Pony Bradshaw: “Sudden Opera” (2019) – di Trex Willer

“Sudden Opera” (Rounder Records 2019) è tutto meno quello che promette il titolo, ossia un’opera improvvisa, di quelle lasciate magari al caso. No, è un disco maturo, che ti fa dimenticare che siamo di fronte all’esordio del suo autore Pony (vero nome James) Bradshaw. Figlio di un militare, o meglio della vita di un militare. Un girovago che ha fatto molteplici esperienze e ha visto tante cose nel suo vagare attraverso gli States e che dentro di sé possiede l’anima di storyteller e la voce tipica del Sud della sua Georgia. Un debutto forse tardivo a 38 anni ma che probabilmente è anche il suo segreto. L’esperienza accumulata è riversata in questi 12 pezzi che colpiscono per profondità lirica ed emozionale. Non sappiamo catalogare la sua musica: il primo pezzo, Van Gogh e il secondo, Jehovah, sono rock americano con la voce sugli scudi e un andamento sincopato… due pezzi di New Americana. Le sue storie sono tipici racconti del sud influenzati dalla vita di un figlio di militare, con voglia di casa senza averne mai una vera. L’unica pecca, se vogliamo trovarne una, è l’affidarsi ad una produzione un pò troppo limitativa per la sua creatività; certo sono i produttori di grandi nomi ormai, come Allison Krauss e Rodney Crowell, ma la tendenza è stata quella di dare meno libertà al Nostro e, quello che ne viene fuori, è un suono country rock molto standard, seppur condito da alcuni sussulti che lasciano ben sperare per i prossimi album. Ci sono pezzi che rivelano un talento lirico – non in discussione – e ritmico, come un novello Ray Wylie Hubbard, maestro sospeso fra la polvere del west e il groove del Sud. Ci riferiamo alla splendida Charlatan, con un riff di chitarra sporco e deciso, smorzato dalla voce profonda di Bradshaw, un contraltare perfetto e, anche a Didn’t It Rain, una ballad dal sapore western che apre alle melodie tipiche della Georgia e delle sue origini… Ray Wylie Hubbard. Un pezzo veramente stupendo: talento cristallino. Siamo certi che la varietà di suoni e colori nell’arco di Pony Bradshaw sia ancora più ampia, come dimostra l’ascolto in successione dell’intensa ballata triste Bad Teeth, con le chitarre trascinate e la voce che ci accompagna sicura, seguita dal bellissimo blues-country di Sippi Sand, con i cori che le danno una colorazione soul e gli inserti elettrici a donarle quel carattere che il Delta del Mississippi ti lascia dentro. Un vero gioiello. Gaslight Heart avrebbe reso orgoglioso il grande Guy Clark se avesse suonato assieme a Tom Petty: questo non per fare paragoni irrispettosi o esagerati,ma solo per dirvi quali sapori sentirete nelle orecchie quando assaggerete questo disco: Una sventagliata di rock americano d’autore, fra country blues e americana. Un esordio che ci ha davvero colpito: canzoni mature e di qualità, una voce eccezionale e un talento poetico invidiabile: Il seme è piantato su un terreno fertile, ora sta a lui e ai suoi produttori lasciare che la pianta affondi le radici nelle paludi del sud ma poi volga le sue fronde verso il sole del Texas: ascoltatevi la finale Josephine, una ballata intensa ed ispirata e avrete anche voi questa speranza. Attendiamo con ansia il prossimo capitolo dopo aver apprezzato cosi tanto il primo.

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