“Polvere e Diamanti” – di Bartolo Federico

Il giorno con il passare delle ore si era fatto sempre più caldo. Cercavo di starmene tranquillo seduto su quella veranda da dove potevo osservare il mare. Rimisi il libro sul tavolino e rientrai in casa, stappai una birra e sistemai un disco sul piatto dello stereo. Glamour Girl di T-Bone Walker mi esaminò con attenzione, mentre guardavo gli ultimi raggi di sole pieghettare le onde. Il mare era piatto e lucido e non c’era un alito di vento. La notte stava giungendo e tutte quelle stelle sparse nel cielo dicevano che era quasi estate. Anche se stavo attraversando un momento difficile, mi ripetevo che non dovevo farmi prendere la mano, che quei sogni strani che mi scuotevano e mi turbavano fin nel profondo sarebbero andati via, prima o poi. Come ogni cosa. Era da mesi che durante il sonno mi svegliavo di continuo e, quando non riuscivo a riaddormentarmi, aspettavo con gli occhi sbarrati l’alba. Quella notte, però, aveva ringhiato da subito le sue intenzioni e continuò a tormentami la mente. Non c’è la feci più a rivoltarmi tra le lenzuola: mi alzai, infilai le ciabatte blu, la camicia di jeans, e andai in cucina. Tirai fuori dal frigo la bottiglia del latte, ne versai un bicchiere abbondante, ci misi dentro due cucchiaini di zucchero e mi accomodai sulla veranda. Era una notte strana, impregnata d’immagini chiare e inumidita da bagliori solitari. Guardai per un pezzo il mare e il cielo, e anche quella luna che sembrava arrivata lì per caso. Era come un urlo quel brandello di memoria che non voleva andar via. Di fronte a me avevo case scolorite dal sole e dalla penombra, e c’era poca gente intorno. Soffiava una leggera brezza, afferrai la Martin piena di cicatrici che era appoggiata sul muro del terrazzino, e strimpellai. A volte sei felice. A volte piangi. Metà di me è come l’oceano e metà è cielo. Tu hai un cuore davvero grande che potrebbe schiacciare questa città. Ed io non posso arrendermi sempre. Tutti i muri cadono. Talune cose sono già finite. Altre cose vanno avanti. Tu porti una parte di me, una parte è già andata via. (Walls – Tom Petty). Le cose accadono e il mondo continua ad andare avanti, che tu lo voglia o meno. Tanto vale prendere la vita con distacco. Non avevo programmi a breve termine, ma non serviva farne. Mi ero rintanato in quella casetta che mi avevano lasciato i miei genitori e che fino a ieri non avevo mai sfruttato a dovere. Ma volevo fare tabula rasa di molte cose e quello era di sicuro il luogo più adatto. Il “simpatico contafrottole” questo è più o meno il significato in slang del nome Bo Diddley, è uno di quei personaggi che ha seminato molto ottenendo il minimo sindacale. Di lui non si ricorda quasi mai nessuno, perfino i testi di musica lo bistrattano e lo liquidano frettolosamente. Come fosse una rogna. Probabilmente paga per avere cambiato spesso panni e identità musicale, e non si sa come catalogarlo ma, questo è certo, la storia del rock senza le sue canzoni avrebbe avuto un altro corso. Tra il 1955 e il 1962 Ellas McDaniel in arte Bo Diddley (nome impostogli da Leonard Chess) incide il suo primo 45 giri, scrive tutti i suoi capolavori caratterizzati da un ritmo primitivo, ma anche brutalmente gioioso. I’m a Man, Road Runner, Mona, Story Of Bo Diddley, Cracking Up, Nursey Rhyme, Diddley Daddy, Who Do You Love sono canzoni che verranno riprese da Jimi Hendrix, Muddy Waters, John Fogerty, Rolling Stones, Quicksilver Messenger Service, Doors e un’altra miriade di artisti. Il creolo Diddley, nato nel Mississippi nel 1929, fu adottato dalla famiglia McDaniel all’età di cinque anni. Come è successo a quasi tutti quelli baciati dal talento, la chitarra che gli fu regalata dalla sorella quando compì dieci anni la imparò a suonare da solo e, a tredici era già all’angolo della Langley Avenue con un suo complessino. La mattina mentre andavo al supermercato notai i tanti bar che avevano aperto nella zona e le case di legno dei contadini diventate ormai grigie per effetto della salsedine. Comprai della pasta, uova, biscotti artigianali, del latte, un pacco triplo di caffè e delle verdure, qualche birra e una bottiglia di vino. Il J&B lo presi anche ma poi lo riposai nel suo scaffale. Rientrai e mi feci una doccia, restandomene un bel quarto d’ora seduto sotto una cascata di acqua tiepida. Mi lavai i denti e mi rasai abbastanza velocemente. Dopo, mentre mi rivestivo, osservai dalla finestra del salone la spiaggia ancora vuota. Preparai il caffè, ascoltando una cassetta degli Zeppelin che avevo registrato anni prima per portarmela in macchina. “Polvere e Diamanti” lo avevo chiamato quel nastro, perché a quel tempo avevo l’abitudine di dargli un titolo, ai miei nastri. Questa è la sequenza dei brani sul lato A: Travelling Riverside Blues, Ramble On, Immigrant Song, Going To CaliforniaWhen The Levee Breaks, The Rain Song, The Battle Of Evermore, Over The Hill And Far Away, Misty Mountain Hop, Babe I’m Gonna Leave You. Dovevo cercare la regolarità, pensare pensieri normali, non potevo seguitare a essere un disadattato, un cavaliere errante, uno che rincorreva ancora quegli spiriti furiosi che gli danzavano nella testa. Uscii di casa e feci una lunga passeggiata sulla spiaggia che tra non molto si sarebbe animata da decine di famiglie con bambini