlie Hebdo) il godimento è assicurato e viene spontaneo annoverare Popa fra i migliori guitar heroes in circolazione. Ma ci sono anche alcuni brani che risultano fuori sincrono e denotano una certa confusione, come nel caso dell’innocuo (e fastidioso) reggae di Bye Bye Love, dell’incomprensibile punk rock di Motorhead Saved My Life (omaggio al compianto Lemmy Kilmister) o dell’astrusa Slow Down Sugar, sei minuti di riempitivo che miscelano ritmica reggae, cantato hip hop e una tromba jazz ispirata, si fa per dire, a Miles Davis.
Certo, si tratta solo di pochi episodi,  ma che pesano sull’economia complessiva del disco e abbassano fatalmente il  voto finale.

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