e ombrellone a seguito. Mal sopportavo l’ipocrisia della gente e quelli che non si volevano annoiare mai. I Quicksilver Messenger Service nacquero per volontà di Dino Valenti, un folk singer già affermato della bay-area. John Cipollina e Terry Dolan lo incontrarono nel 1963. Valenti, innamorato della musica dei Jefferson Airplane, Beatles e Grateful Dead, si era stancato di suonare da solo e stava cercando di mettere su una rock-band. Dal momento che era alla ricerca di musicisti, quei due tipi davvero bizzarri facevano al caso suo. Dino spiegò quale era la sua idea al gruppo… voleva includere anche due ragazze al tamburino che si dovevano anche vestire in maniera eccentrica. Stabilirono di iniziare il giorno dopo. Johnny e Terry si portarono appresso Jimmy Murray e Gary Duncan, due loro amici. Quando arrivarono tutto era pronto, gli strumenti, il manager, la sala. Mentre aspettavano che arrivasse Dino si fecero una pasticca di Lsd. Dopo una lunga attesa, finalmente, arrivò una ragazza che li informò dell’arresto di Dino. Lo avevano beccato mentre fumava marijuana, ma che sarebbe stato rilasciato entro qualche giorno. Passarono i mesi ma Dino non arrivava, perché era ancora in prigione. Nel frattempo i ragazzi conobbero David Freiberg, un amico di Valenti, anche lui uscito da poco di prigione e che suonava la dodici corde in modo eccellente ma, dal momento che David voleva suonare il basso, dopo varie e animate discussioni fu accontentato. I Quicksilver erano nati. Dino Valenti uscì dal carcere dopo un anno e mezzo, ma ormai non c’era più posto nella band. Nel marzo del 1969 esce “Happy Trails”. Il disco, eccetto Maiden Of The Cancer Moon, è il risultato di alcune registrazioni live realizzate nel 1968 nei due teatri Fillmore East e West di San Francisco, ed è la prova di quanto fosse emozionante e travolgente la Quicksilver Messanger Service dal vivo. La prima facciata è composta da una lunga suite di venticinque minuti che prende spunto da Who Do You Love di Bo Diddley per poi diventare, strada facendo, qualcos’altro, in un impasto musicale fantastico. La seconda facciata si apre con Mona sempre di Bo Diddley e, passando per la strumentale Maiden Of The Cancer Moon, si finisce con Calvary, (un pezzo scritto da Gary Duncan) e Happy Trails. C’è di tutto intinto in questo disco, svisate, arpeggi, chitarre distorte e laceranti, tocchi di acustica e improvvisazione. Un vero autentico trip sonoro. Uno dei momenti migliori del rock californiano degli anni sessanta. Stavo cercando di adattarmi alla situazione ma ero sempre animato da una profonda sfiducia verso il genere umano. Mi sedetti in un bar sotto un pergolato e ordinai da bere. Dal cestino poggiato sul tavolino presi dei fazzolettini e mi asciugai il sudore sulla fronte. Il cameriere mi allungò il bicchiere gelato con la vodka alla pesca che mandai giù in un botto, solo per il gusto di sentirmi le budella bruciare. Non mi andava d’ingannare nessuno, ma ogni domanda che mi facevo restava senza risposta, e questo non era un buon modo per andare avanti. Pensieri cupi si accavallarono nella mente mentre rientravo a casa. Il nome The Byrds in americano non ha alcun significato razionale, invece il suono dei Byrds rimane ancora oggi un mistero. Innovatori, eccentrici, geni, alieni chi lo sa. Forse solo musicisti. Nell’estate del 1964 Jim McGuinn stava suonando al Troubadour di Los Angeles e si stava divertendo improvvisando imitazioni delle canzoni dei Beatles. Seduto tra la folla c’era Gene Clark, un ragazzo apache del Missouri a cui quell’esibizione fece venir voglia di formare una rock’n’roll band. The Jet Set, con al basso David Crosby, incisero due brani sulla raccolta “Early L.A.”, pubblicata dalla casa discografica ElektraMcGuinn, Clark e Crosby, giusto per affinare l’intesa, si esibirono in qualche locale dove reclutarono un virtuoso del mandolino, un certo Chris Hillman, e un batterista alla sua prima esperienza, Michael Clarke. Dopo un periodo in cui si chiamarono The Beefeaters, il gruppo prese il nome di The Byrds. Con la produzione di Jim Dickson incisero ai World Pacific Studios l’album “Preflyte”, che vedeva composizioni scritte da Clark, McGuinn e Crosby. Per la prima volta una band di rock eseguiva canzoni di musica folk e questo cambiò le cose per sempre nel rock’n’roll. Mr. Tambourine Man è il brano di Dylan che li avrebbe, da lì a breve, catapultati nel mondo delle rockstar. La notte del 20 agosto 1965 le FM’s di L.A., San Francisco e San Diego iniziarono a trasmettere le loro canzoni due volte ogni ora. Ho avuto sempre un debole per Gene Clark, uno che voleva starsene lontano dal caos e che non voleva essere una rock’n’roll star. Il pomeriggio la strada sterrata vicino casa era inondata da un sole incredibilmente luminoso. Il ventilatore sul tre piedi ruotava cigolando. Quando ci stavano i miei genitori era una casa aperta a tutti. Per questo loro ci tenevano così tanto. Gli era costata molto economicamente, ma ne era valsa la pena. In tutte le stanze c’era ancora qualcosa che parlava di loro. Quella notte avevo dormito molto e mi sentivo migliore. Era un pomeriggio caldo e senza particolari pretese. La vita non mi aveva fabbricato felice…  e in qualche modo sarei sopravvissuto.

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